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L’economia spaziale dei piccoli satelliti da una prospettiva regionale. L’esempio della Sardegna

Di Alberto Cossu
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La nuova corsa allo spazio non si gioca solo nei grandi poli industriali. Con Janasat, la Sardegna prova a costruire un ecosistema capace di collegare ricerca, imprese e infrastrutture strategiche al sistema spaziale italiano. Un test della capacità dei territori di creare valore nella Space Economy oltre i finanziamenti pubblici

Il completamento del progetto Janasat segna un passaggio importante per il sistema aerospaziale italiano. Per la prima volta le competenze sviluppate in Sardegna nella sensoristica, nell’intelligenza artificiale e nell’elaborazione dei dati convergono in una piattaforma satellitare intelligente destinata alla Space Domain Awareness, cioè all’osservazione e alla sorveglianza dell’ambiente orbitale. Non siamo ancora di fronte alla produzione seriale, né alla nascita di una fabbrica paragonabile ai maggiori poli aerospaziali italiani, ma il risultato dimostra che l’isola può inserirsi nella nuova economia dello spazio con una specializzazione coerente con le proprie infrastrutture e con l’evoluzione del mercato internazionale.

La questione centrale non è stabilire se la Sardegna sia già un polo di produzione satellitare: sarebbe una conclusione prematura. Il punto è comprendere se Janasat possa segnare il passaggio da un ecosistema fondato su ricerca e infrastrutture scientifiche a una specializzazione industriale capace di generare prodotti, servizi e ricavi sul mercato. In questa prospettiva il progetto vale come caso di prova: non solo un risultato tecnologico, ma un indicatore della capacità dell’isola di trasformare competenze accumulate nel tempo in una filiera economica stabile.

Janasat è stato sviluppato da Nurjana Technologies nell’ambito del progetto e.INS – Ecosystem of Innovation for Next Generation Sardinia, e in particolare dello Spoke 05 dedicato alle tecnologie aerospaziali, coordinato dal Distretto AeroSpaziale della Sardegna (Dass). Il programma ha permesso di progettare e validare l’architettura di una piattaforma capace di integrare sensori ottici, elaborazione di bordo basata sull’intelligenza artificiale e strumenti software per la fusione dei dati. Il satellite è concepito per individuare, identificare e seguire gli oggetti in orbita – dai satelliti operativi ai detriti – contribuendo a proteggere le infrastrutture da cui dipendono comunicazioni, navigazione, osservazione della Terra e sicurezza.

La crescita del numero di satelliti in orbita rende questa funzione sempre più importante. Costellazioni commerciali, programmi governativi e militari e la diffusione dei CubeSat rendono lo spazio circumterrestre più affollato e difficile da governare, aumentando il rischio di collisioni e l’esigenza di distinguere manovre ordinarie da comportamenti anomali: una capacità tecnologica, economica e strategica destinata a diventare parte integrante della sicurezza europea.

L’elemento qualificante di Janasat è l’integrazione tra osservazione ottica e capacità di elaborazione intelligente. Tradizionalmente i satelliti raccolgono dati che vengono trasmessi a terra e poi elaborati; l’intelligenza artificiale a bordo consente invece di selezionare e analizzare parte dei dati direttamente nello spazio, riducendo tempi di risposta, volume delle comunicazioni e carico sui centri terrestri. È il passaggio da una piattaforma che osserva a una piattaforma che contribuisce a interpretare ciò che osserva.

Il progetto si fonda sulle competenze maturate da Nurjana nel tracciamento elettro-ottico, nella fusione multisensore e nell’analisi in tempo reale, sviluppate soprattutto per applicazioni terrestri e ora trasferite al segmento orbitale. L’integrazione con Spadas, la piattaforma software dell’impresa per la gestione di dati provenienti da sensori terrestri e spaziali, apre la prospettiva di un sistema distribuito: una futura costellazione potrebbe combinare osservazioni orbitali con radar e telescopi a terra, per una rappresentazione più completa dell’ambiente spaziale.

