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La rivalità tra Usa e Cina è l’asse centrale dell’ordine internazionale. Scrive Skylar Mastro

Di Oriana Skylar Mastro
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Se in passato la domanda era come mantenere il rapporto di sicurezza con Washington senza irritare Pechino, oggi essa diventa sempre più: come mantenere relazioni economiche con la Cina senza compromettere la relazione con gli Stati Uniti? Per rafforzare realmente la deterrenza nei confronti della Cina, sarebbe decisivo che Pechino percepisse la disponibilità concreta dei partner europei a sostenere i costi economici del de-risking. L’analisi di Oriana Skylar Mastro, center fellow presso Freeman Spogli institute for International studies e professoressa di Scienze politiche presso Stanford University

La competizione tra Stati Uniti d’America e Cina rappresenta oggi l’asse centrale dell’ordine internazionale. Tuttavia, questa rivalità non si sviluppa in condizioni simmetriche. Al contrario, essa è profondamente influenzata da una tensione strutturale nella strategia americana: la difficoltà di concentrare risorse e attenzione sull’Indo-Pacifico pur mantenendo impegni globali estesi. Tale vincolo condiziona non solo la postura militare di Washington, ma anche la credibilità della deterrenza e la coesione del sistema di alleanze.

Gli Stati Uniti hanno dichiarato più volte di voler dare priorità all’Indo-Pacifico, ma questa strategia non è mai stata pienamente implementata. Il precedente è noto: quando l’amministrazione di Barack Obama annunciò il cosiddetto Pivot to Asia, Washington era ancora profondamente coinvolta in Medio Oriente e in Afghanistan. Questa dinamica è proseguita anche sotto Donald Trump, nonostante una retorica più esplicita sulla competizione con Pechino. La realtà è che, in quanto grande potenza globale, gli Usa sono strutturalmente destinati a gestire priorità simultanee in più regioni.

La conseguenza è una competizione asimmetrica: mentre la Cina può concentrare le proprie risorse strategiche prevalentemente sull’Indo-Pacifico, gli Stati Uniti devono distribuire attenzione e capacità su scala globale. La recente Strategia di Difesa nazionale dell’amministrazione Trump conferma alcune costanti della politica di sicurezza americana. La priorità attribuita alla difesa del territorio nazionale non è una novità: ogni presidente, da Obama in poi, ha affermato esplicitamente che la sicurezza degli Stati Uniti e dei loro alleati dipende dal mantenimento della posizione americana come potenza dominante nel sistema internazionale. Ciò che desta perplessità è piuttosto l’enfasi sulla difesa missilistica – il cosiddetto Golden dome – e sull’emisfero occidentale, obiettivi in larga parte già conseguiti.

Gli Stati Uniti sono già il Paese più forte e dominante nell’emisfero occidentale. Quanto alla protezione contro missili balistici intercontinentali, essa resta tecnicamente irrealizzabile in termini assoluti ed estremamente costosa. Per la Cina, ad esempio, la credibilità della deterrenza nucleare non dipende dalla parità numerica, ma dalla capacità di colpire il territorio americano anche una sola volta: un obiettivo che nessuno scudo missilistico può negare con certezza. Il perdurante coinvolgimento americano in Medio Oriente solleva interrogativi significativi circa la tenuta della deterrenza nell’Indo-Pacifico, in particolare rispetto a Taiwan. Si è sostenuto che le operazioni militari in Iran e Venezuela dimostrerebbero la potenza americana in modo tale da dissuadere Pechino. Ritengo questa lettura errata.

L’esercito cinese non è una tigre di carta: dispone di capacità significative in grado di compromettere la proiezione di forza statunitense. Nulla di ciò che gli Stati Uniti hanno fatto in Iran o in Venezuela sarebbe replicabile contro la Cina. Le portaerei americane non potrebbero operare in prossimità dello stretto di Taiwan a causa dei sistemi missilistici cinesi; gli aerei da combattimento non potrebbero penetrare lo spazio aereo difeso dai sistemi integrati di difesa aerea della Cina. Non esiste alcuna possibilità che Xi Jinping, osservando le operazioni americane contro l’Iran, pensi di essere il prossimo obiettivo.

