Dagli Spring Meetings di Washington, tra aiuti in calo, crescita al ribasso e debito in aumento, l’ordine economico internazionale esce esposto ma resiliente. L’analisi di Carmine Soprano, economista del Gruppo dei 20
Cala il sipario sugli Spring meetings. Come ogni anno, allo sbocciare dei ciliegi che costellano il Tidal Basin di Washington (dono diplomatico giapponese del 1912, Hiroshima e Nagasaki erano di là da venire), a metà aprile si è avvicendato nella capitale americana il gotha dell’economia globale. In agenda l’usuale ‘’tagliando’’ di primavera – e tra guerre, energia, inflazione e così via, i temi non mancavano. Vediamo con ordine.
Partiamo dalla cooperazione. Pochi giorni prima dell’avvio degli incontri, l’Ocse ha pubblicato i nuovi dati sugli aiuti internazionali allo sviluppo. Il verdetto è impietoso. Nel 2025 i paesi membri del Dac (comitato Ocse per gli aiuti allo sviluppo) hanno erogato circa 175 miliardi di dollari, quasi un quarto in meno rispetto al 2024. Ed è il totale annuo più basso di sempre. A pesare è soprattutto il crollo dei contributi americani (-57% circa), in primis sugli aiuti bilaterali dopo lo smantellamento dell’agenzia nazionale Usaid: oltre 19,000 professionisti lasciati senza lavoro dal Doge di Musk in pochi mesi. Centinaia di migliaia di morti da malnutrizione e malattie infettive sono riconducibili a questa vicenda, secondo un recente studio di Harvard.
Restano pochissimi i paesi che rispettano l’impegno Onu dello 0.7% del reddito nazionale destinato agli aiuti allo sviluppo, l’Italia non lo ha mai fatto e per il 2025 si ferma allo 0,3% (comunque sopra la media Dac). Crescono invece i contributi di alcuni paesi non-Dac come Turchia ed Emirati Arabi. I bilanci delle Nazioni Unite, di cui gli Usa erano storicamente il primo finanziatore, ne escono fortemente ridimensionati con un -27%, sempre secondo l’Ocse. Il sistema non è esente da criticità (burocrazia, inefficienze e scandali hanno segnato gli oltre 80 anni di storia Onu), tanto che un anno fa il Segretario generale Guterres aveva presentato un corposo piano di riforma noto come UN80. Ma se il mondo brucia di crisi multilaterali, spegnerle senza risorse diventa davvero difficile.
Gli aiuti crescono con la volontà politica, ma anche con la prosperità economica. E su quel fronte le notizie da Washington non sono ottime ma neanche pessime. Il World Economic Outlook del Fmi, presentato sempre la scorsa settimana, rivede -com’era naturale- leggermente al ribasso le stime di crescita mondiale per il 2026-27 (+3.1% e +3.2%), nello scenario più roseo ergo con durata del conflitto in Medio Oriente limitata. Segno che l’economia globale accusa il colpo ma ancora tiene botta. Le ricadute della guerra in Iran su energia, fertilizzanti e prezzi alimentari son ben note . Intanto, secondo il Wfp, 363 milioni di persone rischiano la fame acuta già quest’anno.
Interessanti anche le osservazioni del Fmi sugli squilibri globali. L’entità di disavanzi e surplus in giro per il mondo e’ tornata a crescere, trainata – tra le altre cose – dall’aumento della spesa pubblica (anche militare) Usa in deficit e, per la Cina, dal combinato disposto di un alto tasso di risparmi e un surplus commerciale monstre (circa 1,200 miliardi di dollari nel 2025). Dazi e sussidi, dicono gli economisti del Fondo, sono rimedi costosi e inefficienti, le politiche macroeconomiche tradizionali funzionerebbero molto meglio per riequilibrare i disavanzi globali. Il contrasto con la linea della Casa Bianca non potrebbe essere più netto.

Non formalmente nell’agenda degli Spring Meetings, ma pare onnipresente nei corridoi di Washington, è stata poi l’intelligenza artificiale. È forse più preoccupante che rassicurante la decisione di Anthropic di non rendere pubblico il nuovo modello Mythos (per ragioni di cyber-sicurezza), condividendolo solo con un piccolo gruppo di aziende private. Nella selezionata cerchia non rientrano invece soggetti pubblici, ne’ nazionali ne’ internazionali: quasi a suggerire che nell’immaginario della Silycon Valley non sia spazio per una governance pubblica dell’AI, quanto mai invece necessaria (se n’è discusso di recente anche nel Gruppo dei 20).
Cosa fare allora in questo contesto globale di rischi, incertezze e frammentazioni? Da Washington sono arrivati anche alcuni segnali incoraggianti. Lato World Bank (che resta ben capitalizzata, come altre banche multilaterali), la settimana scorsa è stata presentata un’iniziativa per la sicurezza idrica che potrebbe raggiungere fino a 1 miliardo di persone. Prosegue inoltre l’impegno a portare elettricità a 300 milioni di africani entro il 2030. E il recente rapporto sulla politica industriale, pubblicato poco prima degli Spring Meetings, potrebbe rimettere in discussione decenni di consenso sulle politiche di sviluppo orientate al mercato.
Per il Fmi, la sfida più grande resta il debito pubblico. Il Fiscal Monitor presentato sempre a Washington lo stima in aumento al 94% del Pil mondiale, spinto dagli alti tassi di interesse e da un crescente indebitamento nelle economie avanzate. Una clausola di sospensione sul modello COVID-19 resta un’opzione di emergenza in caso di crisi prolungata, ma non puo’ sostituire interventi strutturali quantomai necessari. Tra questi, un uso piu’ ampio di climate swaps (conversione del debito in investimenti per il clima e la transizione energetica, specie nei paesi a reddito medio-basso) e una ridistribuzione dei Diritti Speciali di Prelievo. Queste ed altre valide proposte erano contenute nel Jubilee Report commissionato da Papa Francesco ad un autorevolissimo gruppo di economisti.
In ultima analisi, la credibilità di queste risposte passerà anche da una riforma della governance delle istituzioni di Washington, ferma agli anni 40 del secolo scorso. Oggi i paesi emergenti rappresentano circa il 60% del Pil mondiale, ma detengono solo intorno al 40% dei diritti di voto al Fmi. Per capirci, se l’economia della Cina è cinque volte quella giapponese, i diritti di voto sono gli stessi. Intanto, a Washington, i ciliegi continueranno a fiorire.
