Occorre però distinguere quanto è stato realizzato da quanto resta da fare. Il progetto ha completato l’architettura e la validazione funzionale delle tecnologie abilitanti; le fasi successive riguardano industrializzazione, costruzione dei dimostratori e verifica delle prestazioni in orbita. Parlare di “satellite made in Sardegna” esprime bene l’origine territoriale delle competenze, ma non deve far pensare che esista già una linea capace di produrre satelliti in serie. Il dato rilevante è l’avvio di una capacità regionale di progettazione e integrazione, da consolidare con missioni operative, certificazioni, capitali e contratti.

È qui che assume rilievo il Dass. Costituito nel 2013, non è un’impresa ma una struttura pubblico-privata che riunisce università, centri di ricerca, grandi operatori industriali e piccole aziende tecnologiche, con il compito di collegare le competenze dell’isola ai programmi nazionali ed europei. Janasat rappresenta bene questo modello: un’impresa regionale sviluppa la piattaforma, mentre il Distretto coordina l’ambiente scientifico e istituzionale in cui la tecnologia evolve.

La Sardegna possiede infrastrutture difficilmente replicabili altrove: il Sardinia Radio Telescope di San Basilio ospita la Deep Space Antenna dell’Asi, operativa dal 2017, che ha collaborato con il Deep Space Network della Nasa e supportato l’atterraggio su Marte della missione InSight; a Perdasdefogu, nel Poligono di Salto di Quirra, opera lo Space Propulsion Test Facility di Avio, dedicato ai motori del lanciatore Vega. L’accordo tra Dass e Ministero della Difesa, valido fino al 2028, consente inoltre di usare le infrastrutture militari per attività civili di ricerca aerospaziale.

Janasat introduce in questo ecosistema una componente nuova: ai tracciamenti da terra, alle comunicazioni con lo spazio profondo e alla sperimentazione propulsiva si aggiunge ora la capacità di sviluppare sistemi satellitari intelligenti. Non si tratta di replicare la produzione delle grandi Space Smart Factory, ma di occupare nicchie ad alto valore aggiunto in cui la dimensione limitata del sistema industriale regionale può essere compensata dalla specializzazione.

La presenza di competenze in diversi segmenti, tuttavia, non equivale ancora a una filiera industriale. Una filiera richiede relazioni continuative tra fornitori e clienti, commesse, investimenti privati, capitale umano stabile, proprietà intellettuale valorizzata e, soprattutto, la capacità di generare ricavi oltre la durata dei programmi pubblici che hanno finanziato la ricerca. È su questo terreno che si giocherà la fase successiva dello sviluppo aerospaziale regionale.

La scelta dei piccoli satelliti è coerente con l’evoluzione della Space Economy. Miniaturizzazione, standardizzazione delle piattaforme e riduzione dei costi di lancio hanno permesso anche a università, centri di ricerca e Pmi di sviluppare missioni un tempo riservate alle grandi agenzie. CubeSat e nanosatelliti, costruiti in tempi brevi e distribuiti in costellazioni, possono diventare nodi di reti complesse per osservazione della Terra, comunicazioni, navigazione e sorveglianza orbitale grazie a sensori avanzati e software intelligenti.

È qui che la questione tecnologica diventa economica. Per un territorio periferico come la Sardegna, partecipare alla Space Economy non dipende dalla capacità di costruire grandi volumi, ma dall’individuare funzioni specialistiche in cui sviluppare un vantaggio competitivo: sensoristica avanzata, elaborazione dei dati a bordo, intelligenza artificiale, fusione delle informazioni e servizi di Space Domain Awareness. La questione decisiva diventa allora non quanti satelliti si possano costruire nell’isola, ma quale parte del valore generato dalle nuove infrastrutture spaziali possa essere prodotta e trattenuta in Sardegna.

