Da Conte a Vannacci, fino alle ambiguità presenti nel governo, si diffonde l’idea che il riarmo sia il prodotto di una narrazione interessata. Un argomento che ignora le lezioni della Storia e il ruolo della deterrenza nella stabilità europea. Il commento di Alberto Pagani
A Napoli, l’8 luglio, Giuseppe Conte ha condensato in una frase l’argomento che da mesi circola, in forme diverse, lungo tutto lo spettro politico italiano: la minaccia russa sarebbe in larga parte una costruzione, funzionale a giustificare un riarmo che sottrarrebbe risorse al welfare, alla sanità, alle pensioni. Nel giro di poche ore la stessa tesi è stata rivendicata, con orgoglio, da Roberto Vannacci, che ha ricordato come lui e Conte votino da anni le stesse posizioni al Parlamento europeo. E solo qualche settimana prima era stato Matteo Salvini, vicepremier e ministro in carica, a invitare alla prudenza sul riarmo paragonando gli sforzi europei di sostegno a Kiev ai fallimenti storici delle campagne di Hitler e Napoleone in Russia, un’uscita che gli è valsa gli apprezzamenti pubblici della portavoce del ministero degli Esteri russo.
Tre voci molto diverse per collocazione, elettorato e linguaggio, ma convergenti su un’unica tesi di fondo. È un fenomeno che merita un’analisi onesta sul piano intellettuale e corretta sul piano storico, perché l’idea che la minaccia russa sia un pretesto propagandistico non è più patrimonio di una parte, ma attraversa lo spettro politico da un capo all’altro, trovando sponde nel sovranismo di destra, nel governo stesso, e nel movimentismo pacifista di sinistra.
Per capire perché questa tesi non regge alla prova della Storia, occorre partire da più lontano, dal momento in cui l’umanità stessa provò per la prima volta a costruire istituzionalmente la pace. Alla fine della Prima guerra mondiale, di fronte a una carneficina senza precedenti che aveva causato oltre sedici milioni di morti e sconvolto l’intero ordine europeo, i vincitori concepirono la Società delle Nazioni come lo strumento per rendere impossibile il ripetersi di un simile massacro: un sistema di sicurezza collettiva in cui gli Stati avrebbero rinunciato all’uso unilaterale della forza, affidandosi a sanzioni condivise e alla forza morale del diritto internazionale. Era un’aspirazione nobile, nata dall’orrore delle trincee, e per certi versi la prima vera prova, su scala globale, che la pace potesse essere costruita per via istituzionale anziché imposta con l’equilibrio delle armi.
L’aspirazione si rivelò però drammaticamente insufficiente già nel giro di poco più di un decennio. Quando l’Italia fascista invase l’Etiopia, nel 1935, la Società delle Nazioni rispose con sanzioni economiche blande, incapaci di fermare l’aggressione: un gigante dai piedi d’argilla. Allo stesso modo, la Germania nazista fu libera di testare la postura delle democrazie occidentali attraverso una serie di annessioni progressive: la rimilitarizzazione della Renania, l’Anschluss dell’Austria, l’annessione dei Sudeti nel 1938. Le potenze europee, terrorizzate dall’idea di una nuova guerra dopo l’esperienza della prima, praticarono la politica dell’appeasement, concedendo terreno nell’illusione di saziare l’espansionismo nazista attraverso la trattativa e la moderazione. Il risultato fu che la Germania percepì quella moderazione come debolezza, e giunse a smembrare la Cecoslovacchia e a invadere la Polonia, trascinando il mondo nel conflitto più sanguinoso della Storia: un fallimento che dimostrò come un sistema di sicurezza fondato solo su regole condivise, senza una capacità di deterrenza credibile alle spalle, sia strutturalmente esposto a chi è disposto a violarle. Dopo il 1945, la nascita dell’Onu e dell’Europa unita tentò di ricostruire un ordine fondato sul diritto, imparando in parte la lezione. Ma questa volta la pace in Europa occidentale non fu affidata unicamente ai trattati: fu garantita dalla deterrenza. L’Alleanza Atlantica e la minaccia della Distruzione Mutua Assicurata legata alle armi atomiche resero il conflitto tra grandi potenze troppo costoso per essere razionale. I limiti del diritto internazionale si palesano ancora oggi, laddove, proprio come accadde alla Società delle Nazioni, un sistema basato su regole funziona solo finché non viene sfidato apertamente da una grande potenza, come dimostra l’invasione russa dell’Ucraina.
Su questo punto occorre essere chiari, perché la retorica pacifista tende a rimuoverlo: la lunga pace di cui l’Europa occidentale gode dal 1945 non è il frutto di un accresciuto amore dei popoli per la pace in sé. È il frutto della paura, dell’equilibrio del terrore, e poi della garanzia collettiva della Nato. Cooperazione economica e deterrenza militare non sono mai state due strade alternative: sono state, storicamente, complementari, con la seconda a fare da garanzia strutturale della prima. Senza la copertura offerta dall’Alleanza Atlantica, difficilmente il mercato comune europeo avrebbe potuto svilupparsi con la stabilità che ha conosciuto nei decenni successivi al secondo dopoguerra.
