La battuta d’arresto del trumpismo alle elezioni di medio termine potrebbe trasformarsi in un vantaggio strategico per gli Stati Uniti nella competizione tecnologica con la Cina. La corsa all’intelligenza artificiale mette alla prova non soltanto la capacità innovativa americana, ma anche la tenuta delle sue istituzioni. Il pluralismo, l’autonomia dell’intelligence e la capacità di correggere gli errori del potere possono diventare fattori decisivi della potenza nazionale. L’analisi di Ciro Sbailò, professore ordinario di Diritto pubblico comparato, Università degli Studi Internazionali di Roma Unint
La sconfitta di Donald Trump nelle elezioni di medio termine del 3 novembre potrebbe rafforzare gli Stati Uniti nella competizione con la Cina. È una storia antica: due secoli e mezzo fa, la Repubblica americana nacque dalla convinzione che le divisioni interne non dovessero essere soppresse, ma organizzate in modo da limitare il potere e correggerne gli eccessi. Il conflitto, quando è disciplinato dalle istituzioni, può diventare una risorsa della potenza nazionale.
Le ragioni del voto sono molteplici: costo della vita, guerra in Medio Oriente, tensioni sociali e distanza tra prosperità finanziaria e condizioni materiali della popolazione. Ma il risultato interviene mentre l’intelligenza artificiale è diventata uno dei terreni decisivi della competizione con Pechino.
Trump ha puntato sull’accelerazione tecnologica: superintelligenza, data center, deregolamentazione e convergenza con una parte dell’industria digitale. Questa strategia incontra però limiti che non si cancellano per decreto. In Texas, la contestazione dei data center ha ricordato che infrastrutture presentate come strumenti di supremazia globale dipendono da energia, acqua, territorio e consenso locale. La resistenza ha attraversato gli schieramenti, entrando nel confronto elettorale.
Anche il modello finanziario presenta fragilità. L’enorme concentrazione di capitali nell’IA, il ricorso al debito e l’incertezza sui rendimenti non provano l’esistenza di una bolla, ma impongono una verifica delle aspettative. Il rischio aumenta quando politica, finanza e industria condividono le stesse premesse e hanno pochi incentivi a metterle in discussione.
Non è in discussione il valore strategico dell’innovazione. Su questo punto esiste una continuità di fondo tra il primo Trump, Biden e il secondo Trump: la competizione tecnologica con la Cina è ormai un interesse nazionale che attraversa le amministrazioni. Cambiano strumenti e priorità, non la posta in gioco. La domanda è se la corsa tecnologica debba seguire una traiettoria impermeabile alle informazioni provenienti dai territori, dalla società e dalle istituzioni. Qui una sconfitta elettorale assume un significato epistemico e costituzionale.
L’Articolo Zero
Alla base dell’ordine repubblicano americano si può individuare un principio implicito, una sorta di «Articolo Zero»: il potere politico deve poter decidere, ma non può stabilire per autorità ciò che è vero.
È qualcosa di più profondo della separazione dei poteri. Quest’ultima distribuisce competenze; l’Articolo Zero riguarda le condizioni conoscitive della decisione. Nessun centro politico dovrebbe monopolizzare insieme la definizione degli obiettivi, la produzione delle informazioni e la valutazione dei risultati.
Con l’espansione della sfera d’influenza americana, l’Esecutivo ha assunto responsabilità sempre maggiori. Proprio per questo è diventato essenziale preservare una tensione tra volontà politica e conoscenza della realtà: non soltanto tra Congresso e Presidente, ma anche all’interno dell’Esecutivo. È un agonismo istituzionale che non indebolisce necessariamente il comando; può renderlo più lucido.
Le controversie sull’autonomia dell’intelligence americana sono emblematiche. Il governo ha il diritto di definire le priorità della sicurezza nazionale, non di pretendere che le analisi confermino le convinzioni del vertice. L’intelligence serve a confrontare gli obiettivi con le possibilità reali. Se la valutazione delle minacce dipende dalla fedeltà politica, lo Stato rischia non solo di sbagliare, ma di perdere la capacità di accorgersene.
La sconfitta politica del trumpismo può riaprire questo spazio critico. Il controllo congressuale, il federalismo, la magistratura, la stampa e le università possono rendere più difficile subordinare ogni valutazione alla volontà presidenziale e rafforzare, indirettamente, l’autonomia delle strutture conoscitive dello Stato.
La correlazione degli errori
In termini epistemici, moltiplicare le analisi non migliora necessariamente le decisioni. Se le fonti condividono premesse e incentivi, i loro errori tendono a essere correlati: dieci valutazioni concordi possono valere meno di poche valutazioni indipendenti. L’unanimità apparente accresce la sicurezza, non necessariamente la conoscenza.
Il dissenso, allora, non è soltanto un diritto da proteggere. È un modo per sottoporre a prova le ipotesi del potere. Il pluralismo americano consente a soggetti differenti di contraddirsi senza dipendere tutti dalla medesima gerarchia. Non elimina gli errori, ma può impedirne l’accumulo sistematico.
La Cina dispone di straordinarie capacità di pianificazione, mobilitazione tecnologica e sperimentazione amministrativa, oltre che di propri strumenti di correzione. La concentrazione del potere pone tuttavia un problema: quanto possono essere indipendenti le valutazioni che contestano le premesse della leadership? La centralizzazione accelera le decisioni, ma può amplificarne gli errori. La velocità del comando non coincide con la qualità della conoscenza.
Il paradosso della potenza
La sfida non riguarda soltanto chi costruirà più data center o svilupperà per primo la superintelligenza. Riguarda la sostenibilità del rapporto tra innovazione, risorse, istituzioni e consenso. In termini di interdipendenza adattiva, un sistema è forte quando sa modificare la propria traiettoria prima che uno squilibrio diventi irreversibile.
Il pluralismo può certo degenerare in paralisi: il suo vantaggio esiste solo se il conflitto produce informazioni indipendenti e correzioni efficaci. Ma a Pechino sarebbe un errore confondere la contestazione del potere con il declino della potenza.
Trump perde le elezioni. L’America può rafforzarsi proprio perché il suo ordinamento conserva la possibilità di correggere la strategia del Presidente senza rinunciare alla propria ambizione globale.
















