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I nostri anni Settanta, la “notte della repubblica” e il presente difficile. La lettura di Corbino

Di Alessandro Corbino
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Le piazze europee tornano a evocare gli anni Settanta e la lunga stagione che preparò il terrorismo, ma le somiglianze rischiano di nascondere una realtà profondamente diversa. Oggi il disagio sociale si intreccia con nuove radicalizzazioni, guerre, insicurezza e crisi della rappresentanza, mentre l’Occidente ha smarrito molte delle certezze che allora ne sostenevano la tenuta. A rendere il quadro ancora più fragile è l’assenza di un’intesa tra maggioranza e opposizione capace di fare argine alle derive eversive. Sullo sfondo, una questione decisiva: senza una diffusa adesione alle regole costituzionali, anche lo Stato di diritto rischia di restare una costruzione soltanto formale. La riflessione del prof. Alessandro Corbino

Quello che vediamo accadere nelle piazze di tutta Europa evoca, soprattutto in coloro che quella stagione hanno vissuto, il ricordo degli anni che prepararono il terrorismo. Vi sono certo molte analogie, ma vi sono anche differenze che non andrebbero trascurate.

Serpeggiano ragioni di disagio assai più estese di quelle di allora.

Negli anni del dopo-Sessantotto, il problema era culturale e politico. In discussione vi erano (semplifico il necessario) il principio di autorità e il capitalismo. Due problemi ai quali erano specialmente sensibili gli intellettuali – non a caso i movimenti nacquero nelle università ed ebbero come protagonisti (attivi o comunque interessati) “tutti” gli studenti (non le loro odierne minoranze) – e le classi operaie, che guardavano al comunismo sovietico, come allora idealizzato dalle dirigenze (sindacali e di partito) di riferimento, che non se ne erano ancora deluse. La questione aveva molto di ideologico.

Oggi la situazione è più complessa.

Le ragioni del disagio, da un lato, sono meno “concentrate” (nelle cause), dall’altro, sono in grado di penetrare (proprio perché meno specifiche) in un tessuto sociale più ridotto nei numeri e tuttavia più ampio per tipologia. Coinvolgibile inoltre (grazie ai social) con più immediatezza e superficialità di messaggio.

Né esistono più le “barriere” di naturale resistenza (come erano le allora ancora vive, familiari e religiose). La stessa vita umana non riceve il medesimo riguardo frenante. Aggredire e uccidere è divenuto purtroppo, in molti giovanissimi, persino eccitante.

Nel ribellismo contemporaneo si cumulano disagio economico ed esistenziale. Al quale le spinte ideologiche si aggiungono.

In primo piano, vi sono caro vita, ansie nelle giovani generazioni per un futuro sempre meno programmabile, presenza di immigrati delusi da un’accoglienza lontanissima dalle loro speranze, guerre delle quali la giustificazione è nebulosa, differenze sociali sempre più dilatate ai poli, insicurezza dilagante (conseguenza anche del concorrere di tutte queste ragioni).

Concretissime ragioni, delle quali le ideologiche si avvalgono (incoraggiandone le reazioni) per accrescere la visibilità delle loro istanze: causa palestinese, pressioni anarchico-insurrezionali, rifiuto delle logiche del capitalismo (lasciato identificare per altro con ciò che ne è piuttosto degenerazione, come lo spropositato ruolo assunto dalla finanza o lo strapotere che si è consentito acquisire alle cd big-tech).

Diverso è anche il contesto internazionale.

La situazione si inserisce, come allora, in una crisi che coinvolge l’intero mondo “occidentale”, ma con due differenze fondamentali. Allora esso era forte del consenso di chi considerava i suoi assetti politici (nel confronto che lo vedeva competere con quello che costituiva al tempo il “blocco sovietico”) comunque indiscutibilmente preferibili, alla luce di una supremazia economica, tecnologica e militare palpabile.

Quegli assetti si discutevano, ma apparivano ancora ai più una trincea irrinunciabile. Oggi quella supremazia non esiste più e gli assetti di sistema traballano, indeboliti oltretutto dalle reazioni che si registrano (scomposte in molto e inclusive di guerre che stanno facendo sentire i loro duri effetti persino su chi ne è rimasto del tutto estraneo).

Non rassicurano, ma sgomentano “anche” coloro che non simpatizzano in nulla con gli “avversari” dichiarati (si chiamino Putin, terrorismo islamico o Cina). Senza dire del fatto che allora gli Usa consideravano l’Europa un mondo da difendere e ora uno del quale diffidare. Il quadro di contorno è insomma assai più debole e lacerato.

Non dico che la partita sia persa. Dico che è più incerta e difficile di allora.

Anche dal punto di vista della nostra situazione interna, andrebbero considerati aspetti che rendono le cose diverse.

Di analogo vi è una situazione della politica, che sconta il discredito maturato da una pratica che ha allontanato da sé crescenti strati della popolazione. Accadeva anche allora che i partiti fossero considerati sordi e autoreferenziali.

E che dunque per essere ascoltati fosse necessario scavalcarli, affidare le proprie ragioni agli strumenti della fattualità gridata (le occupazioni, le manifestazioni e i cortei).

