In programma per martedì 28 aprile presso l’Ambasciata d’Italia a Washington, il U.S.–Italy Trusted Tech Dialogue segna il passaggio dalla convergenza politica alla costruzione di capacità industriali nel campo tecnologico. In un contesto di competizione sistemica, Roma e Washington stanno posizionando la tecnologia come pilastro centrale della relazione transatlantica
Un incontro ad alto livello che riunisce decisori pubblici, industria e mondo della ricerca con l’obiettivo di trasformare l’allineamento politico in cooperazione operativa. Questo è “U.S.–Italy Trusted Tech Dialogue: Accelerating Transatlantic Innovation”, l’evento che domani sarà ospitato dall’Ambasciata d’Italia a Washington. Un’iniziativa che si inserisce nel solco della dichiarazione congiunta dello scorso anno, ma punta a segnare un cambio di passo: non più soltanto coordinamento, bensì costruzione concreta di capacità tecnologiche condivise nello spazio transatlantico.
Tre direttrici operative orientano il confronto: il rafforzamento degli ecosistemi tecnologici “trusted” tra democrazie, la riduzione delle dipendenze strategiche attraverso il de-risking delle supply chain, e l’accelerazione del passaggio dalla ricerca al mercato.
Il formato – tra panel, fireside chat e dialoghi esecutivi – è progettato per colmare il divario tra policy e risultati industriali, sotto la guida dell’Ambasciatore Marco Peronaci e con il contributo di Roberto Baldoni, che cura l’iniziativa nel suo ruolo di Senior Advisor on Technology and Cybersecurity Policy.
La tecnologia è ormai l’infrastruttura del potere geopolitico. Il dialogo si colloca in un contesto di competizione sistemica crescente, in cui le catene di approvvigionamento diventano strumenti di influenza, l’intelligenza artificiale plasma le architetture di sicurezza e le dipendenze tecnologiche si traducono in vulnerabilità strategiche.
In questo quadro, il concetto di “trusted tech” emerge come elemento chiave del coordinamento occidentale: non semplicemente innovazione, ma innovazione inserita in standard condivisi, meccanismi di governance e garanzie di sicurezza. Il significato dell’evento risiede proprio in questa transizione: da una logica difensiva di de-risking alla costruzione proattiva di ecosistemi tecnologici integrati tra alleati.
La composizione dei partecipanti riflette un tentativo esplicito di allineare l’intero spettro del potere tecnologico.
Sul piano politico e strategico, la presenza di Michael Kratsios, Director dell’Office of Science and Technology Policy della Casa Bianca, Darío Gil, Under Secretary for Science presso il U.S. Department of Energy, e Joseph S. Jewell, Assistant Secretary of War for Science and Technology, segnala il coinvolgimento diretto delle strutture decisionali statunitensi nel definire le traiettorie tecnologiche.
Accanto a loro, Keith Krach, Chairman del Krach Institute for Tech Diplomacy at Purdue e CEO di Freedom 250, e Michelle Giuda, Chief Executive Officer del Krach Institute for Tech Diplomacy at Purdue, rappresentano il tentativo di strutturare una diplomazia tecnologica coerente con gli interessi strategici occidentali.
Il lato istituzionale italiano ed europeo è incarnato innanzitutto da Peronaci e dal suo predecessore, Armando Varricchio, attualmente inviato speciale del ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale per l’innovazione e le nuove tecnologie. MA conta anche sulla presenza di Roberto Viola, alla guida del Directorate-General for Communications Networks, Content and Technology della Commissione europea, affiancato da Ruth Bajada, Deputy Head della Delegazione dell’Unione europea negli Stati Uniti.
La dimensione della sicurezza e della ricerca è rafforzata dalla presenza di Tom Lind, Senior Advisor presso l’Office of the National Cyber Director della Casa Bianca, di Alessandro Armando, direttore del Laboratorio Nazionale di Cybersecurity (CINI), e di Daniel DeLaurentis, Executive Vice President of Research presso la Purdue University.
Nel complesso, la partecipazione di rappresentanti di governo, università, industria e dell’ecosistema più ampio di think tank, media e aziende tecnologiche avanzate evidenzia un punto centrale: la competizione tecnologica richiede un allineamento tra policy, capacità industriale e sistemi di innovazione.
Il valore reale del dialogo risiede nella traiettoria che indica. Le recenti iniziative di coordinamento tra Stati Uniti e Unione Europea sulle materie prime critiche confermano questa direzione. La crescente attenzione alla sicurezza delle supply chain e alla riduzione delle dipendenze strategiche evidenzia come queste ultime siano ormai uno dei principali terreni della competizione geopolitica. La stessa logica è alla base del Trusted Tech Dialogue.
Per l’Italia, l’iniziativa rappresenta un tentativo di posizionarsi all’interno delle catene del valore tecnologiche occidentali, rafforzando al contempo il proprio ruolo di ponte tra Europa e Stati Uniti e integrando sempre più politica industriale e politica estera.
Per il rapporto transatlantico nel suo complesso, il messaggio è più ampio: la tecnologia non è più un ambito secondario, ma un pilastro strutturale della cooperazione, al pari di difesa e commercio. Dai semiconduttori alle materie prime critiche, l’attenzione si sta spostando verso la sicurezza dell’intera filiera industriale.
La questione di fondo resta se le democrazie siano in grado di tradurre la convergenza politica in capacità industriale concreta. Il Trusted Tech Dialogue suggerisce che la risposta a questa domanda sarà determinante non solo per il futuro delle relazioni transatlantiche, ma anche per gli equilibri della competizione tecnologica globale.
















