Skip to main content

Crisi della partecipazione? Alla Sapienza votano 3 su 4 e i giovani fanno la differenza

CONDIVIDI SU:
Aggiungi Formiche su Google

Tre aventi diritto su quattro hanno votato anche al secondo turno per scegliere chi guiderà il più grande ateneo d’Europa, in una stagione in cui l’astensionismo sembra diventato la regola. A tenere viva la competizione sono anche le rappresentanze studentesche, il cui voto pesa più dei 67 voti ponderati che oggi separano Pierpaolo D’Urso e Fabio Lucidi in vista della terza tornata

In una fase politica in cui alle consultazioni locali capita sempre più spesso che voti meno di un elettore su due, c’è un luogo a Roma dove la partecipazione resta altissima. Alla Sapienza, chiamata a eleggere il rettore del sessennio 2026–2032, al primo turno ha votato l’80,72% degli aventi diritto e al secondo, chiuso lo scorso 16 ottobre, il 75,07%, con l’86,17% tra i docenti e una partecipazione vicina ai due terzi sia tra il personale tecnico, amministrativo e bibliotecario sia tra le rappresentanze studentesche.

Proprio il voto degli studenti, espresso attraverso i loro rappresentanti nelle assemblee di facoltà e negli organi di governo, racconta meglio di altri dati la vitalità di una comunità che non si limita a subire le scelte sull’università. Il regolamento attribuisce alla componente studentesca un peso che può arrivare al 15% del corpo docente e che nella seconda tornata si è tradotto in 368 voti ponderati, una quota in grado di orientare l’esito di una corsa così serrata.

Rispetto al primo turno i candidati sono scesi da cinque a quattro, dopo il ritiro della prorettrice alla Ricerca Maria Sabrina Sarto, e nessuno ha ancora raggiunto la fatidica soglia della maggioranza assoluta. L’ordine d’arrivo non è cambiato, ma il distacco tra i primi due si è più che dimezzato, da 150,5 a 66,8 voti ponderati, con il prorettore uscente Fabio Lucidi salito da 1.175,93 a 1.207,46, pari a un incremento del 2,7%, e il preside di Scienze politiche, sociologia, comunicazione Pierpaolo D’Urso cresciuto da 1.025,38 a 1.140,63, con un aumento dell’11,2%, il più ampio della competizione. Seguono Riccardo Faccini, a 880,78, e Antonio Carcaterra, rimasto sostanzialmente fermo a 746,13.

Scomponendo il voto si vede come D’Urso abbia guadagnato terreno soprattutto tra i docenti, passando da 678 a 781 preferenze a fronte delle 12 in più raccolte da Lucidi, mentre tra gli studenti resta nettamente in testa con il 54% dei voti ponderati. Il margine che separa i due in questa componente, circa 138 voti ponderati, vale più del doppio dell’intero distacco complessivo, e il dato assume un certo rilievo se si considera che i rapporti con la comunità studentesca rientrano tra le deleghe affidate a Lucidi nella governance uscente.

D’Urso legge il risultato in chiave di cambiamento e sostiene che «il 70% dell’elettorato ha scelto una candidatura di discontinuità con l’amministrazione uscente», affermazione che i numeri non smentiscono, visto che al prorettore è andato il 29,7% dei voti ponderati espressi. Da qui l’appello al «dialogo tra le forze che propongono il cambiamento» e la disponibilità «a raccogliere e coordinare il contributo di tutti coloro che vogliono una nuova pagina per Sapienza», con un’attenzione alle «componenti oggi meno rappresentate, da studentesse e studenti, al personale TAB, ai ricercatori e ai professori associati».

Dal 20 al 23 ottobre si torna a votare e servirà ancora la maggioranza assoluta dei voti, pesati e non pesati, una soglia che appare lontana per chiunque e che rende probabile il ballottaggio tra i due più votati, in programma dal 27 al 30 ottobre. Molto dipenderà dagli elettori di Faccini e di Carcaterra, ma se la tendenza emersa tra primo e secondo turno dovesse confermarsi il sorpasso sarebbe a portata di mano. Comunque vada, la Sapienza consegna l’immagine di un’istituzione in cui la competizione democratica è ancora capace di mobilitare e in cui i più giovani riescono a far valere la propria voce.


×

Iscriviti alla newsletter