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Malawi, il paradosso delle terre rare in ostaggio della Cina

Di Mario Di Giulio

Tra giacimenti strategici bloccati e disuguaglianze estreme, uno dei Paesi più poveri del mondo resta seduto su un tesoro che non può, o non deve, toccare. L’intervento di Mario Di Giulio, docente di Law of Developing Countries all’Università Campus Bio-Medico di Roma e avvocato attivo nei Paesi africani

Il Malawi è un paradosso geografico e macroeconomico. Costantemente classificato tra i Paesi con il Pil pro capite più basso del pianeta (circa 600 dollari statunitensi annui), vive una condizione di povertà strutturale e disuguaglianze profonde: secondo stime internazionali, il 20% della popolazione controlla oltre la metà della ricchezza nazionale. Eppure, nel suo sottosuolo si nasconde una delle chiavi della transizione energetica globale: neodimio e praseodimio, minerali essenziali per magneti permanenti, veicoli elettrici e turbine eoliche. A differenza della Repubblica Democratica del Congo (anch’essa ricca di risorse), gode di una certa stabilità, senza considerare la bellezza e la ricchezza che potrebbe derivare dal lago che copre parte del suo territorio e dal quale il paese prende il nome. È naturale, quindi, porsi la domanda del perché questa ricchezza non si traduca in sviluppo.

Il tesoro congelato di Makanjira: evidenze investigative e repliche

Il cuore del paradosso malawiano emerge chiaramente dal giacimento di Makanjira, rimasto inattivo per quasi otto anni. Un’inchiesta eseguita da Platform for Investigative Journalism e Finance Uncovered , pubblicata lo scorso 24 gennaio, ha documentato una serie di anomalie nella gestione delle concessioni:

  • Passaggi di proprietà opachi: la Mawei Mining, inizialmente privata, sarebbe stata progressivamente ceduta a veicoli societari riconducibili a conglomerati statali cinesi.
  • Investimenti promessi mai realizzati: nonostante l’annuncio di investimenti milionari per infrastrutture e avvio produzione, il sito risulta inerte.
  • Ritardi e blocchi operativi: nel periodo 2018–2025, le licenze sono rimaste attive senza che fossero rispettati piani industriali minimi, con conseguente perdita di potenziali entrate fiscali e occupazione locale.

Per quanto concerne il primo aspetto, il controllo della società che, di fatto, è passato sotto quello dello Stato cinese, evidenzia lacune nella normativa locale, che richiede autorizzazioni governative per il passaggio di proprietà delle concessioni, ma non sembrerebbe coprire i passaggi societari nella catena di controllo, come nei fatti è avvenuto.

La concessionaria Mawei Mining ha infatti confermato di avere rispettato la normativa del Malawi e replicato alle accuse di inerzia, lamentando l’assenza di infrastrutture, anche energetiche, per rendere operativa la miniera.

Non sfugge comunque che tali mancanze erano conoscibili già al momento del rilascio della concessione, che prevedeva l’operatività entro il 2020. Di contro, va osservato che i progetti minerari spesso presentano complicazioni in fase di studio ed esecuzione non facilmente prevedibili: sta di fatto che, da come riferisce il servizio giornalistico, non si è vista alcuna attività sul sito in cui sarebbero dovute avvenire le estrazioni.

Il sospetto è che, di fatto, attraverso questo meccanismo di acquisto della concessione e la successiva inerzia, lo Stato del Dragone si sia semplicemente voluto assicurare il controllo di un sito strategico, che potenzialmente sarebbe potuto finire in altre mani, rinviando lo sfruttamento in un successivo momento, in base alle logiche e ai termini che la sua posizione di quasi monopolio gli consente.

L’inchiesta evidenzia, quindi, un vuoto normativo: le licenze minerarie non hanno avuto scadenze operative vincolanti e non esiste un meccanismo efficace di controllo sul rispetto degli impegni.

Del resto, che l’organizzazione statale del Malawi non appaia paragonabile agli standard internazionali, lo evidenzia un semplice controllo dei siti governativi dove, a fianco a indirizzi e-mail con dominio statale, appaiono indirizzi gmail.

