Il rifiuto cinese del lodo arbitrale del 2016 si accompagna a una crescente pressione sul terreno contro le Filippine. Ma la coercizione di Pechino sta producendo un effetto opposto: spinge Manila e gli altri partner regionali a rafforzare alleanze e cooperazione di sicurezza nell’Indo-Pacifico
Da anni Pechino presenta la disputa nel Mar Cinese Meridionale come un intricato intreccio di rivendicazioni storiche, sovranità contese e interpretazioni del diritto internazionale. Al Seoul Defense Dialogue, il ministro della Difesa filippino Gilberto Teodoro ha impiegato poche parole per riportare la questione alla sua essenza.
Durante il suo intervento sulla sicurezza marittima e sull’UNCLOS, Teodoro ha ricevuto un biglietto proveniente, secondo la stampa sudcoreana, dall’ufficio dell’addetto alla Difesa dell’ambasciata cinese. Il messaggio ribadiva la posizione di Pechino sull’arbitrato del 2016 sul Mar Cinese Meridionale. La sentenza sarebbe illegale, nulla e priva di valore e la Cina non riconoscerebbe alcuna rivendicazione fondata su di essa.
Teodoro lo ha letto ad alta voce. Arrivato al passaggio in cui Pechino dichiarava di non riconoscere il lodo arbitrale, ha replicato semplicemente: «Certo, perché avete perso».
Una battuta che sintetizza dieci anni di confronto. La Cina ha ratificato l’UNCLOS nel 1996. Nel 2013 le Filippine hanno avviato un procedimento arbitrale previsto dalla stessa Convenzione. Pechino ha rifiutato di partecipare, contestando la giurisdizione del tribunale, ma il procedimento è proseguito e nel luglio 2016 è arrivata la decisione.
Il tribunale ha respinto la base giuridica delle rivendicazioni cinesi sui cosiddetti «diritti storici» all’interno della linea dei nove tratti e si è pronunciato contro Pechino su diversi aspetti delle sue attività nelle acque rivendicate da Manila. Il lodo è definitivo e vincolante per le parti. La Cina, dieci anni dopo, continua semplicemente a dichiararlo «nullo».
Nel Mar Cinese Meridionale Pechino sta cercando di consolidare attraverso la presenza fisica e la coercizione ciò che non è riuscita a ottenere attraverso il diritto internazionale.
Scarborough Shoal ne è l’esempio più evidente. Dopo lo stallo del 2012 con Manila, la Cina ha stabilito una presenza pressoché permanente intorno all’atollo, situato all’interno della zona economica esclusiva filippina. Negli ultimi anni sono aumentati i pattugliamenti della Guardia Costiera cinese, accompagnati da boe, barriere galleggianti e altre strutture.
A luglio Manila ha accusato unità cinesi di aver utilizzato cannoni ad acqua contro navi governative filippine nei pressi dell’atollo per due giorni consecutivi. Durante uno degli episodi, una nave cinese si sarebbe avvicinata fino a circa sette metri da un’imbarcazione filippina. Pechino ha definito le proprie azioni legittime «misure di controllo».
Pochi giorni prima si era verificato un altro incidente a Second Thomas Shoal, dove Manila mantiene la propria presenza attraverso la BRP Sierra Madre, la vecchia nave da guerra deliberatamente arenata nel 1999. Negli ultimi anni le missioni filippine di rifornimento sono state ripetutamente ostacolate con blocchi, speronamenti, cannoni ad acqua e manovre aggressive.
La strategia è ormai prassi. Pechino evita generalmente lo scontro militare aperto e opera appena sotto la soglia che potrebbe provocare una risposta armata. Guardia Costiera, milizia marittima, pattugliamenti continui, barriere e pressioni sulle imbarcazioni avversarie consentono però di modificare progressivamente la situazione sul mare.
Un cannone ad acqua oggi, una barriera domani, pattugliamenti permanenti successivamente. Alla fine, acque contese cominciano ad apparire come acque amministrate dalla Cina.
Non serve occupare formalmente un territorio se si riesce a rendere permanente la propria presenza e sempre più difficile quella degli altri.
Scarborough Shoal mostra chiaramente questo processo. Ad aprile la Cina ha condotto pattugliamenti navali e aerei di «prontezza al combattimento» intorno all’atollo mentre Filippine e Stati Uniti svolgevano le esercitazioni Balikatan insieme ad Australia, Giappone, Canada, Francia e Nuova Zelanda.
