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Oltre i confini della Cina. Cosa raccontano i J-16 arrivati in Egitto

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La Cina presenta il dispiegamento in Egitto di J-16 e velivoli di supporto come una dimostrazione della crescente capacità della PLA Air Force di proiettare una forza aerea integrata a distanza intercontinentale. L’enfasi posta da Pechino su rifornimento in volo, comando, rapidità di dispiegamento e operazioni “system-of-systems” indica che il messaggio riguarda molto più dei singoli caccia coinvolti nell’esercitazione. Sullo sfondo c’è anche il rapporto militare tra Cairo e Washington: l’Egitto potrebbe utilizzare la cooperazione con Pechino per ampliare le proprie opzioni e, secondo Andrea Ghiselli, anche per mandare un segnale agli Stati Uniti

L’arrivo in Egitto di almeno sei J-16 cinesi è la parte più visibile di un dispiegamento insolitamente ambizioso della People’s Liberation Army Air Force. Il modo in cui Pechino stessa racconta l’operazione suggerisce che i caccia siano soltanto la componente visibile di una storia più ampia.

La formazione cinese ha percorso oltre 6.000 chilometri, attraversando due continenti e quattro Paesi in quasi nove ore, per partecipare a “Eagles of Civilization 2026”, la seconda esercitazione congiunta tra le forze aeree cinese ed egiziana. I J-16, avvistati inizialmente durante uno scalo a Karachi, sono accompagnati da aerei per il rifornimento in volo, velivoli per missioni speciali ed elicotteri.

È la prima volta che i J-16 raggiungono l’Africa mediterranea per l’esercitazione. Più significativo, però, è il linguaggio utilizzato dalla Cina per descrivere il dispiegamento.

La PLA Air Force presenta l’operazione come un test delle proprie capacità di “long-range projection”, “agile deployment” e delle operazioni “system-of-systems”. La lettura offerta dai media cinesi va oltre: l’addestramento a lungo raggio oltremare starebbe passando dalla semplice verifica delle capacità a una fase di maggiore “maturità e normalizzazione”.

La distinzione conta. Portare diversi caccia avanzati fino in Egitto dimostra autonomia; trasferirvi una formazione integrata, rifornire i velivoli da combattimento durante il viaggio, utilizzare il tanker anche come nodo di comando aereo e preparare rapidamente la forza alle operazioni dopo l’arrivo punta a dimostrare qualcosa di più complesso: la capacità di spostare, coordinare e sostenere potenza aerea tattica molto oltre la tradizionale geografia militare cinese.

Il J-16 è il messaggero

Il J-16 attira inevitabilmente l’attenzione. Caccia pesante bimotore e multiruolo, viene descritto dagli esperti militari cinesi come capace di trasportare un carico bellico maggiore e svolgere una gamma più ampia di missioni contro obiettivi aerei, terrestri e marittimi rispetto ai J-10C inviati dalla Cina all’esercitazione dello scorso anno.

Il passaggio dal J-10C al J-16 offre quindi a Pechino un indicatore visibile dell’evoluzione dell’addestramento. “Eagles of Civilization 2026” dovrebbe comprendere tattiche di combattimento aereo, operazioni per la superiorità aerea, ricerca e soccorso in combattimento ed esercitazioni sull’impiego delle forze.

Concentrarsi troppo sul caccia rischia però di far perdere di vista ciò che la Cina sembra maggiormente interessata a mostrare.

Un video diffuso dalla PLA Air Force mostra un YY-20A rifornire i J-16 durante il trasferimento verso l’Egitto, compresi due caccia contemporaneamente. Secondo la ricostruzione cinese, il tanker ha svolto anche la funzione di nodo di comando aereo. Una volta arrivato il dispositivo, personale e materiali sono stati rapidamente predisposti per le attività di volo.

Questi dettagli occupano uno spazio importante nella narrativa cinese perché la capacità mostrata non riguarda semplicemente le prestazioni di un velivolo. Piuttosto ruota attorno alla possibilità di collegare caccia, supporto logistico, rifornimento, funzioni di comando e personale attraverso distanze considerevoli. È questo a dare al dispiegamento un significato che supera quello di una normale esercitazione bilaterale.

Dall’addestramento oltremare alla “strategic air force”

La lettura militare cinese collega esplicitamente esercitazioni come questa all’ambizione di Pechino di costruire quella che definisce una “strategic air force”. Lo sviluppo delle capacità a lungo raggio viene inoltre associato alla possibilità di “safeguard its overseas interests”, proteggere gli interessi cinesi oltremare.

È una formula che aiuta a capire perché l’Egitto sia significativo. La Cina non ha bisogno di stabilire una presenza aerea permanente nel Mediterraneo perché il dispiegamento abbia rilevanza strategica. La questione immediata è se la PLA Air Force stia sviluppando esperienza operativa, capacità logistiche e procedure integrate che rendano progressivamente più semplice operare lontano dal territorio cinese.