Questo ci porta al cuore teorico della questione, teorizzato con grande rigore da Norman Angell, giornalista e saggista britannico, futuro premio Nobel per la Pace, nel suo saggio del 1910, “La Grande Illusione”. Angell sosteneva che l’interconnessione economica globale e la finanza moderna avessero reso la guerra irrazionale, un suicidio collettivo anche per il vincitore. E su questo punto aveva ragione: la ricchezza si costruisce con la cooperazione in tempo di pace, non con la conquista. L’intera parabola dell’integrazione europea, dalla Ceca all’Unione, è la dimostrazione più solida di questa intuizione, forse anche oltre le previsioni dello stesso Angell. Il problema non è dunque che l’analisi economica fosse sbagliata. Il problema è che avere ragione sul piano economico non è bastato, da solo, a impedire né la Prima né la Seconda guerra mondiale, perché quell’analisi ignorava tre variabili che la Storia ha puntualmente riproposto.
Il nazionalismo e la percezione di un destino manifesto spesso superano i semplici calcoli commerciali. L’illusione della “guerra lampo” convinceva gli stati maggiori di poter conseguire rapide vittorie militari prima che l’interruzione dei commerci diventasse fatale. E i regimi autocratici, come quello hitleriano allora e quello russo oggi in forme diverse, non cercano un semplice incremento del PIL, ma puntano a obiettivi storici, territoriali e di potenza assoluta che trascendono la logica economica.
La stessa illusione, priva però del contrappeso della deterrenza, è tornata nel periodo post Guerra Fredda con il “Wandel durch Handel” tedesco: l’idea che l’acquisto massiccio di energia dalla Russia avrebbe reso impensabile una guerra, di per sé, senza bisogno d’altro. Il calcolo strategico russo ha nuovamente subordinato i costi economici agli obiettivi geopolitici, smentendo l’illusione europea.
Alla luce di queste lezioni storiche, è possibile decostruire in tre passaggi l’argomentazione secondo cui la minaccia russa sarebbe una mera narrazione per spingere i cittadini europei ad accettare un riarmo a scapito del welfare.
Il primo errore è un’inversione cronologica. La tesi della minaccia artificiale presuppone che i fatti seguano la narrazione, mentre è vero l’esatto contrario. Dopo la Guerra Fredda l’Europa ha vissuto un lunghissimo disarmo strutturale, incassando i “dividendi della pace” proprio per finanziare i propri modelli sociali. Il dibattito sul riarmo è emerso con fatica solo in reazione a eventi concreti: l’annessione della Crimea nel 2014 e l’invasione su vasta scala del 2022. La reazione europea è stata lenta e tardiva, smentendo la presunta premeditazione di un complesso militar-industriale.
Il secondo errore riguarda il merito: l’opposizione dicotomica tra armi e stato sociale è fuorviante. La pace, e di conseguenza la stabilità economica che permette di finanziare ospedali, scuole e pensioni, non si mantiene autonomamente. Come dimostra l’appeasement degli anni Trenta, rifiutare il costo della deterrenza espone l’intera architettura sociale al rischio di distruzione. La spesa per la sicurezza non è antitetica al welfare: ne è il prerequisito, lo scudo che protegge i benefici dello stato sociale.
Il terzo errore è di natura psicologica, ed è forse il più interessante per chi si occupa di guerra cognitiva. La convinzione che la minaccia sia montata ad arte dai governi rappresenta un meccanismo di difesa comprensibile in una cittadinanza abituata a settant’anni di pace. È più facile incolpare l’avidità delle proprie istituzioni, o interessi industriali noti e domestici, piuttosto che accettare la scomoda realtà di un attore geopolitico esterno che utilizza la forza per alterare i confini, sfidando i valori stessi su cui si regge l’equilibrio globale. Non è un caso che questa narrazione trovi terreno fertile sia a sinistra, dove si salda con l’antimilitarismo storico, sia a destra, dove si intreccia con la diffidenza sovranista verso l’atlantismo tradizionale: le due sponde arrivano alla stessa conclusione da premesse ideologiche opposte, il che dovrebbe indurre a diffidare della conclusione, non a considerarla per ciò più solida.
La Storia continua a scontrarsi con l’incapacità delle nazioni di trarne un insegnamento duraturo. Nessuno, in questo dibattito, sostiene che la spesa per la difesa sia priva di costi opportunità, né che ogni euro destinato al riarmo sia speso con efficienza: è legittimo discutere le priorità di bilancio e la sostenibilità sociale degli obiettivi Nato. Ma ignorare l’efficacia brutale della forza, a favore di un pacifismo disarmato fondato esclusivamente sul commercio e sulla buona fede altrui, ha sempre, storicamente, preparato il terreno a catastrofi ben più ampie.
Occorre infine ricordare che la costruzione di una capacità di difesa europea credibile non è, di per sé, in contraddizione con l’eredità di Angell: ne è semmai la necessaria integrazione. Un’Unione capace di dissuadere un’aggressione è anche l’Unione che meglio protegge lo spazio di cooperazione economica e sociale che l’interdipendenza ha reso possibile. La vera alternativa non è tra armi e welfare, ma tra un’Europa capace di difendere ciò che ha costruito e un’Europa che, per timore del proprio passato bellico, rischia di ripeterlo per debolezza.
















