Il messaggio delle urne non è una vendetta ideologica. È una richiesta di limiti al potere e coesione sociale. Trump resterà presidente per altri due anni: dovrebbe ascoltare il verdetto, non sfidarlo. I democratici, favoriti dal voto e dal ricambio interno, non scambino il successo per una delega in bianco. Le nuove assemblee dovranno ricondurre il confronto politico alla responsabilità democratica
Chi conosce gli Stati Uniti non ha mai dubitato dell’accortezza dei cittadini alle urne. Nel 2016 premiarono Trump; oggi, alle midterm, ne ridimensionano drasticamente le ambizioni. Ma attenzione alle letture italiane: quel voto non riabilita il woke, non indulge alle autocrazie né invoca populismi. Gli americani non rifiutano il capitalismo: rifiutano che politica e finanza si confondano.
Trump paga l’arroganza, la subcultura MAGA, le amicizie opache e la facilità con cui mescola affari familiari e potere pubblico. Ha trattato i giganti tecnologici da soci e la forza americana come una risorsa da usare senza cautela. Ma ha alimentato il sospetto che influenze straniere e cavalli di Troia di regimi autoritari entrassero nelle scelte di Washington.
Nel 2016 la sua vittoria fu anche una reazione alle esagerazioni della cultura woke, mentre arretrava la questione sociale. Dietro il linguaggio delle identità restavano i legami fra nomenclature democratiche e potere finanziario. Lo sapevano i sindacati dell’AFL-CIO, irritati dai favori che sembravano di voler concedere a banche e assicurazioni su sanità e previdenza. Hillary Clinton raccolse in quegli ambienti sostegni ingenti. Oggi Trump paga la stessa contraddizione, aggravata dalla spregiudicatezza.
Il messaggio delle urne non è una vendetta ideologica. È una richiesta di limiti al potere e coesione sociale. Trump resterà presidente per altri due anni: dovrebbe ascoltare il verdetto, non sfidarlo. I democratici, favoriti dal voto e dal ricambio interno, non scambino il successo per una delega in bianco. Le nuove assemblee dovranno ricondurre il confronto politico alla responsabilità democratica.
Per l’Europa la lezione è severa. Non può pretendere influenza se resta un insieme di Stati in cerca di protezione americana, salvo poi lamentarne la dipendenza. Occorre una federazione europea, capace di competere e cooperare con gli Stati Uniti da alleata libera forte e leale. Solo così si difendono sicurezza, libertà e modello sociale occidentale.
In Italia, invece, c’è chi tenta di arruolare quel voto nelle proprie battaglie. È una forzatura. Le condizioni non sono comparabili. Gli americani non hanno chiesto più Stato contro il mercato, né un ritorno alle liturgie woke. Non hanno aperto ai dittatori, né premiato il populismo che promette protezione e distribuisce illusioni. Hanno detto no alla cattura delle istituzioni da parte del denaro, alle ingerenze straniere, alle alleanze ambigue con gli autocrati. Per questo hanno punito Trump. Non è un voto contro il mercato.
Chi in Italia scambia questo giudizio per un lasciapassare alle proprie nostalgie o alle proprie indulgenze verso i regimi autoritari capovolge il senso del voto. La risposta americana non è meno Occidente: è più democrazia, più autonomia delle istituzioni, più rigore nei rapporti fra Stato e mercato. E per noi significa una cosa precisa: non un’Europa divisa, esposta ai ricatti, ma una federazione autorevole. Chi la ostacola non interpreta la lezione americana: la teme.
















