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Una via europea nel caos trumpiano? Il commento di Stefanini

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Washington resta sospesa tra una strategia incompiuta sull’Iran e un negoziato che non decolla, mentre in Ucraina la tenuta di Kyiv rafforza il peso politico dell’Europa. Dai volenterosi di Parigi al Golfo, emerge una linea europea più coerente e resiliente, capace di difendere interessi comuni nonostante i limiti dell’Unione. Un contrasto sempre più evidente con una politica estera americana segnata dall’imprevedibilità della leadership di Donald Trump. Il commento dell’ambasciatore Stefano Stefanini

A Washington, il disorientamento strategico sull’Iran è percepibile. Il piano A, guerra per domare se non cambiare il regime, è finito nelle sabbie mobili di una tregua inosservata; il piano B, di trasformare il cessate il fuoco aleatorio in accordo “storico”, barcolla sotto i colpi dei reciproci attacchi, lasciando Hormuz molto più chiuso che aperto – chiedere agli armatori non alla Casa Bianca. Un piano C non esiste. O si ritorna ad A, con pochissimo entusiasmo di Donald Trump che voleva chiudere la partita presto e bene, o ci si accontenta di un B molto al ribasso: riapertura di Hormuz senza pedaggi – per ben che vada. Ormai Teheran gioca la partita con Washington sul controllo del Golfo dove ha le carte più forti. Del programma nucleare si parlerà dopo – che è la traduzione in farsi delle “calende greche”. Trump continuerà a dire che “l’Iran non deve avere la bomba atomica”. Tutti d’accordo, persino gli iraniani – a parole. Ma intanto, finché Hormuz è di fatto chiuso, hanno il coltello dalla parte del manico. E gli Usa, con tutto il loro strapotere militare, che hanno ricominciato a usare con una certa intensità pur non massicciamente, non riescono a strappargli.

Dall’altra parte dell’Atlantico tira un’aria molto diversa. Ieri, a Parigi, nell’ennesima riunione e nell’ennesimo formato dei “volenterosi” europei & company, circolava un cauto ma inconfondibile ottimismo sull’Ucraina. I motivi sono molteplici. Indiscutibilmente il principale è la tenuta di Kyiv sul piano militare. L’Ucraina è ben lontana dal prendere il sopravvento, ma con la dimostrata capacità di portare la guerra, fino a pochi mesi fa quasi esclusivamente subita, dentro la Russia, di incrinarne le preziose infrastrutture energetiche facendo sentire alla popolazione il peso dell’operazione speciale putiniana, di rendere la vita impossibile in Crimea, Kyiv ha equalizzato le fortune belliche. Questa non è più una guerra che la Russia sta, pur lentamente, vincendo. È uno stallo. E questo ne cambia gli scenari politici. In guerra – in Europa ce ne siamo dimenticati dopo tanti decenni di pace praticamente assoluta – le soluzioni diplomatiche sono condizionate dall’andamento sul campo di battaglia. Merito dell’Ucraina ma, da un anno e mezzo, con un cruciale ruolo dell’Europa. Il cui sostegno politico, economico, industriale e militare è pertanto enormemente avallato e rafforzato dalla tenuta e dalla ripresa d’iniziativa, con droni ed altro, di Kyiv.

Da una posizione di relativa forza si negozia meglio. Che è quanto gli europei vorrebbero fare. Il dialogo con la Russia di Putin non è più un tabù – a condizione che non lo sia per lui un negoziato con gli europei al tavolo. In realtà, il presidente russo voleva un negoziato bilaterale solo con gli americani che gli desse l’Ucraina mani e piedi legati – questo lo “spirito di Anchorage”. Gli europei sono stati costretti a fare acrobazie con Washington, lodandone l’iniziativa diplomatica, ma tenendone a bada cedimenti a Putin, fermi nel sostegno a Kyiv durante un anno e mezzo in cui l’Ucraina appariva più debole e i negoziatori americani più tentennanti. Il G7 e il vertice Nato hanno visto Donald Trump a bordo di dichiarazioni nettamente pro-Kyiv – a parole almeno, ma anche le parole contano, e non ci sono solo quelle c’è la promessa di dare all’Ucraina la licenza per la costruzione di Patriot.

L’Europa non ha una politica estera. L’Unione europea – che non rappresenta l’intera Europa – ha una solida struttura, ma è condizionata dal principio dell’unanimità, dalla mancanza di un Dna della difesa che non si improvvisa, e dalla neutralità di alcuni membri. Con tutti questi vincoli, fa miracoli, vedi sanzioni alla Russia, ma è spesso costretta a fermarsi al minimo comun denominatore. La risposta alle crisi richiede pertanto un misto di Ue e di formati ad hoc larghi, come i volenterosi riunitisi ieri a Parigi, e/o ristretti come gli E3/4/5 (dipende da chi c’è). Come “sistema” lascia moltissimo a desiderare, ma in questa fase caotica delle relazioni internazionali riesce a esprimere posizioni abbastanza efficaci nelle emergenze. L’ha fatto in positivo in Ucraina ma anche, pur in negativo, nel Golfo. Dove gli europei, con sfumature diverse ma uniformità di fondo, hanno semplicemente rifiutato di farsi coinvolgere nella guerra israelo-americana all’Iran. I seguiti potranno essere più complessi per l’esigenza di ripristinare la libertà di navigazione nelle acque internazionali di Hormuz. Intanto la posizione europea è stata compatta anche sotto il diluvio di rimostranze di Trump verso gli “alleati” a suo dire non abbastanza leali.

Questa fermezza di posizioni su fondamentali temi e interessi europei paga. E contrasta con l’ondivagare della politica estera americana, o meglio di “questo” presidente americano, che lo lascia oggi in mezzo al guado fra guerra e pace nel Golfo. E non è l’unico intoppo: il tanto applaudito piano per Gaza è insabbiato nel disarmo di Hamas, tant’è che gli Usa hanno deciso di partecipare alla conferenza donatori Ue su Gaza annunciandovi aiuti per 900 milioni di euro; la guerra russo-ucraina si è intensificata anziché finire in 24 ore. La spiegazione è da ricercare proprio nell’inaffidabilità di una politica estera e di sicurezza che poggia sulle decisioni imprevedibili e insindacabili di un leader solo al comando. Hanno il pregio della rapidità certo – lo stesso vale per Vladimir Putin. Ma non sono né lineari né costanti. Al contrario. Meglio allora la faticosa continuità europea che invece tiene perché riflette interessi di nazioni non capricci di leader. I leader se ne fanno interpreti e portatori. Ed è questo che ne assicura la continuità e, in ultima analisi, la riuscita. I leader vanno, pensiamo a Keir Starmer ieri, o al ruolo di Mario Draghi sull’Ucraina. Le posizioni restano.


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