All’Italia serve un dicastero che potrebbe anche non chiamarsi come tale ma che possa essere dotato di risorse sufficienti per poter costruire l’impalcatura necessaria per la costruzione di una visione politica di ciò che l’Italia di oggi intenda realmente per welfare. La riflessione di Stefano Monti
Sono sempre più numerose e autorevoli le iniziative dedicate al welfare, parola soltanto parzialmente traducibile in italiano con il termine benessere e che ha assunto una rilevanza crescente negli ultimi anni, estendendo le riflessioni sul welfare non più all’ambito di intervento del settore pubblico, ma coinvolgendo anche in modo sempre più sensibile tutti gli attori sociali.
Passando in rassegna le evoluzioni degli ultimi 20-25 anni, infatti, quello che si sta progressivamente affermando è un nuovo modello di “welfare”, che innova considerevolmente i primi paradigmi novecenteschi. Se la visione tradizionale del welfare state prevedeva una netta contrapposizione tra il ruolo del pubblico, protagonista indiscusso delle politiche di welfare, e il ruolo del privato, legittimato in questo modo a perseguire il proprio beneficio personale e individualistico, il nuovo modello di welfare distribuisce in modo più omogeneo le responsabilità.
Oggi sono tutti chiamati a concorrere alla creazione di un benessere generale della cittadinanza: lo sono le imprese, con i criteri ESG; lo sono gli investitori; lo sono i soggetti del terzo settore; lo è la cittadinanza tutta, con la partecipazione attiva, con le scelte di consumo etico, e con la partecipazione alle attività socialmente desiderabili, sia mediante il volontariato, sia mediante donazioni, erogazioni liberali.
A fronte di tale diffusione di responsabilità, il ruolo dello Stato ha subito una notevole trasformazione: da operatore unico, infatti, adesso è chiamato a svolgere sempre più una funzione di “coordinamento”, ed intervenendo sempre più sul “contesto” socio-economico e normativo, in un tendenziale di lungo periodo che punta a ridurne sempre più la dimensione “operativa”, anche mediante la delega, già oggi alquanto frequente, di azioni di welfare a soggetti che, pur se a capitale pubblico, agiscono seguendo i criteri organizzativi ed economici del mondo privato.
Nei Paesi in cui questo processo ha già conosciuto un importante livello di sviluppo, le scelte organizzative del settore pubblico hanno condotto alla creazione di veri e propri ministeri dedicati: in estremo oriente è particolarmente rilevante il caso del Giappone, mentre in Europa sono noti i casi dei Paesi scandinavi, come ad esempio la Norvegia che concentra gran parte delle funzioni di welfare all’interno del dicastero della salute e delle politiche sociali, e della Lettonia, che al Welfare dedica un Ministero unitario, integrando differenti discipline, e operando con lo scopo di “stabilizzare la condizione delle persone in situazioni di rischio sociale, ridurre la probabilità che tali rischi si verifichino, promuovere relazioni lavorative corrette, condizioni di lavoro sicure, uguaglianza di genere e opportunità per garantire una qualità della vita sufficiente a tutti.
In Italia il welfare non è affrontato secondo una prospettiva “integrata”: le declinazioni di tali temi, oltre alla consueta suddivisione tra Stato, Regioni, e Enti Territoriali, coinvolge anche soggetti molto differenti, dagli Enti Previdenziali alle Asl, con discipline che vengono centralmente attribuite praticamente a tutti i ministeri del nostro Paese, dalle Politiche Sociali alle Disabilità, passando dalle infrastrutture, lo sport, il made in Italy, e, non da ultimo il Ministero della Cultura.
Tale frammentazione è, in un certo senso, del tutto coerente con l’espansione del ruolo che il welfare ha assunto nel tempo, soprattutto a seguito dell’emersione di temi nuovi, che uniscono alle tematiche tradizionalmente ascritte al welfare (assistenza, previdenza, politiche sociali), quelle che invece vengono oggi chiaramente raccolte dal concetto di well-being, e che praticamente coinvolgono ogni aspetto della nostra vita, individuale e collettiva. Una frammentazione che, va detto, non di certo è sfuggita a molti analisti, e che il nostro Paese ha più volte cercato di “accorpare” all’interno di uno stesso soggetto organizzativo (si pensi al Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali istituito da Berlusconi, o il Ministero della Solidarietà Sociale di Prodi).
Esperienze e riflessioni che sinora hanno avuto poco successo implementativo anche a fronte di condizioni che per il nostro Paese sono strutturali: la suddivisione tra i poteri centrali e quelli regionali, il peso dell’INPS, il forte ruolo dei comuni, il peso politico del segmento sanitario, e tutta una serie di condizioni che rendono chiaramente ostico immaginare ad un super-ministero che si occupi di tutti gli aspetti che riguardino il Benessere (welfare) e il benessere (well-being) delle persone.
Nello scenario che si sta delineando, tuttavia, un nuovo potenziale dicastero dedicato a questi temi non sarebbe chiamato ad operare in modo attivo: il suo scopo sarebbe quello di integrare tutte le azioni già previste all’interno di una visione unitaria, definendo linee strategiche di medio-lungo periodo che consentano, per semplificare, di far convergere il consistente impiego di risorse pubbliche investite su questi temi all’interno di una visione politica più ampia. Questo consentirebbe, ad esempio, di immaginare interventi (politiche?) in grado di coniugare con efficacia azioni come la prescrizione culturale e attività legate alle azioni Esg delle Pmi, o ancora di identificare delle strade utili per favorire una sempre maggiore distinzione tra il ruolo della sanità pubblica e quello della sanità privata, evitando che quest’ultima si sostanzi come una “sanità obbligatoria” per chi non ha tempo di aspettare la sanità pubblica.
Un ministero che agendo per stimolare esclusivamente azioni legate al benessere, quindi, raccolga informazioni utili da tutto l’agire democratico, con lo scopo di implementare sempre più quelle correnti “contemporanee” di welfare, che prevedono un intervento sempre più “proattivo” e sempre meno “di risposta” a condizioni di disagio. Un ministero, che nelle sue forme iniziali si sostanzi più come una sorta di “data and policy center” e che in quanto tale abbandoni anche la morfologia classica dei dicasteri cui siamo abituati, con notevoli risparmi sulla spesa pubblica totale.
Un ministero che nelle proprie prime formulazioni si possa sviluppare più come un “processo di produzione informativa” così da poter utilizzare centri già esistenti, risorse già esistenti, senza duplicare funzioni che esistono già, e senza oberare in modo inutile ed eccessivo dipendenti pubblici e privati già sufficientemente impegnati a galleggiare nell’oceano di circolari e regolamenti. Un ministero contemporaneo, insomma, un’intelligence per il benessere delle persone, che sviluppi dati, che definisca indicatori, che crei processi di integrazione tra azioni già esistenti sul territorio: dalla cultura all’economia, dalle politiche sociali all’ambiente.
Un ministero che potrebbe anche non chiamarsi ministero, se tale dicitura spaventa, ma che possa essere dotato di risorse sufficienti per poter costruire l’impalcatura necessaria per la costruzione di una visione politica di ciò che l’Italia di oggi intenda realmente per welfare. Perché Asl, Inps, e qualsiasi altro acronimo nato nel corso del novecento, difficilmente riuscirà a garantire ai cittadini italiani quelle condizioni che oggi, nel 2026, chiamiamo benessere.
















