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La diplomazia di Papa Leone contro i muri. L’incontro con Rubio letto da Cristiano

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Rubio potrebbe essere venuto a Roma non per ricucire tra il papa e Trump – Trump non lo gestisce lui – ma per prepararsi come “opzione preferibile ad altre” in vista delle prossime presidenziali. Questo figurare come meno indigeribile alla Santa Sede, rispetto ai suoi concorrenti cattolici di area Maga, potrebbe essere un obiettivo comprensibile. La riflessione di Riccardo Cristiano

La scelta del Segretario di Stato, Marco Rubio, di donare al papa un fermacarte di cristallo a forma di palla di baseball alimenta facilmente i pregiudizi e gli stereotipi; non è stata una bella idea, c’è poco da fare, ma forse ci dice che Marco Rubio partendo per Roma non aveva in testa le elezioni di midterm – ormai dietro l’angolo e in vista delle quali i toni sprezzanti usati da Trump contro il papa non scaldano affatto i cuori dei molti cattolici che hanno votato per lui ma potrebbero non rifarlo a novembre – ma quelle presidenziali, in vista delle quali lui si prepara a sfidare altri due cattolici, JD Vance e Ron De Santis. Sperare di essere, diciamo così, “il male minore tra i cattolici Maga” per il Vaticano, potrebbe essere stato il suo vero obiettivo.

Rubio infatti non ha fatto riferimenti alla teologia – come Vance che ha accusato il papa di essere un ignorante – non ha esternato sulla persecuzione dei migranti – nella Florida di De Santis ne sono stati arrestati diecimila – ma il timing della sua decisione di varare nuove sanzioni a Cuba non convince: farlo appena uscito dal Vaticano che ha ufficialmente ribadito la necessità di far pervenire aiuti umanitari alla popolazione cubana non è stato perfetto. Nessuno in Vaticano si sarà aspettato che non le varasse, ma questo timing può essere apparso sprezzante, nello stile di chi si presenta con una palla da baseball, sebbene di cristallo.

Papa Leone e il suo Segretario di Stato non hanno lesinato i gesti di apertura: la pecorella smarrita è ben nota in Vaticano come simbolo e come realtà è conosciuta e riconosciuta l’importanza del Paese che Rubio rappresenta. Per questa duplice consapevolezza Rubio è stato ricevuto anche dal papa, e per 45 minuti, non solo dal Segretario di Stato, come dovuto. Il papa infatti è un Capo di Stato, non è tenuto a ricevere un ministro degli Esteri. Ma lo ha fatto, nonostante le bordate a stelle e strisce contro di lui, perché sa benissimo in che tempi siamo, tempi di terremoti globali. In tempi diversi, quando il precedessore di Rubio ai tempi del Trump 1, Mike Pompeo, chiese udienza con una mano e con l’altra scrisse una lettera nella quale diceva che se il papa non cancellava il suo accordo sulle nomine dei vescovi con la Cina avrebbe perso ogni autorità morale, la porta del papa (a quel tempo regnava Francesco) rimase chiusa, Pompeo vide il Segretario di Stato. Ora non è andata così, anche perché Rubio è stato molto più educato e rispettoso del suo predecessore, e la tesi di Trump, che il papa favorisca la bomba atomica iraniana, non l’ha mai citata.

L’impressione è che parlando di un Vaticano agli altri ignoto, a favore della bomba di Teheran, Trump prepari il terreno per “l’accordo”, non sarà difficile un giorno o l’altro dire che il papa è venuto a più miti consigli. È il modo migliore per presentarsi come “il vincitore”, panni che Trump ama indossare. Ma è la strategia di Rubio che qui interessa, non quella di Trump, su quella Rubio nulla può. E venire ad annunciare ulteriori sanzioni contro Cuba proprio nel giorno del colloquio con il papa che ha fatto scrivere nel comunicato ufficiale che “occorre lavorare instancabilmente per la pace” appare incomprensibile. Qui qualcuno affaccia l’ipotesi di un faccia a faccia tra il papa e Trump, che sembra più un soggetto in stile americano che vaticano. L’idea che tra pochi giorni Trump in persona consacri a Dio l’America deve suonare da religione “instrumentum regni” nei sacri palazzi. E questo è un problema globale.

Ma se i temi trattati in colloqui molto lunghi sono stati tantissimi, dall’Iran al Libano certamente e poi a non si sa bene cosa visto che si cita “l’emisfero occidentale”, passando per l’Africa, di certo era Cuba il tema decisivo per Rubio. La sua base di esuli anticastristi, alla quale si presentò come figlio di due di loro per poi correggersi visto che i suoi genitori lasciarono l’isola prima di Castro, chiede sostanza, l’attesa vittoria; ma anche gli altri cattolici la chiedono, e quelli Maga non amano questo interventismo a tutto campo, i sondaggi sono inequivocabili al riguardo.

Eccoci allora all’idea dei tempi lunghi. Rubio potrebbe essere venuto a Roma non per ricucire tra il papa e Trump, Trump non lo gestisce lui, ma per prepararsi come “opzione preferibile ad altre” in vista delle prossime presidenziali. Questo figurare come meno indigeribile alla Santa Sede rispetto ai suoi concorrenti cattolici di area Maga, potrebbe essere un obiettivo comprensibile.

Ma intanto il mondo corre come sappiamo, e il Vangelo, sembra dire Leone XIV, non può certo aspettare in silenzio per due anni. La partita di baseball a cui Rubio ha curiosamente intestato la visita a Leone, non spiega niente, se non una visione poco adeguata del mondo, che i grandi che lanciano come una palla, a tutta velocità: poco a che fare con la pace disarmata e disarmante di Leone.

Era proprio un anno fa, giorno della sua elezione, che la definì così ed è diventata la cifra del suo pontificato. Disarmata vuol dire che la pace non si impone, e così diviene disarmante. Ecco perché Leone, definito sempre come cauto, navigato e altri aggettivi che poco si addicono a chi fa del Vangelo la sua priorità, in Africa ha detto che “il mondo è devastato da una manciata di tiranni, eppure è tenuto insieme da una moltitudine di fratelli e sorelle solidali”. A un anno esatto dall’inizio del suo pontificato l’ossessione di voler allontanare Leone da Francesco appare infantile: Prevost, il primo papa panamericano, è nel solco del suo predecessore, con stile e personalità diverse ovviamente, ma prosegue quel cammino. E la sua diplomazia cuce, non taglia, ma restando contro i muri, credo anche a Cuba.


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