Più recentemente, Manila ha denunciato la presenza della nave cinese per ricerche geologiche Haiyang Dizhi Shihao, dotata di capacità di perforazione dei fondali, che avrebbe trascorso 25 giorni nella ZEE filippina senza autorizzazione, operando a lungo nell’area di Scarborough Shoal.
Il biglietto consegnato a Teodoro a Seul diventa così quasi la rappresentazione diplomatica di ciò che accade sul mare. La Cina crea una realtà attraverso la propria presenza e poi pretende che quella realtà diventi la base della discussione. Quando il diritto internazionale contraddice questa impostazione, Pechino ne rifiuta semplicemente la validità.
Ma questa politica sta producendo anche un effetto che la Cina potrebbe avere sottovalutato. Sotto Ferdinand Marcos Jr., Manila ha progressivamente abbandonato l’idea che il confronto con Pechino possa essere gestito esclusivamente sul piano bilaterale. Gli Stati Uniti restano il principale garante della sicurezza filippina, ma intorno a quell’alleanza si sta costruendo una rete molto più ampia.
Le Filippine hanno rafforzato la cooperazione militare con Giappone e Australia, concluso accordi con Canada e Nuova Zelanda, firmato un Visiting Forces Agreement con la Francia e avviato negoziati per un’intesa analoga con il Regno Unito. Anche la Corea del Sud è diventata un partner importante nella modernizzazione delle Forze Armate filippine, fornendo a Manila aerei FA-50, fregate e altri sistemi.
Non è quindi irrilevante che lo scontro verbale con Pechino sia avvenuto proprio a Seul. Teodoro aveva già osservato durante la visita che la Cina tende a sfruttare qualsiasi vuoto strategico nella regione. Ma aveva aggiunto un elemento ancora più importante. È la stessa pressione cinese a spingere gli Stati asiatici verso una cooperazione di sicurezza sempre più stretta.
È forse la maggiore contraddizione della strategia di Pechino. La Cina denuncia il rafforzamento delle alleanze americane e delle partnership nell’Indo-Pacifico come una strategia di contenimento. Ma ogni nuovo incidente nel Mar Cinese Meridionale rafforza precisamente l’argomento di chi considera quelle alleanze indispensabili.
La superiorità materiale cinese rispetto alle Filippine è enorme. Manila non può competere con le dimensioni della Marina, della Guardia Costiera e della milizia marittima cinese. Può però rendere molto più costoso qualsiasi tentativo di trasformare quella superiorità in un controllo incontrastato del mare attraverso una rete di alleanze e partnership.
E il problema non riguarda soltanto Manila. Vietnam, Malaysia e Brunei hanno dispute marittime con Pechino. L’Indonesia ha avuto ripetuti confronti con unità cinesi vicino alle isole Natuna. Il Giappone affronta una pressione costante intorno alle Senkaku nel Mar Cinese Orientale. Taiwan vive la stessa dinamica su una scala ancora maggiore.
La questione non è quindi semplicemente a chi appartenga un determinato scoglio. È quale regola debba governare i mari dell’Asia: il diritto internazionale oppure la capacità della maggiore potenza regionale di imporre progressivamente la propria volontà.
Dieci anni dopo, il lodo del 2016 continua proprio per questo a rappresentare un problema per Pechino. La Cina può dichiarare di non riconoscerlo. Non può cancellarlo, né può impedire agli altri Stati di utilizzarlo come riferimento per contestare le sue rivendicazioni.
Soprattutto, non può evitare le conseguenze politiche della propria strategia.
Pechino sostiene che la crescente rete di alleanze e partnership militari nell’Indo-Pacifico destabilizzi la regione. Manila sostiene esattamente il contrario. È il comportamento cinese ad averla resa necessaria.
Per questo la risposta di Gilberto Teodoro ha avuto tanta risonanza. La Cina ha dichiarato ancora una volta di non riconoscere il lodo arbitrale.
«Certo, perché avete perso». Dietro l’ironia rimane una questione molto più seria. Se una grande potenza può aderire alle regole internazionali e ignorarle quando il risultato non le conviene, il problema non riguarda più soltanto Cina e Filippine.
Riguarda l’intero Indo-Pacifico e il principio fondamentale secondo cui la forza, da sola, non può diventare diritto.
















