Skip to main content

Il cielo sopra al G2. Il summit Trump-Xi analizzato su Formiche

CONDIVIDI SU:
Aggiungi Formiche su Google

Trump arriva a Pechino indebolito da tensioni interne, guerra commerciale e crisi iraniana. Xi Jinping lo riceve nel pieno di una fase che la leadership cinese interpreta come favorevole al riequilibrio globale verso l’Asia. Tra trade, Taiwan, tecnologia e ordine internazionale, il vertice racconta molto più di una semplice trattativa bilaterale: racconta il tentativo di gestire la rivalità tra le due principali potenze mondiali senza rompere il sistema

Il summit tra Donald Trump e Xi Jinping sta per iniziare e Formiche si è mossa in anticipo per costruire un’analisi ampia, olistica, di quello che è uno dei momenti attraverso cui si sta ridefinendo il linguaggio strategico del XXI secolo. La rivista, nel numero 223, ha scelto di dedicare la propria storia di copertina all’incontro tra Washington e Pechino e alle implicazioni sistemiche della nuova fase della competizione sino-americana. Il sito continua a seguire con gli aggiornamenti la missione cinese di Trump da tutte le sfaccettature possibili e coinvolgendo esperti italiani e internazionali. Ne emerge un quadro estremamente composito, dove commercio, tecnologia, deterrenza, fragilità economiche, autonomia europea e trasformazione dell’ordine internazionale si intrecciano dentro una relazione che continua a ridefinire gli equilibri globali.

Il filo rosso che attraversa molti dei contributi è chiaro: Stati Uniti e Cina restano rivali strategici, ma stanno progressivamente entrando in una fase di competizione gestita, in cui l’obiettivo non è più trasformare l’avversario bensì stabilizzare una rivalità destinata a durare. È dentro questa cornice che prende forma anche il ritorno implicito del tema del “G2”: la possibilità che Washington e Pechino finiscano per negoziare direttamente gli equilibri del sistema internazionale, lasciando il resto del mondo — Europa inclusa — in una posizione sempre più difficile.

Uno dei temi più ricorrenti nel numero riguarda proprio la vulnerabilità europea. Valbona Zeneli, nonresident senior fellow presso l’Europe Center dell’Atlantic Council, analizza il crescente intreccio tra sicurezza europea e dipendenza economica dalla Cina. Il punto centrale è che commercio, investimenti e controllo delle materie prime stanno producendo vulnerabilità strategiche sempre più difficili da ignorare per Bruxelles. L’Europa continua infatti a dipendere simultaneamente dalla protezione americana e dalle supply chain cinesi, mentre deficit commerciali, sovraccapacità industriale e restrizioni sulle terre rare aumentano l’esposizione europea.

Questa dinamica si riflette inevitabilmente anche sul resto del sistema internazionale. Filippo Fasulo, co-head dell’Osservatorio geoeconomia e senior research fellow presso l’Osservatorio Asia di Ispi, osserva come l’Europa resti intrappolata in un equilibrio sempre più precario: allinearsi completamente agli Stati Uniti avrebbe costi industriali elevati, mentre aprirsi maggiormente alla Cina rischierebbe di aggravare ulteriormente le tensioni transatlantiche.

Ciò ci porta direttamente a un’altra domanda centrale: quanto è realmente possibile stabilizzare la rivalità tra Washington e Pechino? Secondo Rita Fatiguso, senior China correspondent del Sole 24 Ore, più che una riconciliazione il summit potrebbe rappresentare il tentativo di costruire regole minime di convivenza tra sistemi sempre più distanti sul piano ideologico, economico e politico.

Una prospettiva che si collega direttamente all’analisi di Matteo Dian, professore associato di Politica internazionale dell’Asia orientale all’Università di Bologna. Dian sostiene infatti che il vertice difficilmente produrrà una svolta reale nei rapporti sino-americani. Più realisticamente, Washington e Pechino proveranno a regolare una crescente mutua vulnerabilità economica e commerciale, con conseguenze dirette anche per l’Europa.

Ma la competizione non riguarda soltanto commercio e diplomazia. Dietro la tregua tattica resta infatti una rivalità strutturale che continua ad attraversare tecnologia, sicurezza, catene del valore e geopolitica. Peter Mattis, presidente della Jamestown Foundation, invita a non confondere la riduzione temporanea delle tensioni con una vera distensione strategica.

Anche il dibattito sul de-risking europeo nasce dentro questa logica. La professoressa Oriana Skylar Mastro, del center fellow presso il Freeman Spogli Institute for International Studies e docente a Stanford, affronta uno dei nodi più delicati per Bruxelles: quanto l’Europa sia davvero disposta a sostenere economicamente il costo di un progressivo sganciamento dalla Cina.

A complicare ulteriormente il quadro c’è poi la situazione interna cinese. Francesco Sisci, direttore dell’Appia Institute, descrive una Cina molto più fragile di quanto spesso appaia all’esterno: crisi immobiliare, sottoccupazione urbana, consumi deboli e forte dipendenza da sussidi pubblici ed esportazioni continuano infatti a rappresentare criticità profonde per il modello economico cinese.

Eppure, proprio questa fragilità sembra spingere Pechino verso una strategia di lungo periodo ancora più assertiva. Secondo Alberto Forchielli, managing director presso Mindful Capital Ventures, nessuno oggi punta davvero a “disinnescare” la competizione tra Washington e Pechino. L’obiettivo semmai è renderla sostenibile: per la Cina attraverso maggiore autosufficienza industriale e controllo statale; per gli Stati Uniti tramite un decoupling selettivo capace di proteggere il vantaggio tecnologico americano senza precipitare in una recessione globale.

Nel frattempo, dietro il summit Xi–Trump si muove una partita geopolitica ancora più ampia. Carlo Pelanda, professore di Economia presso UniMarconi, descrive il tentativo americano di ridurre l’influenza cinese in America Latina, Africa e Medio Oriente, oltre a indebolire il rapporto strategico tra Mosca e Pechino. Dall’altra parte, la leadership cinese prova ad assorbire questa pressione accelerando il riarmo competitivo e puntando sul progressivo logoramento dell’immagine americana nel mondo.

Messa insieme, questa raccolta di analisi restituisce un’immagine molto chiara: il summit Xi–Trump non riguarda soltanto le relazioni tra Stati Uniti e Cina. Riguarda il futuro dell’ordine internazionale. Riguarda la possibilità che il mondo entri in una fase sempre più transazionale, neo-imperiale e post-occidentale, dove le grandi potenze trattano direttamente la stabilità del sistema mentre gli attori intermedi cercano di non essere schiacciati. Ed è esattamente questo il tipo di lettura che abbiamo seguito anche nell’edizione di questa settimana di “Indo-Pacific Salad” – il cui titolo è ispirato dall’analisi del professore Enrico Fardella, tra i più attenti osservatori europei della Cina e dei rapporti di Pechino con l’Occidente, che trova un’angolazione formidabile: ospitare l’incontro con il presidente americano al Tempio del Cielo è “un modo implicato per inserire Trump dentro una cornice simbolica costruita da Pechino, dove la Cina appare come garante della stabilità globale in una fase di crisi dell’Occidente”.

Per iscriversi alla newsletter, basta seguire il link. Per provare a comprendere di più sul vertice Trump-Xi, basta leggere Formiche.


×

Iscriviti alla newsletter