La leadership cinese è da tempo consapevole della superiorità statunitense in termini di proiezione di potenza e di quella che definisce “guerra informatizzata”: sistemi C4ISR, infrastrutture spaziali e munizioni a guida di precisione. È proprio questa consapevolezza ad aver spinto Pechino a intraprendere trent’anni di modernizzazione militare con l’obiettivo primario di neutralizzare il modo americano di condurre la guerra. I cinesi non sottovalutano la forza militare degli Stati Uniti; l’hanno studiata meticolosamente e hanno sviluppato capacità specifiche per contrastarla, dalla guerra anti-satellite alla distruzione delle basi avanzate, dal diniego d’area alle capacità anti-accesso. Vi è tuttavia un elemento che potrebbe indurre maggiore cautela a Pechino.

Nella teoria strategica cinese esiste da tempo l’idea che la principale minaccia alla Cina provenga dalla reazione di una potenza in declino che, sentendo erodere la propria posizione, reagisca in modo aggressivo e imprevedibile. Alcuni analisti cinesi leggono le recenti mosse americane come conferma di questa tesi. In tal senso, la strategia cinese attuale sembra orientata a evitare di diventare il bersaglio di tale presunta irrazionalità, cercando una forma di détente con Washington e mantenendo il profilo più basso possibile. Nel breve periodo, è improbabile che Pechino interpreti l’impegno americano in altri teatri come un’opportunità immediata per un’azione militare su Taiwan. La probabilità di un attacco cinese a Taiwan oggi è esattamente la stessa del giorno precedente alle operazioni in Iran. Nel medio-lungo termine, tuttavia, emergono rischi più rilevanti.

L’impiego continuativo di risorse statunitensi altrove – gruppi da battaglia navali, sistemi di difesa aerea, munizioni – riduce la capacità di Washington di presentarsi come deterrente credibile. Da tempo gli Stati Uniti non dispongono di assetti sufficienti in prossimità di Taiwan per rispondere rapidamente, né di scorte di munizioni adeguate a contrastare efficacemente una forza d’invasione cinese. L’unico scenario bellico che ritengo la Cina stia seriamente considerando è un fait accompli: una campagna di due settimane e mezza o tre per conquistare Taiwan prima che gli Stati Uniti possano mobilitare una risposta, anche con tutta la volontà politica del caso.

Una possibile finestra critica potrebbe aprirsi intorno al 2028, quando l’Esercito popolare di liberazione avrà presumibilmente risolto i problemi residui di comando e controllo e di logistica. In quel momento, la leadership cinese valuterà se gli Stati Uniti siano in condizione di fermarli. E dato l’attuale impiego delle forze americane nel mondo, è plausibile che Washington non lo sia. La mia lettura di Xi Jinping, tuttavia, è quella di un leader cauto, che desidera Taiwan come parte del proprio lascito politico, ma non è disposto a rischiare il futuro della Cina per ottenerla. Il problema è che oggi sembra non dover scegliere tra le due cose. Una delle mie assunzioni fondamentali è che il governo di Taiwan non si arrenda al controllo del Partito comunista cinese senza un uso della forza.

I sondaggi sono chiari: nei giorni migliori, appena il quattro per cento della popolazione taiwanese si dichiara disposta anche solo a considerare la prospettiva di un governo sotto il Pcc. La strategia cinese attuale – quella che l’Esercito popolare di liberazione definisce “riunificazione pacifica sostenuta da una forza militare significativa” – mira a convincere Taiwan che la difesa è impossibile. Ma ritengo improbabile che il governo di Taipei si rechi a Pechino per negoziare una resa senza che vi sia una minaccia militare diretta e imminente. Questo scenario ha implicazioni dirette per l’Europa e per l’Italia.

