La vera contraddizione dell’amicizia tra Russia e Cina? L’asimmetria tra il breve ed il più lungo periodo. Nel primo tempo gli interessi convergono. Ma nel secondo tutti i vantaggi sono a favore di Pechino. L’analisi di Gianfranco Polillo
“La Cina è vicina” ammoniva Marco Bellocchio in un vecchio film del 1967. L’anno prima della contestazione studentesca. Nella trama un giovane maoista riusciva a far fallire la manifestazione finale di due esponenti della sinistra tradizionale. Compromessi fino alla radice dei loro capelli con le pratiche poco edificanti di un potere piccolo borghese. Negli anni dell’immaginazione al potere tutto sembrava possibile. Oggi un po’ meno. L’ombra di quella nuova potenza incute timore ed invita alla prudenza.
Non è solo il G7 ad interrogarsi su una presenza internazionale sempre più ingombrante. Ad oriente l’idea stessa di “un’amicizia senza limiti”, quale quella teorizzata tra i due vecchi (ma non troppo) alleati del blocco socialista, sembra sempre di più una pura fantasia. Lo era stata ai tempi di Mao e di Brezhnev, lo è oggi tra Putin e Xi Jinping al di là dei balletti di reciproca convenienza. Almeno a giudicare dal Kiel Report: il centro specializzato di Stoccolma, che si occupa dei grandi problemi legati alla geopolitica.
Nel breve periodo, osserva il rapporto, sarà difficile che la strategia americana del divide et impera possa avere successo. Tra Cina e Russia continuerà a correre buon sangue, almeno fin quando le due diverse strategie inizieranno a divergere. Solo allora (ma quando?) sarà possibile tentare il colpo rovesciato messo a segno da Henry Kissinger nei lontani anni ‘70. Con il risultato, allora, di inserire un cuneo profondo tra i due Paesi confinanti: non solo sul piano geografico, ma soprattutto su quello politico ed ideologico, in vista della lotta per la leadership sul movimento comunista internazionale.
La complementarità tra le politiche dei due Paesi, al momento, è evidente. La Cina ha bisogno di avere prodotti energetici – dal petrolio al gas – ai prezzi più convenienti possibili. La Russia di Putin di tutto il resto, ma soprattutto di quei beni e materiali da gettare nella fornace dell’Ucraina. È il segno più evidente di un rapporto malato, che la Cina vuol mantenere tale. Impedisce infatti che le sue aziende possano delocalizzarsi in territorio russo. Con il Paese vicino vi possono essere solo rapporti commerciali, tuttalpiù una dipendenza finanziaria funzionale agli interessi cinesi di lungo periodo.
Il commercio bilaterale tra le due sponde degli Urali dimostra ampiamente la natura di quei rapporti. A seguito delle sanzioni, le importazioni di prodotti energetici dalla Russia, in Europa, sono crollate dal 50% (2020) al 12% (2024). Quelle cinesi sono, invece, raddoppiate, passando dal 40 all’80%. Grazie anche agli sconti ottenuti sul prezzo delle relative forniture. Ma non per questo la Cina ha rinunciato a rifornirsi da altri (Iran, Venezuela, Emirati Arabi, ecc.). Le importazioni di petrolio dalla Russia, infatti, non superano il 19% del suo fabbisogno nazionale. Ancora più cauta la sua strategia in tema di forniture di gas. Pechino rifiuta di avere contratti di fornitura a lungo termine a prezzo prestabilito. Il gasdotto La forza della Siberia che avrebbe dovuto garantire una fornitura stabile tra i due Paesi, per questi motivi, ancora non decolla.
Più o meno la stessa cosa è avvenuta per le altre merci: al crollo delle esportazioni russe verso l’Europa (dal 38 al 7%) ha fatto seguito il forte sviluppo con la Cina. Le relative importazioni sono aumentate dal 16 al 30%. Il commercio bilaterale salito da 104 a 245 miliardi di dollari (2024). Più che una scelta, uno stato di necessità, dovuto alle sanzioni ed al rifiuto di molti Paesi di commerciare con la Russia a causa della sua aggressione nei confronti della Ucraina.
La guerra in Iran ha messo drammaticamente in luce i punti di forza e di debolezza di questo sistema. Prima della chiusura dello stretto di Hormuz, il crollo dei proventi della vendita di idrocarburi era giunto al punto da costringere il Cremlino a varare un piano che prevedeva un taglio del 10% della spesa civile. Piano poi accantonato di fronte ai maggiori introiti resi possibili dal blocco dello stretto. Con i proventi delle esportazioni che passavano da 84 a 252 miliardi e le connesse entrate fiscali da 45 a 151 miliardi. La riapertura dello stretto potrebbe, quindi, determinare nuovamente la fine di quei bengodi.
