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Summit Nato, cosa guardare per capire dove va l’Alleanza. Scrive Minuto Rizzo

Di Alessandro Minuto Rizzo
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Il vertice Nato di Ankara sarà un passaggio strategico. Dal Golfo all’Indo-Pacifico, passando per l’Ucraina e le nuove tecnologie, l’Alleanza è chiamata a misurare la propria capacità di adattarsi a un contesto geopolitico in rapida evoluzione. Più delle dichiarazioni ufficiali, saranno il clima politico e la qualità del dialogo tra i leader a indicare la direzione presa dall’Alleanza. La riflessione dell’ambasciatore Alessandro Minuto Rizzo, già vice segretario generale della Nato

Il vertice Nato che si aprirà il 7 luglio ad Ankara merita una riflessione che vada oltre i temi contingenti e guardi anche alla struttura stessa dell’appuntamento. È un Summit dalle molte dimensioni, ed è utile provare a metterle in fila.

Un vertice a più dimensioni

C’è naturalmente la dimensione atlantica tradizionale, quella della coesione fra alleati, che resta il cuore di ogni vertice Nato. Ma questa volta si aggiunge un elemento tutt’altro che secondario, ovvero che per la prima volta negli ottant’anni di storia dell’Alleanza, il vertice si svolge in Asia. È una dimensione ulteriore che non potrà non farsi sentire, non fosse altro perché la Turchia confina con l’Iran. A ciò si aggiungono i temi legati al riallineamento delle potenze mondiali, con da un lato l’Indo-Pacifico e dall’altro i problemi del Golfo.

Il Golfo

Sul Golfo, l’atteggiamento dei sei Paesi dell’area racconta una condizione ambivalente, con Stati che si sentono traditi dagli americani e che, allo stesso tempo, scoprono la propria vulnerabilità. Ma mandare via gli Stati Uniti sarebbe peggio, giacché significherebbe perdere un know-how che da soli questi Paesi non sono in grado di sostituire. È qui che il partenariato con la Nato può tornare utile proprio a loro, in questa fase. Del resto si tratta di una zona di guerra, dove non arrivano turisti né si organizzano grandi eventi internazionali: Paesi come il Kuwait, il Bahrain, ma anche l’Arabia Saudita, dispongono di tecnologie militari avanzate ma di Forze armate non abituate a combattere questo tipo di minaccia, e sono stati bombardati senza reagire.

Il 7 luglio, a livello di ministri degli esteri, parteciperanno i quattro paesi dell’Ici, (Istanbul Cooperation Initiative) e il tema, in questo caso, è proprio quello del partenariato: questi Paesi vorrebbero essere trattati come alleati e protetti in caso di attacco, sul modello dell’Articolo 5. Un’ipotesi che resta impraticabile (prima di tutto perché non sono Paesi membri) e che difficilmente troverebbe consenso anche tra gli alleati. Ciò non toglie che un rapporto vero di cooperazione e consultazione politica con i paesi Nato possa rafforzarli comunque in modo significativo, dal momento che, anche in caso di un futuro attacco iraniano, avrebbero una rete di relazioni ben più solida di quella basata sul solo rapporto con Washington, discorso particolarmente valido per  l’Arabia Saudita.

L’Indo-Pacifico

Diverso il discorso per l’Indo-Pacifico, dove sono stati invitati i ministri della difesa di Australia, Nuova Zelanda, Giappone e Corea. In questo momento non c’è una crisi aperta in quell’area, quindi si tratta più di un consolidamento dei rapporti che di qualcosa da decidere. Un trend a cui, del resto, ci si è ormai abituati da anni. Sul fronte arabo, invece, la prossimità politica e geografica di Ankara (e il ruolo di mediazione che la Turchia ha esercitato assieme al Pakistan) lasciano intuire un rafforzamento della cooperazione, che quei Paesi dovranno però dimostrare più concretamente di quanto fatto finora. Per la Turchia, ospitare questo vertice ha comunque un valore aggiunto evidente. D’altronde essere i padroni di casa conta, in un’Alleanza dove la geografia pesa quanto la politica.

La partita della tecnologia

Tra gli appuntamenti da segnare in agenda c’è l’industry forum che accompagnerà il summit. In passato è stato un appuntamento piuttosto formale mentre oggi, con il grande accento posto su nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale, potrebbe assumere un peso diverso. Accanto alla dimensione politica e militare che le è propria, la Nato svolge infatti anche una funzione di incubatore di alta tecnologia visto che non gestisce direttamente i progetti, ma fa da incubatore per quelli dei Paesi membri, come nel caso di Diana. È un terreno su cui è ragionevole attendersi uno sviluppo più deciso, perché finora dell’uso dell’intelligenza artificiale in ambito Nato si è parlato molto poco.

