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La stretta sulle firme e il rischio di un boomerang per la maggioranza

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L’aumento della soglia per i nuovi soggetti politici, chiamati a raccogliere almeno 6.000 firme per collegio, anziché le tradizionali 1.500, rischia di essere una scorciatoia che non costituisce soltanto un azzardo sul piano processuale e costituzionale, ma anche un messaggio chiaro all’opinione pubblica: un’involontaria confessione di debolezza

Intervenire sulle regole del gioco a ridosso di una competizione elettorale è sempre un esercizio ad alto rischio, capace di innescare tensioni istituzionali non sempre facili da gestire. È quanto sta accadendo attorno alla stretta sulle firme per la presentazione delle liste alle prossime elezioni politiche: una misura approvata dal Senato che non solo ha fatto scattare l’immediata mobilitazione delle opposizioni, ma che si avvia anche a diventare un potenziale terreno di contenzioso davanti alla Consulta.

Il punto d’attrito più aspro riguarda l’impennata della soglia per i nuovi soggetti politici, chiamati a raccogliere almeno 6.000 firme per collegio, anziché le tradizionali 1.500, con una raccolta delle sottoscrizioni che, in via generale, resta affidata alla modalità autografa. Una barriera all’accesso che lascia invece inalterata la soglia per i partiti o gruppi politici costituiti in gruppo parlamentare o componente politica di gruppo parlamentare in almeno una delle due Camere, secondo i requisiti previsti dalla nuova disciplina. Una differenza che rischia di tagliare fuori dal perimetro della competizione i movimenti minori e le nuove esperienze civiche, da Progetto Civico Italia al PSI fino al Patto per il Nord.

Oltre al profilo squisitamente politico – che comunque non va sottovalutato – a pesare è la tenuta costituzionale di una simile stretta. Dal punto di vista giuridico, la Corte costituzionale riconosce al legislatore un’ampia discrezionalità nella disciplina elettorale, ma ne sottopone le scelte al limite della manifesta irragionevolezza e al rispetto delle garanzie costituzionali. La stessa Consulta ha riconosciuto che l’obbligo di raccogliere un determinato numero di firme può essere funzionale a evitare un’eccessiva dispersione delle candidature e ad assicurare una minima consistenza alle liste. Ma ha anche ricondotto la sottoscrizione delle liste all’esercizio dei diritti politici tutelati dagli articoli 48 e 49 della Costituzione.

Imporre 6.000 firme per collegio, in un contesto altamente digitalizzato e con tempi alquanto ristretti, potrebbe dunque alimentare un contenzioso sulla ragionevolezza e sulla proporzionalità della misura, oltre che sulla sua incidenza sul pluralismo politico e sul diritto di elettorato.

Ma la misura impone, prima di tutto, una riflessione di natura strategica. La ratio dichiarata nel dibattito parlamentare richiama l’esigenza di contenere la frammentazione e contrastare la proliferazione di liste prive di una significativa consistenza elettorale. Un obiettivo che si inserisce in un sistema nel quale la dispersione delle candidature può incidere sugli equilibri complessivi della competizione.

Tuttavia, blindare il perimetro della competizione rischia di trasformarsi in un pericoloso boomerang. Una coalizione che ambisce a essere percepita come solida e fortemente radicata nel Paese non dovrebbe temere la concorrenza della periferia politica, né affidarsi a barriere burocratiche all’ingresso per sfoltire il campo degli avversari.

Il messaggio che traspare all’esterno appare infatti quello di una maggioranza che non si fida abbastanza della propria capacità di aggregare consenso in un confronto a campo aperto.

Il consenso, tuttavia, si conquista – o perlomeno dovrebbe conquistarsi – convincendo gli elettori nelle urne, non alzando ostacoli amministrativi per impedire ai potenziali competitori di arrivarci.

Affidarsi alla scorciatoia delle firme quadruplicate non costituisce pertanto soltanto un azzardo sul piano processuale e costituzionale, ma finisce per rappresentare un messaggio chiaro all’opinione pubblica: un’involontaria confessione di debolezza. Il timore, mai esplicitato ma evidente, che a liste libere la coalizione possa non disporre dei numeri necessari per blindare la propria riconferma.


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