Sul fronte delle importazioni, invece, la Cina ha preso il posto dei vecchi fornitori europei. Una presenza sempre più penetrante.
Le importazioni russe di beni a doppio uso militare e civile sono passati da circa il 25% di prima dell’invasione all’80% dello scorso anno. Si tratta di componenti elettronici, macchinari a controllo numerico, computer, hardware per le telecomunicazioni, componenti ottici e aereo spaziali avanzati. La conseguenza è stata la quasi totale dipendenza del complesso militare russo dalle forniture cinesi. Dipendenza che, in futuro, comunque vadano le cose, sarà difficile rovesciare. Un cambiamento così repentino e profondo poteva avvenire solo consentendo alla Russia di finanziarsi diversamente, a causa della sua esclusione dal circuito del dollaro. Negli scambi bilaterali con la Cina l’accesso al sistema Swift, è stato rimpiazzato dal renminbi. Scelta che ha accentuato un legame di dipendenza.
Come ha ricordato la stessa Elvira Nabiullina, governatrice della Banca centrale russa, da ora in poi ogni movimento dello yuan, con i suoi riflessi immediati sul livello del cambio, è destinato ad esercitare una forte influenza sul quadro macroeconomico del Paese vicino. Fino a determinare possibili shock esterni. Il valore dello yuan, infatti, non dipende dagli andamenti di mercato, bensì dalla politica della Bank of China, che a sua volta ne risponde al Partito comunista, dando luogo ad un sistema particolarmente opaco ed altrettanto pericoloso.
C’è solo da aggiungere che questo legame finanziario è addirittura più stringente di quello commerciale. Le riserve accumulate nella moneta cinese, infatti, non possono che essere sterilizzate. Ad di fuori di quella relazione, nessun altro Paese accetterà di scambiare i propri prodotti con una moneta, come il rembinbi, che al momento non è convertibile. I russi saranno pertanto costretti sempre più a comprare prodotti “made in China” accentuando un legame di dipendenza che, in prospettiva, potrebbe trasformarsi in un nodo scorsoio.
Del tutto diverso, invece, l’interesse cinese. La nascita di un sistema di pagamenti alternativo al dollaro ha dimostrato che del primo di può fare tranquillamente a meno. Al tempo stesso questo nuovo sistema non presenta i vincoli dell’altro. Esso può garantire al Paese egemone tutti i vantaggi e nessun onere. Rompendo così quella simmetria che, da sempre, ha caratterizzato ogni funzione di leadership. In tal modo la Cina non sarà costretta a mantenere in equilibrio la sua bilancia dei pagamenti, sia per regolare il corso della moneta, che la liquidità necessaria per favorire gli scambi. Non avrà nemmeno l’obbligo di garantire il libero movimento dei capitali. Insomma tutti i vantaggi del dirigismo e ben pochi i condizionamenti del libero mercato.
Grazie quindi al cedimento della Russia, non più partner della Cina, come speravano le élite di quel Paese, ma semplice dipendente, il peso politico di quest’ultima si è enormemente rafforzato. Lo si vede chiaramente nell’Asia centrale una volta dominata da Mosca.
Oggi quei Paesi, un po’ per paura delle sanzioni, ma soprattutto timorosi del revanscismo di questa nuova Prussia, hanno diversificato le loro relazioni internazionali. E la Cina ne è stata la principale beneficiaria. Stessa cosa è avvenuta per i Brics e per la Shanghai Cooperation Organization (SCO) alleanze in cui il soft power cinese (commercio, finanza e politica) è ormai dominante. Il ruolo stesso di Mosca, un tempo alla testa di quelle forme di aggregazioni, oggi ridotto, invece, a semplice partecipante.
Ed ecco allora la vera contraddizione di quella amicizia: l’asimmetria tra il breve ed il più lungo periodo. Nel primo tempo gli interessi convergono. Ma nel secondo tutti i vantaggi sono a favore di Pechino. Fin da ora l’economia più forte del Pianeta, domani anche quella che politicamente è in grado di ridimensionare il peso degli Stati Uniti. O dello stesso Occidente se Donald Trump continuerà nella sua opera di demolizione. A volte non ci si rende conto di lavorare per il Re di Prussia. Non se ne rende conto Putin. Tanto meno Trump. Eppure nella strategia di lungo periodo della Cina gli obiettivi erano stati enunciati con grande chiarezza. “Saranno le campagne ad accerchiare le citta”. Era stata l’essenza della strategia militare con cui Mao Zedong aveva vinto la sua guerra patriottica negli anni 30/40. Ma a volte la storia si ripete, specie se gli stolti non tengono conto del suo insegnamento.
















