In un contesto segnato dal ritorno del dibattito sulla sostenibilità della spesa farmaceutica, Lucia Aleotti respinge la narrazione di una spesa farmaceutica fuori controllo: “Evoluzione coerente con l’andamento demografico” con “convenzionata in calo di 4 miliardi dal 2006” e invita l’Europa a fare un “reality check” sul nuovo scenario globale
Dottoressa Aleotti, il tema della spesa farmaceutica è tornato al centro del dibattito pubblico, spesso con toni allarmistici e con l’idea di una spesa “fuori controllo”. Narrazione o realtà?
Totalmente narrazione. Non è assolutamente vero che la spesa farmaceutica sia fuori controllo. In termini assoluti ha un’incidenza sul Pil del 1,06%, circa il 15% inferiore rispetto alla media europea. È una spesa che evolve in modo coerente con quanto accade negli altri Paesi europei, con l’andamento demografico e anche con l’invecchiamento della popolazione, considerando anche che siamo il paese più vecchio d’Europa, sia come età media che come percentuale di over 65.
In particolare, la spesa convenzionata è addirittura in diminuzione storica da molti anni. Rispetto al 2006, non solo non è aumentata, ma è diminuita di circa 4 miliardi di euro. Questo dipende dalla normativa italiana, che è estremamente severa, e impone una competizione al massimo ribasso per ogni molecola: in sostanza il prezzo a cui il Servizio sanitario nazionale rimborsa ogni molecola è il più basso della gara al ribasso tra aziende, siamo al limite del costo industriale!
Allo stesso tempo, però, siamo riusciti a garantire ai pazienti l’accesso a molti farmaci innovativi, fondamentali per poter parlare davvero di Servizio sanitario nazionale. Il punto centrale è capire sia l’innovazione farmaceutica che i farmaci di utilizzo giornaliero sono essenziali per garantire salute ai cittadini italiani.
Quindi è giusto che ci sia un’evoluzione positiva della spesa per coprire anche nuovi farmaci. Questo non significa affatto spesa “fuori controllo”. Significa, piuttosto, che l’Italia continua a garantire accesso sia ai farmaci innovativi sia a quelli di uso consolidato, a differenza di altri Paesi europei.
Nel quadro si inseriscono le potenziali contromisure di controllo della spesa. Come valuta gli strumenti ipotizzati, ad esempio, la revisione del prontuario terapeutico?
Sul tema della revisione del prontuario credo che i dati dicano già molto. In un Paese in cui la spesa convenzionata è in calo sotto i livelli del 2006 (di ben 4 miliardi) e in cui i prezzi dei farmaci convenzionati sono i più bassi d’Europa, è molto difficile immaginare che esistano ulteriori margini significativi da tagliare. In altri Paesi si fanno medie, noi invece abbiamo già il rimborso al massimo ribasso su ogni singola molecola. Che l’Italia abbia i prezzi più bassi d’Europa, non lo dico io: lo dicono i dati Aifa e i dati Osmed. Aifa fa un lavoro immenso e continuo di governo del sistema, ma a un certo punto bisogna avere chiaro che siamo ai livelli minimi di sostenibilità industriale. Oggi il paziente e il Sistema sanitario italiano sono tra i più tutelati d’Europa.
E sulla clausola di salvaguardia?
Quanto alla clausola di salvaguardia, il punto centrale riguarda la sua opzionalità. Può rappresentare uno strumento importante per dare garanzie al Servizio sanitario nazionale, ma deve essere anche una garanzia per l’impresa e non deve irrigidire il processo di accesso ai nuovi trattamenti, che a livello globale è già in tensione. Per questo è fondamentale che sia costruita in modo opzionale e, soprattutto, che non venga introdotta con interventi improvvisi, senza la possibilità di rappresentare le complessità del contesto in cui il settore opera oggi.
A fronte di sfide come la transizione demografica, come cambia il modo in cui uno Stato deve ragionare sulla sostenibilità del sistema sanitario?
Partiamo dai fondamentali: un Servizio sanitario nazionale si sostiene se si sostiene e cresce il Pil del Paese. L’Italia, a differenza di molti altri Paesi – ed è qualcosa che ci viene invidiato – ha nella farmaceutica uno dei motori trainanti del Pil. La farmaceutica traina sé stessa e traina il Paese. Con 70 miliardi di export, il settore farmaceutico rappresenta un elemento determinante anche per l’equilibrio dei conti pubblici. E quando parliamo di Pil parliamo di occupazione, esportazioni, tasse pagate, contributi previdenziali…
Accanto all’innovazione c’è poi il tema della sostenibilità industriale dei farmaci essenziali e consolidati…
È un tema importantissimo. L’Italia, così come l’Europa, si scopre oggi indebolita sul fronte delle materie prime farmaceutiche e dei principi attivi necessari ai bisogni essenziali dei pazienti. La pressione sui prezzi ha progressivamente spinto queste produzioni fuori dall’Europa, verso l’Asia. Per questo considero molto lungimirante quanto previsto nella legge delega del sottosegretario Gemmato, cioè il tentativo di riportare almeno una parte della produzione dei principi attivi dei farmaci essenziali in Italia.
Naturalmente, però, se si riportano queste produzioni in Europa e in Italia, bisogna anche garantire che siano sostenibili dal punto di vista industriale. Altrimenti il sistema non regge. Il margine sulle molecole consolidate è già estremamente basso e a questo si aggiunge la crescita dei costi dettati dall’attuale situazione internazionale che merita riguardo.
