Skip to main content

Contro Musk non bastano le alleanze, all’Europa serve una regia. Scrive Spagnulo

CONDIVIDI SU:
Aggiungi Formiche su Google

L’Ue vuole evitare che la riforma delle regole sulle telecomunicazioni faciliti l’ingresso dominante di SpaceX nella telefonia mobile e nella banda larga. Ma il problema non è soltanto Starlink: è il ritardo europeo e il modo in cui l’Europa decide, o spesso non decide. L’opinione di Marcello Spagnulo, ingegnere esperto aerospaziale

Sul quotidiano finanziario Financial Times, l’europarlamentare polacco Michal Kobosko lancia l’allarme secondo cui l’Europa non dovrebbe svegliarsi un giorno scoprendo che SpaceX controlla il mercato continentale senza aver fatto nulla per impedirlo. Da anni Starlink riempie l’orbita bassa con satelliti che offrono Internet e Kobosko se ne accorge adesso, meglio tardi che mai. Ma il punto è che SpaceX non si ferma e si prepara a collegare direttamente gli smartphone, con il servizio Direct-to-Device (D2D). La questione non è più se la tecnologia di Starlink funzionerà, ma come si integrerà con le reti terrestri e con quali effetti sugli operatori tradizionali.

Negli Stati Uniti SpaceX ha acquisito licenze di spettro a bassa frequenza per la connettività mobile diretta al consumatore. È inoltre in trattativa per acquistare la rete di torri cellulari di Crown Castle, che ne gestisce circa 40.000, ma sta negoziando anche con American Tower e Vertical Bridge. Se conclusi questi accordi, darebbero a SpaceX una quota molto rilevante delle torri mobili statunitensi. Musk ha annunciato l’obiettivo di attivare il servizio all’inizio del 2028, ove autorizzato.

Il vantaggio strategico della società di Musk nasce dalla combinazione di satelliti, spettro a bassa e media frequenza, Wi-Fi, celle e torri. Non è una semplice offerta satellitare concorrente delle reti mobili, ma un progetto globale di una rete ibrida che può integrare copertura terrestre e spaziale. SpaceX non cerca competizione perché è già un attore globale e la sua strategia è espansiva. Gli operatori europei si trovano così davanti a scelte difficili: perdere quote di mercato, vendere, allearsi con il nuovo concorrente oppure costruire un’alternativa. Quest’ultima opzione è la preferita di Bruxelles. 

Infatti, a maggio la Commissione ha proposto di riservare alle imprese europee due terzi dello spettro delle frequenze a due GHz, utilizzabili per collegare direttamente gli smartphone ai satelliti. La proposta ha provocato la reazione dell’ambasciatore statunitense presso l’Ue, Andrew Puzder, che ha minacciato ritorsioni «devastanti». A settembre, il presidente francese Emmanuel Macron ha invocato un’alleanza tra i maggiori operatori europei, e così Orange, Deutsche Telekom, Vodafone e Telefónica hanno firmato una lettera d’intenti per presentare un’offerta comune sulle frequenze satellitari a due GHz in fase di riallocazione.

L’iniziativa è un segnale politico, ma non colma da sola il divario industriale. I quattro operatori hanno esperienza nelle reti terrestri e devono associarsi a un fornitore satellitare. Un possibile candidato è la società francese Eutelsat, che opera la costellazione OneWeb con 650 satelliti in orbita. La flotta non supporta il D2D e andrebbe rinnovata, con nuovi investimenti e tecnologie, ma le licenze europee a due GHz scadono nel 2027 e una nuova infrastruttura difficilmente sarà pronta in tempo. Con tutta probabilità la Commissione potrebbe dover prorogare i servizi oggi affidati a Viasat ed EchoStar.

Ma è la distanza tecnologica a impressionare. I satelliti Starlink V3 già lanciati da SpaceX sono progettati per circa 1 terabit al secondo in downlink e 160 gigabit in uplink; il D2D è previsto con la generazione V2 Mobile dal 2027. In teoria, solo cinque satelliti V3 hanno già oggi una capacità aggregata paragonabile a quella nominale dell’intera flotta OneWeb. Si tratta di un confronto teorico ma comunque impietoso ed evidenzia la scala della sfida. SpaceX ha anticipato la domanda, raccolto capitali, sviluppato tecnologie e ridotto i costi. L’anno scorso ha effettuato 170 lanci, contro gli otto europei, e dispiega satelliti a ritmo molto superiore.