L’inizio di una deriva che portò in breve alla violenza e da questa al terrorismo, in un intreccio di interessi anche divergenti (nelle ragioni e negli obiettivi specifici) ma convergenti “in negativo” nella necessità di abbattere intanto le forme politiche vigenti, che tuttavia assecondavano un potere reale abbastanza efficace.

A rendere però radicalmente diversa (e molto più fragile) la situazione presente, è che – negli anni di incubazione del terrorismo e poi in quelli nei quali esso dilagò – i partiti di governo (screditati, ma solidi di un consenso abbastanza adesivo) ottennero il coinvolgimento nell’azione di contrasto del Pci, che stava rivedendo le proprie strategie (sempre più lontane dal filosovietismo degli anni del primo dopoguerra) e che sposò la causa della repubblica.

Con ricadute di rilievo, dirette (azione parlamentare) e indirette (influenza su opinioni pubbliche, stampa e magistratura).

La maggioranza del tempo poté agire in una duplice direzione: condurre un’azione repressiva determinata (sostenuta anche da leggi speciali) e creare una barriera “culturale” all’eversione condivisa dall’opposizione, alla quale si offrivano intanto – in uno scambio non dichiarato, ma trasparente – incisive riforme sociali.

Quelli Settanta furono gli anni dell’avvio delle regioni (permetteva al Pci di assumere il controllo amministrativo di una parte importantissima del Paese), del divorzio e della riforma del diritto di famiglia (che avviavano una laicizzazione fattuale incisiva della cultura nazionale), dello statuto dei lavoratori (la più importante legge di modernizzazione e di emancipazione di quegli anni), delle leggi sull’istruzione che avrebbero presto reso “di massa” anche quella universitaria, dell’istituzione del servizio sanitario nazionale.

Sarebbe ingiusto ritenere che si sia trattato di riforme “dettate”. Il processo di modernizzazione era già avviato e fu condotto dai partiti di governo con larga convinzione. Ma, certo, l’atteggiamento costruttivo del Pci fu allora determinante.

Nulla di tutto questo è oggi all’orizzonte. I partiti di maggioranza godono di un potere reale molto meno solido. Per ragioni oggettive di contesto economico e internazionale.

Ma anche per la tiepidezza di quanti ancora “partecipano” (ma solo con il voto) a una politica molto più autoreferenziale di quanto già non fosse quella (che pure lo era) degli anni Settanta.

I partiti di opposizione sono, a loro volta, lontanissimi (per qualità delle loro dirigenze) dal Pci di Berlinguer. Compattati solo dall’avversione verso forze alle quali non concedono nemmeno il riconoscimento degli sforzi (palesi) con i quali tentano di destreggiarsi (non senza risultati) in un mondo senza bussola e in un’Europa prigioniera delle sue burocrazie e delle sue velleitarie politiche (nell’ambito di forme senza consistenza).

Ultimo, ma non ultimo.

Negli anni Settanta, il nostro era uno stato debole, governato da una classe politica che si stava facendo (dopo la compiuta ricostruzione) arrogante e la nostra una democrazia appena avviata. Ma uno anche nel quale era ancora salda la convinzione (nella maggioranza come nelle opposizioni) che uno “stato di diritto” è (tecnicamente) quello disegnato dalla sua Costituzione e non un “liquido” riferimento solo ai “diritti” che in essa (o in altre Carte di analogo rilievo) siano consacrati. Lo è, se chi vi vive ne accetta i doveri, i limiti del suo agire altrettanto descritti dalla Costituzione.

Uno “stato di diritto” è una comunità regolata da “forme” limitanti. Definiscono un “dover essere” (per tutti, governanti compresi) da rispettare nelle circostanze. Nessuno, insomma, vi è autorizzato ad operare “come” gli aggrada. Non l’autorità nell’esercizio delle sue

potestà. Non il singolo nell’esercizio delle sue libertà. Ciascuno deve restare “nei confini” di uno spettro (più o meno ampio) di possibilità (quelle appunto contenute nella regola di riferimento). E tuttavia esso non vive di queste “forme”. Vive dell’adesione ad esse.

Nessuno può impedire infatti che a ogni “dover essere” segua la fattualità di un “essere” che vi si conformi o vi si sottragga. Ed è per questo che una loro diffusa trasgressione lo vanifica.

Una “società” si dà leggi (e si preoccupa di farle rispettare) proprio perché essa non è un mero aggregato umano, ma uno costituito da “soci”. È un insieme che coopera a uno scopo condiviso. Per un aspetto, esso è stabile (presupposto di ogni altro), costituito dalla “sicurezza” delle persone e dei loro beni. Per l’altro è mobile e aggiornabile, costituito da obbiettivi “storici” (fissati per migliorarne la condizione) rimessi a valutazioni di opportunità.

Le quali, negli stati “democratici”, sono “discusse” e “deliberate” – con procedure che non escludono nessuno e che perciò impegnano i soccombenti (le minoranze) – da “delegati” fiduciari preposti (con coordinate, ma distinte competenze) a “sceglierli” (legiferando) e darvi effettività (amministrando e giudicando).

Fuori da questa elementare configurazione, né uno “stato di diritto” né una “democrazia” (che lo voglia essere) possono esistere.


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