Lo scrittore e giornalista Ezio Gavazzeni con “I cecchini del weekend. L’inchiesta sui safari umani a Sarajevo” (PaperFirst) ricostruisce una pagina triste di alcuni italiani facoltosi impegnati in un safari umano: uccidere per divertimento cittadini inermi
Quel 30 marzo del 1995, un forte e freddo vento corre “tra le case in cerca di qualcosa da portare via”. Siamo a Milano e, all’edicola di Porta Venezia, lo scrittore e giornalista Ezio Gavazzeni acquista una copia del Corriere della Sera. Un titolo in taglio basso attira la sua attenzione. “Vacanze in Bosnia tiro all’uomo compreso”. Il pezzo è firmato dall’attento Venanzio Postiglione, quindi credibile.
Gavazzeni, da antico e curioso cronista, non ci dorme sopra. Inizia la sua ricerca sul caso dei “turisti” europei, tra cui diversi italiani, i quali, durante l’assedio di Sarajevo (1992-1996), a opera delle truppe serbo-bosniache, pagavano per andare sulle colline, quinte naturali della capitale bosniaca, a caccia di inermi cittadini. Persone, che nei momenti di relativa tranquillità, tra un cannoneggiamento e l’altro, negli interstizi dei colpi dei cecchini, si affrettavano sui marciapiedi lungo i lati del piccolo fiume Miljacka (l’affluente della Bosna che divide la città in due), nella piazza Fra Grga Martic (quella davanti alla cattedrale cattolica), o negli slarghi del quartiere musulmano, per rimediare la parca spesa quotidiana, per correre a trovare una nonna malata, bloccata in casa, o per una visita dal dottore. Tali “vacanze” in Bosnia andavano dal venerdì alla domenica, da cui il titolo del volume “I cecchini del weekend. L’inchiesta sui safari umani a Sarajevo” (PaperFirst, 2026, pp. 280).
Altro input per l’inchiesta di Gavazzeni è un fascicolo aperto dal Tribunale dei Popoli di Trento, tra le cui carte vi è un articolo del quotidiano di Sarajevo, l’ “Oslobođenje”, del 1° aprile 1995. Qui si riferisce dell’offerta di cecchinaggio ai danni di passanti adulti in Sarajevo, avanzata da un ufficiale serbo a un “turista” italiano, dal quale si sente rispondere, “preferisco sparare ai bambini” (p. 34).
Una successiva traccia, incontrata “casualmente su Google”, è il film documentario “Sarajevo Safari”, uscito nel 2022, dello sloveno Miran Zupanič. Gavazzeni contatta il regista per sincerarsi sulla verità di quella che si configurerebbe come una probabile storia nazista fuori tempo. Miran conferma come durante la guerra ricchi occidentali si trasformavano in cecchini del week-end, con scarponi da montagna e mimetiche. Gavazzeni, unendo il materiale raccolto dal 1995 al 2022, cui aggiunge la corrispondenza con Zupanič, oltre al suo film, presenta una formale denuncia presso la Procura di Milano in merito “a degli italiani che hanno pagato per andare a sparare a civili a Sarajevo tra il 1992 e il 1995” (p. 39).
Come era strutturato il “viaggio” e come avveniva la “caccia”? Gavazzeni decide quindi rifare il percorso praticato anni prima dai “turisti-cecchini”, cercando ulteriori testimoni. Sono passate, intanto, alcune settimane dalla sua “scoperta”: siamo nel dicembre 2025. Egli parte da Milano verso Trieste, lo accompagna il giudice Guido Salvini. Incontreranno dei testimoni. Alcuni parleranno, altri balbetteranno di non ricordare, altri taceranno omertosamente.
Scioccante la testimonianza del “Legionario”, di Trieste, cui si deve il resoconto dell’itinerario seguito dai turisti-cecchini. Questi venivano accompagnati da una guida attraverso la Slovenia, Croazia sino in Bosnia. Ricorda un gruppo, per esempio, che ufficialmente godeva di un viaggio-premio elargito da una casa farmaceutica, attiva nel donare/vendere medicinali nelle zone di guerra. I componenti del gruppo, ben accolti da militari-guida, in quanto rappresentanti di aziende con fini etici, erano guidati attraverso frontiere e posti di blocco militari. Al gruppo venivano poi fornite delle armi, lungo il viaggio, ufficialmente per “difesa”. Quelle persone andavano, in realtà, a cecchinare, senza pietà, su inermi cittadini, dalle colline di Sarajevo.
Sulla provenienza dei cecchini del week-end, o della settimana, c’è ancora molto da scavare. Una informazione da me raccolta a Sarajevo, nell’estate scorsa, mi confermava la provenienza di questi turisti del delitto gratuito da altri Paesi, appartenenti a diversi ceti sociali. Mi ha colpito la presenza, tra di loro, di un pacifico maestro di scuola elementare, proveniente dai Balcani.
Nel capitolo firmato dalla criminologa Marina Radice, tra le diverse analisi, ci si sofferma sul piacere generato dal “tuffo adrenalitico” (p. 248) generato dall’uccidere “persone sconosciute, soprattutto bambini”. Come anche interessante è l’osservazione psicologica sulla cancellazione del senso di colpa: l’azione criminosa è subito categorizzata mentalmente come un gioco.
L’ inedito libro-denuncia di Ezio Gavazzeni, una doccia fredda sul lettore, è un tassello sconosciuto di “cronaca di guerra”, di cui gli storici dovrebbero tener conto.
















