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Così Moro costruì le basi del centrosinistra. Cosa fare ora secondo Losacco

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Secondo Aldo Moro la complessità del mondo non va semplificata, ma affrontata. E così, spiega Alberto Losacco autore di un libro sullo statista democristiano, può insegnare ancora oggi a muoversi nella complessità. Una sfida anche per il Partito democratico

Non crede nel centro, Alberto Losacco, ma crede che esistano forze esterne al Pd, ma vicine, che potranno dare un contributo quando arriverà il momento di andare al voto. Il senatore dem ha presentato ieri all’Istituto Sturzo il libro “Aldo Moro – Le idee, il metodo, l’eredità” (qui cosa si è detto) scritto a quattro mani con Tino Iannuzzi, con la presenza della segretaria Elly Schlein e di Dario Franceschini e Pier Ferdinando Casini. Moro, spiega Losacco, credeva che “la complessità è la realtà, va governata, non evitata”, una convinzione da riproporre e di cui fare tesoro.

Perché oggi un libro su Aldo Moro?

Il senso di questo libro è ambizioso ma semplice. Abbiamo provato a rileggere la figura di Aldo Moro non al passato, in modo nostalgico, ma come chiave di lettura per capire meglio quello che può spiegare al nostro tempo. Perché Moro è stato prima di tutto un grande interprete della democrazia italiana, è stato uno statista che ha provato a governare la complessità senza semplificarla, ha cercato il dialogo quando il dialogo era difficile e impopolare, ma soprattutto Moro ha scelto il dialogo anche quando era rischioso.

Ci sono diverse dimensioni di Moro, raccontate nel libro. Quali?

Nel libro parliamo del Moro giovanissimo all’assemblea costituente, il Moro cattolico-democratico, Moro leader politico meridionalista e politico internazionale. Quindi nel libro non sono affrontati, se non per qualche riferimento ovviamente, i 55 giorni.

Perché questa scelta?

Questa scelta è stata fatta per dare risalto all’eredità politica, per comprendere come la lezione di Moro può essere applicata oggi. Come accennavo prima, nell’Assemblea costituente il giovanissimo giurista Aldo Moro non considerava la Costituzione soltanto un testo giuridico, ma una formula di convivenza, perché è il risultato di un incontro tra culture diverse che decidono di costruire insieme. Questo è di grande insegnamento anche adesso, così come è di grande insegnamento anche il metodo Moro, che parte da una grande consapevolezza: la democrazia non è mai semplice, è un esercizio continuo di ascolto, mediazione, ricerca di equilibrio. Non cercava il consenso immediato, cercava soluzioni durature, per questo era disposto dialogare anche con chi era molto distante da lui politicamente, perché riteneva che una democrazia forte non esclude. La democrazia è forte quando riesce ad includere.

Questi sono anni di crisi della fiducia nella politica, che della democrazia è parte fondamentale. Come si fa a riconquistarla?

Uno dei problemi più grandi che ha la politica oggi, ma devo dire da una trentina d’anni, in Italia e in tutto il mondo, è che la complessità viene considerata un problema. Moro invece ci diceva esattamente il contrario, la complessità è la realtà, va governata, non evitata. Invece in questi anni abbiamo tutti ragionato sulla semplicità, semplifichiamo il messaggio politico, e la destra è più brava a farlo, a creare lo slogan. Però questo vuol dire non affrontare mai la complessità, cercare sempre di frammentare, di appunto portare avanti slogan più che iniziative politiche.

E allora?

Viviamo in un tempo veloce, semplificato, polarizzato, purtroppo un tempo in cui il confronto diventa scontro e la complessità viene vista come un problema. Quando la democrazia riuscirà a ristabilire le giuste priorità e dare merito anche dal punto di vista elettorale a chi riesce a non semplificare ma a governare la complessità, secondo me riusciremo ad avere una democrazia migliore, un mondo migliore e anche evitare tutto quello che sta accadendo a livello internazionale, che è figlio di questa deriva.

Moro fu un atlantista convinto e altrettanto convinto sostenitore della Nato, in un periodo non semplice come quello della Guerra Fredda. Anche oggi il clima non è mite su questi temi. Cosa possono suggerire le posizioni di allora di Moro a chi governa oggi?

Sono perfette. Quando mi è capitato di rileggere le sue dichiarazioni di allora, ho pensato che potevano trasformarsi in comunicati stampa attualissimi. Mi riferisco al fatto che Moro non metteva mai in discussione la collocazione dell’Italia e del sistema occidentale nella Nato. Allo stesso tempo, però, pretendeva un margine di autonomia importante per l’Italia, perché l’Italia dal suo punto di vista, in questo lo aiutava anche il suo essere meridionale, doveva conservare una capacità autonoma di iniziativa politica e diplomatica, soprattutto nel Mediterraneo.

E l’Europa?

Moro credeva che solo un’integrazione europea, che non doveva essere solo economica, ma anche politica e militare, poteva garantire stabilità e sicurezza. Quando c’è stato il via libera al RearmEu da parte di von der Leyen il Partito democratico, e in parte gli spagnoli, criticarono quel passaggio perché aver dato il via libera al debito sulle difese nazionali senza incentivare meccanismi che integrassero invece questo tipo di spesa a livello europeo è stato da noi ritenuto un errore. Anche alla luce di quanto ci ha insegnato Moro.

Si stanno avvicinando le elezioni, il governo Meloni si avvicina a fine legislatura. Il Pd dialoga con Movimento 5 Stelle e Avs, ma guarda anche al centro?

Io non credo nel centro. Questi anni sono stati fatti tantissimi tentativi anche da persone autorevolissime, ma non è un progetto che può portare risultati. Il Pd intanto lavora e resta un partito plurale. Ieri ne abbiamo dato anche una dimostrazione con questa iniziativa, con le presenze e anche con le parole di Elly Schlein che ha fatto un intervento pluralista molto moroteo. Io credo che ci sia la necessità di semplificare tanti protagonismi che ci sono fuori dal Pd, ma che io non inserirei direttamente nel centro.

A chi si riferisce?

Parlo ad esempio di Ernesto Maria Ruffini, che non parla al centro ma ha creato dei comitati che richiamano un po’ il progetto ulivista. Al loro interno so per certo che ci sono persone che provengono dalla sinistra e dal centro, insomma plurali. Che ci sia la necessità di fare una sintesi politica in quel campo, per chi ovviamente non ha interesse e intenzione in questo momento di entrare nel Pd, sì, questo probabilmente avverrà. Come spesso accade, a ridosso delle elezioni poi si presentano delle liste, ma io la vedo più come una sorta di lista civica nazionale, più che come una lista di centro.

Per concludere, lei ha dedicato il libro a David Sassoli e Guglielmo Minervini. Perché?

La mia dedica è per David Sassoli e Giglielmo Minervini, due amici che non ci sono più, con cui ho avuto l’onore di fare un pezzo di strada nel centrosinistra e dentro il Partito democratico e che in modi diversi hanno incarnato un’idea di politica che richiama molto da vicino alla lezione di Aldo Moro, il primato della politica, la centralità della persona, la capacità di tenerla insieme senza semplificare. Per questo a loro è andato il mio pensiero alla conclusione del libro.


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