La differenza è tra presenza e capacità di presenza. L’Egitto offre l’opportunità di esercitare la seconda. Un trasferimento di circa 6.000 chilometri obbliga la PLA Air Force a confrontarsi con distanza, rifornimento in volo, ambienti operativi non familiari e movimento coordinato di velivoli e personale. La stessa narrativa cinese sottolinea il valore di esporre gli aerei di prima linea a condizioni geografiche, climatiche e operative differenti.

La dimensione dell’Indo-Mediterraneo – di cui l’Egitto è la porta settentrionale, verso l’Europa – assume così un peso particolare. Se gli interessi cinesi si estendono attraverso regioni sempre più lontane e Pechino collega esplicitamente la costruzione di una forza aerea strategica alla loro protezione, diventa rilevante anche la capacità di far seguire a quegli interessi una qualche forma di proiezione militare.

Sarebbe prematuro parlare sulla base di una singola esercitazione di una postura militare cinese strutturata nello spazio indo-mediterraneo. “Eagles of Civilization”, tuttavia, permette alla PLA Air Force di esercitare alcune delle capacità necessarie per operare lungo quella profondità geografica.

Il calcolo egiziano

C’è poi una seconda dimensione, distinta dalle ambizioni cinesi: cosa cerca il Cairo attraverso una cooperazione militare sempre più visibile con Pechino.

Per Andrea Ghiselli, Lecturer alla University of Exeter e Head of Research del ChinaMed Project e tra i massimi esperti internazionali della difesa cinese, il dispiegamento è “potenzialmente importante” innanzitutto perché mostra “più confidenza da parte cinese a portare i propri aerei all’estero e farli vedere da vicino”.

Se il programma dell’edizione 2026 sarà simile a quello dell’anno precedente, osserva Ghiselli, “l’esercitazione dovrebbe essere relativamente comprensiva”. Restano tuttavia possibili limiti derivanti dagli accordi tra Egitto e Stati Uniti. Nel 2025, ricorda, il Cairo utilizzò i MiG anziché gli F-16 proprio in relazione a questi vincoli.

Questo introduce una dinamica più ampia nei rapporti militari egiziani. Secondo Ghiselli, con la guerra in corso è probabile che l’Egitto sia sempre meno soddisfatto dei limiti posti agli upgrade dei velivoli di produzione americana, che Washington non autorizza da tempo con l’obiettivo di preservare il vantaggio militare qualitativo israeliano.

Dal 2024, inoltre, circolano speculazioni su un possibile acquisto egiziano di caccia cinesi J-10 e missili PL-15. Né Pechino né il Cairo, sottolinea Ghiselli, hanno però mai confermato queste ipotesi.

Anche la possibilità che la Cina utilizzi l’esercitazione come vetrina commerciale va quindi trattata con cautela. Ghiselli non esclude che Pechino possa spingere per una vendita, ma avverte che finché non compariranno “caccia made in China con le livree egiziane” non considererebbe l’ipotesi acquisita.

Il Cairo, del resto, ha interesse a preservare i propri contratti con gli Stati Uniti. La cooperazione con la Cina può dunque rispondere contemporaneamente a esigenze militari e diplomatiche. Come altri partner di Washington, osserva Ghiselli, non è da escludere che l’Egitto stia utilizzando anche questa apertura verso Pechino per mandare un segnale agli Stati Uniti.

Questa ambiguità è parte della rilevanza dell’esercitazione: per la Cina, l’Egitto offre un ambiente nel quale mostrare e affinare capacità di proiezione a lungo raggio; per il Cairo, Pechino può offrire opzioni aggiuntive senza implicare necessariamente un abbandono della relazione militare con Washington.

Una capacità, non sei caccia

La geografia porta inevitabilmente Israele nell’equazione, ma non dovrebbe diventare la chiave principale attraverso cui leggere “Eagles of Civilization”.

Per Israele, il significato risiede meno nei sei J-16 in sé che nel tipo di forza aerea che Pechino sta dimostrando di poter schierare con crescente efficacia in Medio Oriente. Nulla nelle informazioni disponibili indica che l’esercitazione sia diretta contro Israele, né un dispiegamento temporaneo di questo tipo modifica da solo gli equilibri militari regionali.

Più interessante è la progressiva estensione della geografia operativa della PLA Air Force. Una capacità militare osservata soprattutto attraverso la lente dell’Indo-Pacifico sta dimostrando di poter raggiungere anche il Mediterraneo con caccia avanzati e gli asset necessari a sostenerli.

Come ha osservato CNKY, il quadro più ampio potrebbe essere più significativo. Nel solo mese di agosto, la PLA Air Force ha annunciato attività congiunte con Egitto, Emirati Arabi Uniti, Thailandia e Bielorussia. Ciò che Pechino sta mostrando in Egitto è quindi meno la capacità di volare lontano in una singola occasione che l’ambizione di rendere la distanza una componente sempre più ordinaria delle operazioni aeree cinesi.

È probabilmente questo il segnale più interessante di “Eagles of Civilization 2026”. Sei J-16 non costituiscono una nuova presenza militare cinese nel Mediterraneo. Ma operazioni di questo tipo possono costruire esperienza, procedure e capacità che rendano progressivamente meno eccezionale vedere la potenza aerea cinese operare molto oltre i confini della Cina.

(Foto: Wikipedia)


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