La minaccia militare cinese non è diretta: Pechino non dispone di capacità expeditionary paragonabili a quelle americane e non ha mostrato intenzione di svilupparle. Ma l’equilibrio militare tra Stati Uniti e Cina può avere conseguenze immediate sul continente europeo. Se tale equilibrio non viene mantenuto e scoppia un conflitto in Asia, l’impatto sull’Europa sarà enorme. Si pensi alle conseguenze economiche di una guerra nella regione più dinamica del mondo. E poi alle implicazioni per la Nato: se migliaia di americani perdessero la vita in un conflitto nell’Indo-Pacifico e i Paesi alleati invocassero il tecnicismo dell’articolo 5 – applicabile solo in caso di attacco ai territori nordamericani o europei – per non intervenire, l’Alleanza difficilmente sopravvivrebbe. In questo contesto, il dibattito europeo sull’autonomia strategica merita una riflessione più approfondita. L’autonomia strategica, intesa come capacità di resistere alle pressioni americane, non garantisce la possibilità di influenzare le decisioni prese a Washington. E sono proprio quelle decisioni ad avere un impatto profondo sulla sicurezza italiana e europea.

La vera questione non è come ottenere autonomia dagli Stati Uniti, ma come acquisire maggiore influenza sulle scelte strategiche americane. Si tratta di una distinzione sottile ma fondamentale: non andare per conto proprio, ma assicurarsi un posto al tavolo dove si prendono le decisioni che contano. La relazione transatlantica attraversa una fase delicata. Per lungo tempo, il paradigma dominante è stato quello della rassicurazione americana verso gli alleati. Ma oggi il dilemma si è invertito: sono gli Stati Uniti a sentirsi insicuri circa la solidità delle proprie alleanze. Washington avverte un’erosione del proprio potere e della propria influenza globale, e tende a interpretare l’ambiguità degli alleati come un segnale di inaffidabilità. Se gli alleati desiderano che gli Stati Uniti agiscano in modo più costruttivo e multilaterale, devono anche comprendere che Washington ha bisogno di essere rassicurata sulla centralità della relazione. È una dinamica di reciprocità che per troppo tempo è stata trascurata. Quanto alla dipendenza economica dalla Cina, ritengo che essa rappresenti per l’Italia un rischio più concreto della dipendenza in materia di sicurezza dagli Stati Uniti.

La Cina ha dimostrato ripetutamente la volontà di strumentalizzare le relazioni economiche come leva politica quando un Paese adotta posizioni sgradite a Pechino. Gli Stati Uniti, per quanto possano esercitare pressioni sull’allocazione delle risorse di difesa, non dispongono della stessa capacità – né della stessa propensione – a strumentalizzare il rapporto di sicurezza a livelli comparabili. Se in passato la domanda era come mantenere il rapporto di sicurezza con Washington senza irritare Pechino, oggi essa diventa sempre più: come mantenere relazioni economiche con la Cina senza compromettere la relazione con gli Stati Uniti? Per rafforzare realmente la deterrenza nei confronti della Cina, sarebbe decisivo che Pechino percepisse la disponibilità concreta dei partner europei a sostenere i costi economici del de-risking.

Negli Stati Uniti esiste una soglia di tolleranza molto bassa per l’influenza di altri Paesi sulle proprie scelte politiche, e una disponibilità relativamente alta a pagare il prezzo dell’autonomia economica dalla Cina. Non sono certa che tutti i Paesi europei condividano la stessa disponibilità. Eppure, è proprio questa asimmetria a indebolire la posizione negoziale dell’Europa nei confronti di entrambe le potenze. Il successo della strategia statunitense dipenderà non solo dalla gestione delle proprie priorità globali, ma anche dalla capacità di rafforzare la coesione del sistema di alleanze. Per l’Italia e per l’Europa, la sfida è altrettanto impegnativa: riconoscere che le decisioni prese a Washington, per quanto talvolta frustranti, incidono direttamente sulla sicurezza del continente, e che la risposta non sta nell’isolamento, ma in un impegno più attivo e consapevole nella competizione strategica che definirà l’ordine internazionale dei prossimi decenni.

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