Nuovi orizzonti: la svolta di Kangankunde

Nel 2025 l’australiana Lindian Resource ha annunciato la prossima messa in operatività del giacimento di Kangankunde (che aveva attirato episodi di spionaggio industriale da parte cinese, secondo quanto denunciato dalla stessa società australiana).

Tale giacimento è da considerarsi di rilevante importanza a livello globale sia per la qualità delle terre rare, sia per l’eccezionale purezza dei minerali, le sue dimensioni e la quasi assenza di residui radioattivi.

Il giacimento di Kangankunde prevede una parte della lavorazione in loco.

A differenza del modello estrattivo tradizionale, quindi, il minerale non verrà esportato grezzo, ma concentrato direttamente sul posto. Ciò dovrebbe consentire al Malawi di immettere sul mercato un prodotto a maggiore valore aggiunto, creare occupazione qualificata e trattenere una parte significativa della catena del valore all’interno del proprio paese.

Il tutto appare coerente con l’ordine esecutivo emesso dal presidente del Malawi a ottobre scorso che impone il divieto di esportazione di minerali per i quali non vi sia stata una fase di lavorazione in loco.

Nel frattempo, una società canadese, la Mkango Resources, sta avviando lo sfruttamento del giacimento di Songwe Hill, dichiarato strategico dall’Unione Europea ai sensi del Critical Raw Materials Act. Anche tale progetto prevede fasi di lavorazione in loco, in linea con le nuove politiche del Malawi.

Estrattivismo e giustizia globale: una rilettura necessaria

Il caso del Malawi impone una riflessione più ampia sul concetto stesso di estrattivismo. Nel dibattito globale, l’estrazione di risorse nel Sud del mondo è spesso presentata come un passaggio necessario per alimentare la transizione verde dei Paesi industrializzati. Ma quando le materie prime critiche vengono immobilizzate e non valorizzate e sono controllate da attori esterni, l’estrattivismo smette di essere un motore di sviluppo e diventa una forma aggiornata di dipendenza strutturale.

Rileggere l’estrattivismo in chiave di giustizia globale significa ribaltare la domanda fondamentale: non se i Paesi poveri debbano estrarre, ma a quali condizioni, per chi e con quale distribuzione dei benefici. Senza sovranità decisionale, trasferimento tecnologico e controllo pubblico delle concessioni, anche i minerali “verdi” rischiano di perpetuare dinamiche coloniali sotto una nuova bandiera ecologica.

Verso un sistema di controlli efficaci

Come sopra rilevato, il paradosso del Malawi è aggravato da un quadro normativo per lungo tempo permissivo, che ha consentito a investitori stranieri di operare in una zona grigia. Tuttavia, segnali di cambiamento emergono. Progetti come quello di Kangakunde e di Songwe Hill e una crescente fermezza governativa nel pretendere benefici concreti indicano una possibile inversione di rotta.

La sfida cruciale sarà l’introduzione di meccanismi vincolanti: scadenze operative chiare, obblighi di investimento verificabili e il principio secondo cui una licenza non sfruttata deve tornare allo Stato. Senza queste garanzie, le concessioni restano strumenti di speculazione geopolitica più che leve di sviluppo.

Nuove prospettive per la sovranità delle risorse

Guardando avanti, l’Unione Europea potrebbe giocare un ruolo decisivo non come nuovo attore estrattivo, ma come garante di capacità statale. Oltre a finanziare singoli progetti nell’intento di diversificare le fonti di approvvigionamento, Bruxelles potrebbe sostenere paesi come il Malawi nel dotarsi di strumenti efficaci di monitoraggio, trasparenza e controllo delle concessioni minerarie: registri digitali delle licenze, tracciabilità della proprietà reale, verifiche sul rispetto delle scadenze operative (tutti elementi che appaiono mancare in Malawi come evidenziato da un rapporto della Banca Mondiale dello scorso maggio 2025).

Un simile approccio rafforzerebbe la sovranità economica dei Paesi produttori e, al tempo stesso, garantirebbe all’Europa forniture più sicure e politicamente sostenibili di minerali critici. Non si tratterebbe di competere con la Cina nell’estrazione, ma di promuovere un cambio di paradigma: dalla competizione sull’estrazione alla cooperazione sullo sfruttamento delle risorse, trasformando le terre rare e i materiali critici in sviluppo reale e duraturo.

 

 


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