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Suonando verso Ovest. Ciccotti racconta Balcanica

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Balcanica di Nicola Sarcinelli è una affilata storia di migrazioni, tra poesia e dramma del silenzio e dell’attesa, attraverso la “rotta balcanica”. Un film italiano che omaggia il cinema slavo e balcanico. La recensione di Eusebio Ciccotti

Sagome di uomini, indistinte, nella notte, in un bosco, sembrano due.  La camera le segue da dietro, registrando respiri e rumore ovattati di foglie e pezzetti di legno incrinantesi sotto i pesanti piedi. Passi lenti, misurati, affaticati, gravidi di tensione. Sulle spalle hanno grandi fagotti neri, quasi una protesi del corpo. Nel buio, tra tronchi di alberi, sterpi aggrovigliati, rami bassi intrecciati a forma di rete (immagine prolettica), i due procedono a fatica. In fondo a questo intrico della natura di tronchi ad alto fusto e arbusti selvatici “a macchia”, fin dove può arrivare l’occhio dello spettatore, ecco accendersi delle luci: sono torce che si muovono zigzagando, rapacemente: e, agganciate alle luci, seguono rapidi sordi colpi e poi grida: “Nè! Nè!”. La camera alzandosi verso l’alto, lascia un impastato scarabocchio di ombre, per cercare pezzi di cielo di una alba livida, invernale, tra le cime di alberi, nude stecche senza foglie: nelle nostre orecchie ancora colpi, tonfi, e dolorosi lamenti.

È un giorno grigio, la nebbia odora di indifferenza. Due uomini sono a terra. Il più giovane, lentamente si rialza, sangue raggrumato sul volto. Bagna un fazzoletto nel fiumiciattolo lì vicino. Si accosta a un altro uomo, anziano, dalla folta barba bianca. Gli toglie il calzino da un piede: appare gonfio e deforme, tumefatto, una carne bruna, battuta come quella su banco di una macelleria. Il giovane inizia a pulirlo, ma l’anziano non può non gemere dal dolore. A terra, accanto al giovane uomo, ecco il primo piano di una tuba, senza custodia.

Musicisti migranti

È l’inizio di Balcanica (2026, Nicola Sarcinelli), storia di un padre e un figlio, migranti in cammino-fuga dall’ Afghanistan verso l’Europa. In apertura-titoli, su fondo nero, abbiamo letto: “Dal 2021 in Afghanistan, sotto il regime talebano, la musica è stata bandita. Molti artisti lasciano il Paese cercando di raggiungere l’Europa attraverso la rotta balcanica. I violenti respingimenti al confine rendono questa tratta, ancora oggi, una della più disumane”.

Il lungo e sofferto cammino verso la libertà (un percorso cristologico) del direttore d’orchestra, l’anziano ma motivato Nazar (Babak Karimi, ceco-iraniano, Orso d’argento per Una separazione, 2011: una recitazione scalfita nella pietra: un attore che sarebbe piaciuto a Sergej Paradzjanov), di suo figlio, suonatore di tuba, Jalil (Ivar Wafaei, attore afgano, vive in Germania: asciutto, essenziale), presenterà varie “stazioni”.  Prima i colpi e le violenze sul proprio corpo; poi il cammino portando la croce; ecco ora il ripararsi – con altri poveri e distrutti migranti –  in depositi abbandonati; ancora, il cercare di ricaricare il cellulare nei villaggi, accolti inizialmente con paura e diffidenza dai poveri contadini locali; poi, ascoltare il racconto di chi è morto nel tentativo di attraversare la frontiera o di altri che vi hanno rinunciato tornando indietro.