Il dossier ucraino

Tra i temi che il vertice non potrà eludere c’è naturalmente l’Ucraina, su cui la preoccupazione è in crescita. Sul terreno i russi non stanno avanzando mentre l’Ucraina, grazie agli aiuti europei ma anche alla propria capacità inventiva, è riuscita a sviluppare capacità autonome capaci di colpire in profondità il territorio russo. Vale la pena ricordare una differenza significativa rispetto all’inizio del conflitto. Sotto l’amministrazione Biden, l’aiuto americano all’Ucraina fu molto forte ma condizionato: doveva servire a proteggere l’Ucraina, non ad aggredire la Russia, tanto che in più occasioni Washington prese le distanze dall’uso di armi americane in territorio russo. Oggi la situazione è diversa, con gli Stati Uniti che se ne disinteressano in larga parte, mentre gli europei (e anche alcuni privati americani) hanno continuato a fornire sostegno.

Il paradosso è che questo, invece di ammorbidire la posizione russa, sembra irrigidirla. Fino a due o tre mesi fa l’ipotesi più plausibile era quella di un progressivo assestamento sul terreno seguito da una sequenza di incontri negoziali fino a un accordo di tipo coreano, con le armi che si fermano dove si trovano. Oggi si osserva invece un’escalation delle rappresaglie russe. Ciò di cui ci sarebbe bisogno è una forte mediazione europea, guidata magari da Paesi come Francia, Germania, Regno Unito e Italia. Polacchi e baltici, invece, punterebbero a vedere la Russia sconfitta, ma l’obiettivo più corretto resta difendere l’Ucraina da un’aggressione, il che è cosa diversa. Sconfiggere la Russia non è nell’interesse europeo, a un continente come il nostro conviene la pace.

Il peso dei leader 

Quanto conta, in un vertice, il rapporto personale tra i leader rispetto alla coerenza strategica dell’Alleanza? Dipende dal momento. Ci sono vertici molto formali, dove non succede nulla di particolare: un comunicato, la conferma della coesione transatlantica, qualche nuova iniziativa, e la giornata finisce lì. Altre volte, invece, l’incontro fra i leader fa davvero la differenza. Un esempio è il vertice di Istanbul, nel 2004, quando i turchi, anche allora, avevano invitato moltissimi Paesi. C’era il tema di George W. Bush e del protettorato americano sull’Iraq e fu un vertice importante perché Bush cercò di spiegare che gli Stati Uniti stavano uscendo dall’Iraq, che intendevano restituire piena indipendenza al Paese e al tempo stesso rafforzare i partenariati con l’Afghanistan e con i Paesi arabi. Si creò un momentum di discussione vivace, di cui resta un ricordo diretto.

Molto dipende da chi guida il dibattito: se un leader come Donald Trump apre l’incontro con toni sopra le righe, la discussione si gela, ognuno legge il proprio intervento e la riunione finisce lì. Se invece prevarrà l’apertura, il confronto tenderà ad ampliarsi. È probabile che gli europei manifesteranno comunque la volontà di fare di più, come è normale che sia in questa fase.

Cosa aspettarsi dall’esito del vertice

Nel dialogo interalleato ci sono variabili che restano fuori controllo. Un intervento fuori misura di Trump, sempre possibile conoscendo il personaggio, oppure una provocazione iraniana capace di cambiare lo scenario da un momento all’altro. Se le cose vanno come dovrebbero, il vertice dovrebbe tradursi in una riaffermazione della coesione della Nato, in quella che si può definire coerenza strategica. È anche questa flessibilità, più che un impianto rigidamente giuridico, ad aver rappresentato uno dei principali punti di forza dell’Alleanza negli ultimi ottant’anni, consentendole di superare senza traumi le numerose crisi che ha attraversato.

A questo si aggiunge poi il tema di un maggiore impegno europeo, su cui Trump non mancherà probabilmente di far notare che gli alleati non fanno abbastanza. Ci sarà quindi, verosimilmente, un grande sforzo da parte di Mark Rutte e dei leader europei per mostrare che si sta facendo molto. Un segnale in questo senso è arrivato pochi giorni fa dal Regno Unito, con Starmer che, in uscita, ha varato il piano UK sulla difesa.

Su come valutare l’esito reale del Summit, bisognerà guardare oltre la dichiarazione finale, che resta un pezzo di carta e che probabilmente sarà piuttosto sintetico, per evitare polemiche. Il punto centrale è l’atmosfera che uscirà dal vertice. Se dal summit emergeranno una serie di dichiarazioni pubbliche in cui tutti riaffermano solidarietà, partenariati e coesione transatlantica (se si arriverà a dire che è giusto che gli americani riducano gradualmente il loro impegno, dopo tutto quello che hanno fatto finora, ma che lo facciano con gradualità, dando tempo agli europei di crescere), allora si potrà parlare di successo. Ad oggi la partita resta aperta, e la valutazione più onesta è che le probabilità siano sostanzialmente divise a metà.


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