L’inserimento nel sistema nazionale passa attraverso il Cluster Tecnologico Nazionale Aerospazio e le collaborazioni con Asi, Cira, Avio e università. Il Dass ha già coordinato progetti come Generazione E, sulla propulsione, e Space Manufacturing in Situ, sulle risorse lunari e marziane. Janasat aggiunge una direttrice che dialoga con le politiche italiane sulla sicurezza spaziale: la Sardegna potrebbe offrire non grandi volumi produttivi ma capacità di sperimentazione, payload e servizi di analisi.

L’inserimento nelle reti nazionali ed europee non garantisce però automaticamente un mercato. La transizione dalla ricerca all’industria richiede una domanda capace di sostenere le prime applicazioni: per tecnologie legate alla sicurezza spaziale, questa domanda può provenire inizialmente dal settore pubblico – Asi, Difesa, programmi europei – che può svolgere il ruolo di primo utilizzatore, permettendo alle tecnologie di raggiungere maturità operativa e referenze per competere sul mercato. Una delle questioni decisive per Janasat sarà dunque individuare, oltre alle risorse per costruire e lanciare i dimostratori, anche i primi clienti.

La dimensione europea è altrettanto rilevante: la Space Domain Awareness è ormai priorità per l’autonomia strategica dell’Unione, che dipende da infrastrutture orbitali per una parte crescente delle proprie attività economiche. Il Dass aderisce alla rete Nereus delle regioni europee che utilizzano tecnologie spaziali e intrattiene rapporti industriali con Airbus; attraverso Avio è collegato alla filiera europea dei lanciatori Vega, e attraverso la Deep Space Antenna l’isola opera in sinergia con Estrack dell’Esa. Janasat potrebbe quindi trovare spazio in programmi europei dedicati alla sorveglianza e alla gestione del traffico orbitale.

Esiste infine una proiezione extraeuropea: la collaborazione con la Nasa collega la Sardegna alle reti mondiali per l’esplorazione spaziale, e nel 2026 il DASS ha sottoscritto un accordo quinquennale con l’Università di Adelaide e il Centre for Space Resources – Andy Thomas sulle risorse extraterrestri. Le imprese regionali, a cominciare da Nurjana, operano già su mercati internazionali: relazioni che non costituiscono ancora una filiera globale integrata, ma che aprono canali di sperimentazione e commercializzazione.

Il futuro dipenderà dalla capacità di trasformare Janasat da progetto tecnologico in programma industriale: il passaggio più difficile, quello che separa la ricerca finanziata dalla nascita di un prodotto capace di trovare clienti e sostenersi sul mercato. La sequenza è ancora in gran parte da percorrere – dimostratori, lancio, validazione in orbita, certificazioni, primi clienti, servizi e reinvestimento dei ricavi – e il rischio da evitare è che le competenze sviluppate grazie ai programmi di ricerca rimangano legate alla durata dei finanziamenti che le hanno generate.

Janasat può essere considerato il primo vero banco di prova di questa transizione. La Sardegna non ha probabilmente la dimensione industriale per competere con i grandi poli europei nella produzione seriale di satelliti, ma può ricercare una propria specializzazione nelle attività a maggiore intensità di conoscenza: sensoristica, intelligenza artificiale di bordo, fusione dei dati, integrazione tra sistemi terrestri e orbitali, sperimentazione e Space Domain Awareness. In questo modello, la perifericità geografica e la limitata dimensione del sistema produttivo possono essere compensate dalla specializzazione tecnologica e dall’integrazione nelle reti nazionali ed europee.

La vera misura del successo non sarà dunque il semplice fatto che un satellite progettato in Sardegna raggiunga l’orbita, ma la capacità di trasformare quel risultato in competenze permanenti, contratti, servizi e nuovi investimenti. La sfida non è soltanto costruire un satellite, ma trasformare una costellazione di infrastrutture, ricerca e progetti in una specializzazione industriale riconoscibile. È su questo terreno che Janasat potrà dimostrare se rappresenta la conclusione positiva di un progetto di ricerca o l’inizio di una nuova fase della Space Economy sarda.


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