Sul confine sparano

Cosa spinge Nazar a camminare sopportando atroci dolori (“sto bene!”) al piede, pestando a fatica le gelate pianure balcaniche? Un concerto. Quello che deve dirigere in Italia, organizzato da loro connazionale Quasim. E per tale serio impegno (“in tutta mia vita non ho mancato un concerto”) Nazar, appena ha una scheggia di tempo libero, tra la continua e dolorosa via crucis, il breve riposo concesso al dolorante piede, obbliga Jalil a provare: “In Italia conoscono la musica, non possiamo fare brutta figura. Suoniamo”.  Prove che Jalil asseconda ma con uno segreto scetticismo affiorante sul suo magro volto, dalla barba non rasata, preoccupato. Sì, perché Jalil parla inglese e sempre più acquisisce informazioni di migranti come loro, che non ce l’hanno fatta. Infatti, quando si è sul punto di attraversare il confine, “bisogna correre veloci”, prima che ti arrivino i colpi di fucili di precisione, gli confessa, senza messi termini, un suo connazionale. Aggiungendo che suo padre, Nazar, in quelle condizioni mai riuscirebbe mai a correre.

Jalil, a questo punto, cerca di convincere il padre a desistere. Ma il vecchio direttore d’orchestra risponde che la parola data non può essere non onorata: ricordando al figlio come Quasim abbia “già venduto tutti i biglietti”. Cosi i due musicisti, e noi spettatori, avevamo appreso durante le telefonate dei due con Quasim. Davanti alla tale ostinazione di Nazar, nel rischiare la vita, il figlio deve dire la verità: il concerto è tutta un’invenzione per giustificare la fuga dall’Afganistan, messa su da Jalil. Quasim vive in Germania. Nazar, è deluso. Ma non intende tornare indietro.

La confessione

La confessione della bugia è risolta da Sorcinelli con un taglio originale: i due in mezza figura, in successione prospettica, padre avanti e figlio dietro, con la camera quasi ferma, ma non immobile. Il padre esce dall’inquadratura, poi rientra e dice al figlio: “Mi hai mentito, per tutto questo tempo?”. Jalil: “Non saresti uscito dall’Afganistan”. Nazar: “Non torno indietro. Vado in Italia, e cercherò un altro musicista”. Poi lascia il figlio (in mezza figura): e, claudicando, va verso il fondo dell’inquadratura, in uno spazio tra due porzioni di case di legno del villaggio, prese in piano medio, dove pulsa coraggiosamente l’arancione di un pezzetto d’orizzonte al tramonto, delicatamente sporcato da alcuni stracci di nuvole. Naturalmente, in un buon soggetto di finzione tutto al maschile, vi è bisogno di un carattere femminile. Ecco Greta (Matilda De Angelis: brava sul serio: parla con gli occhi e il viso): una dottoressa italiana, volontaria in quella area.  I due riusciranno a passare il confine grazia a un colpo di fortuna e a Greta.

Un racconto in sottrazione

Sorcinelli mette su un racconto lineare ma non prevedibile. Lavora in sottrazione, sia nella costruzione della sceneggiatura che nei dialoghi. Greta entra nella vita dei due casualmente, e quando viene presentata, il suo lavoro di dottoressa, lo si può intuire solo dallo zaino medico che porta in spalla, colta mente gira con la sua vettura per le desolate campagne della Serbia e in micro-villaggi (necessari i suoi primi piani in auto), alla ricerca di migranti in difficoltà con la salute.

Un film italiano con occhio balcanico

Un racconto di cammino, sulla via della sofferenza, non può non far ricorso alla stady-cam, al seguire il personaggio: eppure, Sorcinelli sa far parlare anche il dettaglio: vedi le mani di padre e figlio, nel furgone (siamo nel finale). Finzione e documentario sono talmente ibridati con equilibrio e morbidezza, da far apparire Balcanica come un film di un italiano rispettoso del cinema slavo e balcanico: da Živovjn Pavlović, passando per Lucian Pintilie, sino a Sergej Loznitsa. I toni della luce invernale, tipicamente balcanica, si devono molto alla studiata fotografia, che cambia in intensità e colori, seguendo la sofferenza fisica e interiore dei personaggi, senza drammatizzare – sia negli esterni che negli interni-, di Damjan Radovanovic (lo ricordiamo anche per la solare fotografia di The Last Image of Father, 2019, di Stefan Borđjevic).

Balcanica, senza retorica, evitando il drammatico sovresposto, optando per una essenzialità tutta ungarettiana, ci parla della ferita sanguinante dei migranti e di confini trasformati in dolorose trincee, nel cuore dell’Europa. Da proiettare in tutte le scuole italiane.


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