L’Europa è in ritardo nelle costellazioni, nei lanci e nella competitività dei costi, e per il futuro prevedibile resterà dipendente da tecnologie statunitensi, come ammesso da un recente editoriale apparso su The Economist. Ma non si può dire sia stata colta di sorpresa da Musk perché la trasformazione in atto era visibile da anni. SpaceX ha cambiato il paradigma industriale e ha sfruttato condizioni che l’Europa ha lasciato maturare. Per questo la diagnosi non può fermarsi alle formule retoriche tipo «servono più investimenti» o «bisogna fare sistema». La domanda più utile è: perché è successo questo e che cosa è andato storto in Europa?

La risposta sta nella frammentazione delle responsabilità. L’Agenzia spaziale europea (Esa) è distinta dall’Ue e comprende anche Regno Unito, Svizzera e Norvegia. La Commissione ha competenze condivise e, soprattutto, di coordinamento (Trattato di Lisbona); Euspa dovrebbe curare l’operatività, mentre gran parte dello sviluppo tecnico resta all’Esa. Nell’insieme Esa, Commissione, Stati membri e agenzie nazionali negoziano programmi e priorità. Ne derivano tempi lunghi, responsabilità diluite e confini incerti tra obiettivi civili, commerciali e di difesa. Anche regole comuni, come il proposto Eu Space Act, incontrano resistenze.

Quindi non è andato storto nulla, è successo ciò che ci si poteva attendere da un complesso sistema basato sulla negoziazione permanente. Una possibile riforma sarebbe creare un’autorità europea unica di committenza spaziale, dotata di potere d’acquisto, bilancio pluriennale e responsabilità diretta sui risultati. Potrebbe riunire funzioni oggi distribuite tra Commissione, Euspa e programmi applicativi dell’Esa. Quest’ultima potrebbe concentrarsi solo su scienza e ricerca tecnologica, mantenendo il sacrosanto principio del giusto ritorno. Come negli Stati Uniti, l’Ue potrebbe agire da cliente comune: acquistare servizi, garantire una domanda stabile e accettare una quota di rischio industriale.

Una riforma simile è facile a dirsi ma complessa a farsi, richiederebbe cambiamenti politici e industriali non indolori. Ma restare allo status-quo non aiuta a contrastare la competizione esterna. In Europa esiste una frase mainstream secondo cui «da soli nessuno può farcela», si tratta di un riflesso pavloviano che non scontenta nessuno ma non indica scelte. Ma soprattutto non sempre è vero. Alcune grandi missioni di scienza o esplorazione richiedono un’ampia cooperazione mentre progetti innovativi di satelliti o lanciatori possono nascere da singoli Paesi o gruppi più ristretti.

Con realismo dovremmo ammettere che è sempre stato così: Ariane era un progetto francese con Germania e Italia; Vega era iniziativa italiana cui aderì la Francia e non la Germania; Galileo era un’iniziativa franco-tedesca che attraversò anni di tensioni politiche; la partecipazione alla Stazione Spaziale Internazionale fu voluta da Germania e Italia e inizialmente osteggiata dalla Francia.

Ancora oggi coalizioni a geometria variabile possono accelerare: la Germania sostiene fuori dall’Esa piccoli lanciatori privati; la finlandese Iceye si è alleata con Nokia per proporre capacità sovrane di comunicazione satellitare. Sono progetti, al di là delle loro evoluzioni, che mostrano il potenziale di una strategia condivisa da un singolo Paese o un gruppo ristretto. 

L’Europa spaziale non ha un unico centro decisionale, e fingere il contrario non la rende più unita. Una riforma che riconosca la geometria variabile potrebbe evitare una frammentazione disordinata, in cui i Paesi perseguono strategie nazionali – vedasi l’attuale postura tedesca – mentre le istituzioni comuni restano un simulacro. La riforma comporta rischi, ma il costo dell’immobilismo è maggiore.


×

Iscriviti alla newsletter