Giorgio Carta, avvocato del generale Roberto Vannacci e oggi responsabile sicurezza di Futuro Nazionale, lavora alla costruzione dell’ossatura programmatica del movimento: tutela delle forze dell’ordine, “scudo penale” per gli agenti, revisione delle norme su legittima difesa e uso della forza, fino al tema controverso della “remigrazione”. Tra ambizioni di governo e dialogo con il centrodestra, Carta spiega a Formiche.net come punta a trasformare il consenso personale di Vannacci in un progetto politico strutturato
“Credo che un giorno ci sarà un governo guidato dal generale Roberto Vannacci. Vannacci premier. Se non ci credessi, non sarei qui”. La frase che Giorgio Carta consegna alle colonne di Formiche.net arriva come una dichiarazione di fede politica, ma anche come la fotografia di una scommessa ancora tutta da verificare.
L’avvocato che ha difeso il generale nelle sue vicende giudiziarie oggi è uno degli uomini incaricati di costruire l’impianto programmatico di Futuro Nazionale, il movimento nato attorno alla figura dell’ex comandante della Folgore.
Carta, avvocato e docente di diritto militare, è stato nominato responsabile del dipartimento sicurezza, remigrazione e rapporti con le forze dell’ordine. Un incarico che segna il passaggio da un rapporto professionale a un rapporto politico. Ma non chiamatelo ideologo.
“Il merito del generale è del generale. Io sono stato il suo avvocato”, chiarisce Carta, spiegando però che il rapporto si sarebbe evoluto su un terreno comune: “Poi ci siamo trovati a concordare su tutte le questioni di sicurezza, delle forze dell’ordine, dell’integrazione tra forze armate e forze di polizia”.
È proprio la sicurezza il primo pilastro del suo lavoro nel partito.
Carta prova a tradurre in proposte giuridiche alcuni dei temi più identitari della destra contemporanea in salsa vannacciana: maggiore tutela per gli operatori delle forze dell’ordine, revisione delle responsabilità nell’uso della forza, rafforzamento degli strumenti contro la criminalità.
“Chi commette un reato non deve mai trarne vantaggio”, è uno dei principi che indica come bussola. Il riferimento è agli articoli 52 e 53 del codice penale, dedicati rispettivamente alla legittima difesa e all’uso legittimo delle armi. L’obiettivo, nella sua impostazione, è intervenire sulle conseguenze economiche e giuridiche di situazioni nelle quali un comportamento doloso possa produrre un beneficio per chi lo ha determinato.
La proposta più caratterizzante è quella dello “scudo penale” per le forze dell’ordine. Un’espressione che richiama un tema da anni al centro del confronto politico: come garantire l’efficacia dell’azione delle divise senza indebolire il controllo sulla legittimità degli interventi.
Carta guarda al modello sanitario come riferimento. “Se i medici applicano i protocolli, non sono responsabili anche se il paziente muore, salvo il caso di colpa grave”, è il ragionamento.
Una logica che, secondo l’avvocato, dovrebbe essere estesa a chi opera in contesti di rischio: “Queste regole, applicate ai medici che fanno un lavoro rischioso, così come ai militari all’estero in missione, vanno applicate anche alle forze dell’ordine”.
La questione, nella sua lettura, riguarda soprattutto l’incertezza operativa. “Non dobbiamo più avere incertezza sul da farsi per le forze dell’ordine”, sostiene il legale.
La finalità dichiarata non sarebbe quella di importare il modello americano, ma di avvicinare l’Italia ad altri sistemi europei. “Non vogliamo il modello americano, ma una polizia che abbia una capacità operativa simile a quella dei Paesi confinanti”.
Tra gli esempi cita la Francia, dove il tema della presunzione di legittimità nell’uso delle armi da parte della polizia è stato oggetto di interventi legislativi.
L’altro fronte affidato a Carta è quello della “remigrazione”, parola che porta con sé un carico politico e semantico controverso. L’avvocato respinge l’associazione con la deportazione: “La remigrazione, piaccia o non piaccia, è il concetto opposto: si riportano le persone al luogo d’origine perché non hanno titoli a stare sul nostro territorio”.
Un tema che si intreccia con il nuovo regolamento europeo sui rimpatri, approvato dopo una lunga discussione nelle istituzioni comunitarie.
Per Carta si tratta di uno spartiacque rispetto alla precedente normativa del 2008, nata in un contesto migratorio molto diverso. “Avevamo delle persone destinatarie di fogli di via che però si dileguavano e commettevano reati subito dopo i provvedimenti di espulsione”, afferma.
Secondo la sua interpretazione, la nuova disciplina potrebbe rendere più efficace l’esecuzione dei rimpatri perché “il pericolo di fuga sarà più facile da provare”.
Il punto centrale, sostiene, è passare dai provvedimenti sulla carta alla loro concreta applicazione: “Emanare un foglio di via e metterlo in pratica si potrà fare in modo più efficace”.
Resta la partita politica.
Vannacci ha indicato la necessità di un rapporto con il centrodestra, ma senza automatismi. Carta riassume il concetto con una metafora: “I matrimoni si fanno in due”.
La strada verso un eventuale ingresso stabile nell’area di governo passa quindi dalla capacità del movimento di consolidarsi e trovare interlocutori.
Nel frattempo l’avvocato lavora alla costruzione di un’identità politica precisa, fondata su sicurezza, ruolo dello Stato e controllo dei flussi migratori.
Il suo profilo, a metà tra diritto militare e militanza politica, rappresenta il tentativo di dare una struttura tecnica a un progetto che punta a trasformare il consenso personale di Vannacci in una forza organizzata. Con una prospettiva che l’avvocato non nasconde: “Da qui alle prossime elezioni può succedere di tutto”.
