Tra il proseguo della guerra in Ucraina, le nuove tensioni nel Golfo e politiche americane sul prezzo dei farmaci, il settore sta infatti vivendo una fase di profonda trasformazione. Come dovrebbe posizionarsi l’Italia?
L’Italia ha sicuramente tutte le carte in regola per giocare una partita da protagonista. Serve una riflessione complessiva che tenga insieme tutti gli elementi: accesso all’innovazione, crescita industriale, sostenibilità, indipendenza geopolitica delle forniture. Non esistono ricette preconfezionate. L’elemento fondamentale è il lavoro congiunto tra industria, governo, professionisti sanitari, pazienti e tutti i soggetti coinvolti, per costruire proposte che guardino avanti.
Quello che sarebbe sbagliatissimo è procedere con azioni spot o interventi isolati. Abbiamo già sperimentato quanto sia doloroso dipendere dall’estero per l’energia. Non dobbiamo arrivare a scoprire quanto potrebbe essere ancora più doloroso dipendere da potenze straniere per i farmaci. Per questo il tema della spesa farmaceutica meriterebbe un livello di approfondimento molto maggiore rispetto a slogan e numeri lanciati senza contesto.
In questo quadro, una revisione del payback è inevitabile?
Assolutamente sì. È un tema che va affrontato con urgenza, anche se naturalmente con consapevolezza della situazione della finanza pubblica. Ma non esiste alcuna emergenza di spesa farmaceutica. Chi parla di emergenza spesso non guarda i dati, perché c’è una quadratura di questa spesa che sta con la sostenibilità industriale e l’accesso del paziente alle nuove terapie. Dobbiamo concentrarci invece sulla priorità di avere un contesto attrattivo per investimenti e innovazione.
Lei ha più volte richiamato la necessità di una visione industriale europea. Cosa non sta funzionando oggi?
Purtroppo esistono direttive già approvate che gridano vendetta. Penso, per esempio, alla direttiva sulla depurazione delle acque reflue urbane non per l’inquinamento industriale ma per quello determinato dall’uso dei medicinali da parte del paziente, il cui risultato è semplicemente una tassazione indiretta su uno dei settori trainanti dell’economia europea. Questo significa togliere risorse alla ricerca e sviluppo, a nuovi farmaci, e quindi ridurre la competitività delle imprese europee.
Penso poi anche al Critical Medicines Act. Nasce con l’obiettivo corretto di affrontare le carenze di farmaci, ma la soluzione proposta non affronta realmente il problema. La priorità dovrebbe essere rafforzare la filiera produttiva europea, incentivare gli investimenti, riportare produzioni in Europa.
Invece si punta soprattutto a mettere insieme più Paesi per acquistare meglio. Ma se la crisi dipende da fattori esterni e le forniture non arrivano, non cambia nulla avere acquisti congiunti.
Il vero problema è l’assenza di una visione strategica coerente con il mondo in cui viviamo oggi: post-Covid, post-Ucraina, con tensioni geopolitiche permanenti. L’Europa deve fare un vero reality check rispetto al contesto attuale.
Come si rende l’Europa più attrattiva?
Sarebbe molto più semplice avere un mercato davvero unico. Ma dobbiamo anche essere realistici: i sistemi sanitari restano nazionali e i bilanci rimangono nazionali.
La vera svolta dovrebbe essere un cambio di mentalità: passare da una logica di “mercato” a una logica di “piattaforma industriale”. Troppo spesso l’Europa pensa a sé stessa semplicemente come un luogo di consumo. Invece può e deve diventare un luogo dove si produce, si fa ricerca, si crea occupazione e competitività globale.
Le economie europee non possono sopravvivere senza aziende competitive a livello internazionale. E le imprese, per essere competitive, devono poter investire e avere il supporto delle istituzioni. Le aziende americane hanno il supporto del governo americano. Quelle cinesi hanno il supporto del governo cinese. Questo in Europa ancora manca.
L’Italia resta uno dei grandi hub farmaceutici del continente. Quali sono stati gli elementi che hanno permesso questa crescita?
La svolta è arrivata quando, a partire dal 2016-2017, si è smesso di considerare il settore farmaceutico come un semplice bancomat. Si è smesso di fare tagli improvvisi e continui ai prezzi e si è iniziato a incoraggiare gli investimenti. Questo ha dato fiducia al sistema Italia.
Come possiamo oggi rafforzare il sistema-Italia in ambito farmaceutico?
In passato, insieme agli incentivi trasversali, è stato fondamentale il dialogo tra industria e politica. Questa è stata la vera chiave: il dialogo. È così che si è riusciti a tenere insieme crescita industriale, sostenibilità delle produzioni consolidate e accesso ai farmaci innovativi.
In un contesto internazionale così competitivo, la stabilità e il dialogo diventano elementi decisivi. Quando c’è dialogo, come quello positivamente intercorso nella predisposizione dell’ultima legge di bilancio, i problemi si risolvono. Le politiche positive però richiedono anni per essere costruite. Al contrario, gli investimenti possono allontanarsi nel giro di un mese. La sfida posta dal contesto geopolitico può e deve sicuramente essere vinta dall’Italia lavorando insieme alla sua industria farmaceutica.
















