Skip to main content

La cultura di destra non esiste. E allora come si governa?

CONDIVIDI SU:
Aggiungi Formiche su Google

Il volume di Giampiero Cannella mostra come identità, memoria e territorio possano diventare strumenti di governo: perché le idee, senza politica, restano astratte e la politica, senza cultura, è fragile. La recensione di Carlo Prosperi

Il titolo è un’esca. La sentenza è di Marcello Veneziani, che a metà anni Novanta replicò così a Bobbio. Giampiero Cannella la rovescia in una questione di metodo: se l’etichetta è stata “la lettera scarlatta” per escludere, che cosa resta quando la si disinnesca? Il sintomo è un riflesso condizionato: “Sei di destra, ma sei un uomo di cultura”, si è sentito dire l’autore, e quel “ma” è tutto il problema. Il volume (Serradifalco, 2026), costruito come conversazione con Danilo Maniscalco e aperto da una prefazione di Alessandro Giuli, procede in quattro tempi: genealogia del conservatorismo, critica del pensiero dominante, storia dell’elaborazione culturale della destra italiana, modello di governo del settore. L’ultimo è quello che interessa a chi si occupa di politiche pubbliche.

Si parte da Burke, ed è una scelta di campo: il conservatorismo di Cannella non è nostalgia ma prudenza istituzionale (“muterei per preservare”). Più interessante la diagnosi italiana: fascismo e Democrazia cristiana, pur opposti, hanno prodotto lo stesso risultato, “assorbire, digerire, inaridire” una sorgente di pensiero. Con provocazione: senza un veicolo politico, le idee non diventano classe dirigente. Qui il libro dà il meglio. La ricostruzione del 1992-1995 è un piccolo trattato sul rapporto tra elaborazione e azione. Un editoriale di Fisichella immagina l’Alleanza nazionale prima che esista; le Tesi di Fiuggi, scritte da Gennaro Malgieri, fissano il vocabolario (La Destra politica non è figlia del fascismo) prima del programma; le testate di Tatarella dichiarano l’obiettivo nel titolo, perché la testata è il progetto politico.

Prima si nomina, poi si governa. Cannella ne ha esperienza diretta: curò nel 1999 Rivoluzione Blu e racconta di averlo consegnato a Margaret Thatcher. Il bilancio è però severo: ciò che poteva rafforzare il tessuto culturale del centrodestra “resta una incompiuta”, e Giordano Bruno Guerri, citato a testimone, rimprovera a Berlusconi di essersi “tenuto le televisioni e la cultura di massa”. Tradotto: un blocco di governo senza infrastruttura culturale è un affitto, non una proprietà.

La tensione più feconda è un’altra. Per Cannella a destra non esiste l’intellettuale organico: il pensatore è di destra ma non “della destra”, e il modello è l’anarca jüngeriano. Eppure la sua stessa storia mostra una destra che produce idee in laboratori di partito. Chi svolge oggi quel lavoro in una forza di governo, e con quali strumenti? Il libro cita la fondazione Nazione Futura di Francesco Giubilei e il bimestrale Pagine libere. Non scioglie il nodo, ma fissa due vincoli: l’obiettivo non è un’egemonia uguale e contraria, e chi amministra mette da parte il gusto personale “nel momento in cui rappresento una istituzione”, perché la cultura dev’essere “libera e plurale”.

Il “modello Palermo” è dove tutto questo diventa policy, su tre assi. La tradizione come asset: la religiosità popolare (Festino, Acchianata, Settimana Santa) è un “pilastro dell’offerta culturale”, e il 400° anniversario di Santa Rosalia genera un concorso fotografico e una mostra itinerante con Farnesina e Istituti italiani di cultura, fino a Pechino: soft power su base identitaria. La memoria: l’intitolazione dei Cantieri culturali della Zisa a Vittorio Ducrot, che costò l’ostilità di una parte dell’intellettualismo locale (fu fascista, come ricorda l’autore la quasi totalità degli italiani prima delle leggi razziali: episodio “paradigmatico di un habitus mentale”), e la riscoperta del Liberty, a lungo rimosso da un pregiudizio ideologico. Le periferie: Zen 2, Corviale e Vele diventano la prova che “l’egemonia culturale, in Italia, è passata anche dai Piani Regolatori Generali”, e da lì la proposta di “politiche culturali diffuse e partecipative”, cioè cultura “non come intervento episodico, ma strutturale”. Il filo che lega i tre assi è l’identità usata come metodo, non come recinto.
Giuli ricorda che Cannella è stato nominato sottosegretario alla Cultura mentre il libro era in bozze: la lettura restituisce dunque la cornice di indirizzo entro cui verranno trattati i dossier.

Le idee, senza un veicolo politico capace di strutturarle, rimangono puro esercizio di stile e la politica, a sua volta, senza un’infrastruttura culturale di riferimento, si riduce a una gestione precaria e temporanea. La vera sfida del governare risiede proprio in questa capacità di traduzione: trasformare l’elaborazione teorica, la memoria e l’identità in architettura istituzionale, in policy e in interventi strutturali sul territorio.


×

Iscriviti alla newsletter