La fine del caccia franco-tedesco spinge la Germania verso il programma che Italia, Regno Unito e Giappone sviluppano dal 2022. Le regole che hanno permesso al Gcap di andare avanti sono le stesse che un quarto partner rimetterebbe sul tavolo, e Roma deve decidere a quali condizioni accettarlo. L’analisi di Andrea Arquilla, Geopolitica.info
Entro la fine dell’anno si potrebbe decidere se la Germania entrerà nel Global Combat Air Programme (GCAP), il caccia di sesta generazione che Italia, Regno Unito e Giappone sviluppano insieme. La scelta segue il ritiro tedesco, l’8 giugno, dal Future Combat Air System (FCAS), avviato nel 2017 con la Francia e poi allargato alla Spagna, anche perché dopo nove anni e circa quattro miliardi di euro spesi, del velivolo non esiste un prototipo.
Un caccia di sesta generazione opera insieme a droni di scorta e scambia dati con satelliti, navi e reparti a terra attraverso una rete comune, il cosiddetto combat cloud. L’importanza di tale piattaforma deriva dal fatto che chi ne disegna l’architettura fissa gli standard dell’aviazione militare europea per decenni. Il GCAP ha retto finora per ragioni opposte a quelle che hanno affondato il FCAS, e un ingresso tedesco riaprirebbe le questioni su cui il progetto franco-tedesco si è consumato. Per l’Italia, unico Paese dell’Unione nel programma, la scelta è tra difendere la posizione acquisita e guidare l’allargamento.
FCAS: Due idee di sovranità sullo stesso aereo
Parigi voleva un aereo capace di trasportare il futuro missile nucleare ASN4G e di operare dalla portaerei Charles de Gaulle, perché il velivolo doveva garantire la componente aerea della deterrenza nucleare francese. Berlino e Madrid, al contempo, cercavano un erede dell’Eurofighter per il combattimento aria-aria, da affiancare agli F-35 acquistati dalla Germania per il ruolo nucleare della NATO. Come ampiamente preannunciato, in nove anni i governi non hanno stabilito quale esigenza dovesse prevalere.
L’assenza di una regia politica ha lasciato spazio a uno scontro di natura industriale. Dassault rivendicava la guida del progetto e rifiutava di condividere con Airbus le tecnologie che rendono un aereo difficile da individuare al radar. Nell’estate 2025 la stampa tedesca riferì che l’azienda francese chiedeva l’80 per cento del lavoro sul caccia, ricostruzione che Dassault ha smentito. Il documento quadro con le specifiche comuni non è mai stato concordato, e ogni decisione richiedeva l’accordo di tre imprese in concorrenza. In definitiva, il Consiglio tedesco per le relazioni estere (DGAP) ha attribuito il fallimento a una carenza di direzione politica prima che a un conflitto tra aziende.
Le regole che tengono in piedi il GCAP
I partner del GCAP cercano un successore per Eurofighter ed F-2 senza vincoli nucleari o imbarcati, e nessuno dispone di un campione industriale in grado di pretendere la guida esclusiva. Dall’esperienza dell’F-35, di cui l’acquirente non controlla il software, discendono i principi di Freedom of Action e Freedom of Modification, che consentono a ogni partner di impiegare e modificare il velivolo in autonomia.
La principale leva che ha tenuto insieme il progetto è stata a livello istituzionale: il trattato del dicembre 2023 ha creato a Reading un’agenzia intergovernativa, la GIGO, con potere decisionale delegato. Sul versante industriale Edgewing, partecipata in parti uguali da Leonardo, BAE Systems e dal consorzio giapponese JAIEC, è il contraente principale e detiene la design authority, l’ultima parola tecnica sul progetto. Nell’Eurofighter le quote seguivano gli ordini di ciascun Paese, mentre nel GCAP la parità è scritta nel trattato. L’entrata in servizio fissata al 2035, cinque anni prima dell’obiettivo del FCAS, ha scoraggiato i partner dal riaprire questioni già chiuse.
Il conto per l’Italia
Per l’Italia il GCAP costa già molto più di quanto previsto. Il 3 luglio i tre governi hanno firmato con Edgewing un contratto da 4,6 miliardi di sterline, che copre i diciotto mesi di definizione e ingegnerizzazione del velivolo. A gennaio Roma aveva rivisto la propria quota dei costi di sviluppo da 6 a 18,6 miliardi di euro e chiesto al Parlamento altri 8,769 miliardi, da ripartire su dodici esercizi. Questa spesa grava per intero sul bilancio dello Stato poiché due partner su tre sono fuori dall’Unione, e il programma resta quindi escluso dai prestiti europei di SAFE. Tuttavia, a giugno è arrivata la prima crisi: il contratto ponte stava per scadere e Londra non aveva ancora approvato il piano di investimenti per la difesa. Per fortuna, anche dopo l’avvertimento di BAE Systems relativo alla potenziale riallocazione di tremila ingegneri dei siti Leonardo su altre commesse, il piano è passato il 30 giugno, l’ultimo giorno utile.
Le strade di Berlino
La Germania arriva con un bilancio della difesa di 108,2 miliardi di euro nel 2026, previsto a 161,8 miliardi nel 2029, e con un consorzio nazionale, Team Gen 6, guidato da Airbus. A Farnborough il capo di Airbus Defence and Space Michael Schoellhorn ha detto che l’azienda partecipa soltanto dove ottiene «una porzione significativa del lavoro e della leadership».
L’ingresso nel GCAP porterebbe risorse e un ordine potenziale fino a 150 aerei, ma imporrebbe di scegliere tra una parità ridotta al 25 per cento e una formula asimmetrica che reintrodurrebbe gerarchie tra i soci. Pesano anche la design authority già assegnata a Edgewing e i timori giapponesi di ritardi. Le alternative sono un nuovo caccia con la Svezia, che partirebbe da zero, o un programma nazionale, che nessun Paese europeo ha mai sostenuto da solo per un velivolo di questa generazione.
Cosa conviene a Roma
In Italia convivono due linee. L’amministratore delegato di Leonardo Lorenzo Mariani, che a giugno aveva aperto a Berlino, a Farnborough ha presentato l’ingresso tedesco come un rischio di ritardo, a tutela della quota del 33,3 per cento. Al contrario, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha annunciato procedure per chi vuole entrare come osservatore o come partner, sul modello dello status concesso al Canada a luglio.
Le due linee si tengono insieme se la mediazione serve a proteggere ciò che l’Italia ha già ottenuto. Roma deve anzitutto mettere in sicurezza i fondi, perché la crisi di giugno ha mostrato quanto sia debole al tavolo un partner con gli stanziamenti in sospeso. È necessario nei prossimi mesi fissare con certezza l’investimento che l’Italia vuole introdurre sul progetto GCAP. Poi, con Londra e Tokyo vanno concordate le condizioni per Berlino prima della decisione tedesca; Alla Germania si possono offrire segmenti nuovi del programma senza toccare il lavoro già assegnato, lasciando fuori dalla trattativa la design authority di Edgewing e la scadenza del 2035. Infine, le regole sull’export vanno scritte prima dell’adesione, perché nel FCAS la questione è rimasta aperta per anni e ha contribuito alla rottura.
La decisione tedesca è attesa entro la fine dell’anno. Se la posizione comune con Londra e Tokyo arriverà dopo quella data, le condizioni dell’allargamento le avranno scritte altri.
Estratto del contributo al Geopolitical Brief n°72 disponibile qui
















