Sembra fuori luogo, quasi inadeguato, dover tornare a parlare di Afghanistan oggi, quando il mondo appare sull’orlo del baratro per guerre effettive, dichiarate e non, con effetti ormai globali, e relazioni internazionali che sembrano stravolte e quasi impazzite. Eppure proprio in questo tempo di conflitti che si sovrappongono, fermarsi a guardare indietro è un esercizio doveroso. Anche perché il caos globale che viviamo sembra aver avuto origine proprio da quel tremendo 15 agosto di cinque anni fa. La riflessione del generale Massimo Panizzi
Quel giorno Kabul tornava nelle mani dei talebani mentre il mondo, distratto dalle vacanze, guardava altrove. Di quel momento conserviamo soprattutto le immagini dell’aeroporto: la folla che vi si accalcava via via più numerosa e spaventata, la corsa disperata verso gli aerei, l’evacuazione convulsa di occidentali e afghani. Fotogrammi entrati nella storia, che hanno finito inevitabilmente per condizionare il giudizio su tutto ciò che li aveva preceduti.
Ma vent’anni di Afghanistan non possono essere raccontati soltanto attraverso gli ultimi giorni di Kabul. Soprattutto non possono essere dimenticati. C’è un’eredità che, prima o poi, dovremo raccogliere. Oggi il Paese sembra scivolato ai margini della nostra attenzione, eppure quegli anni di presenza internazionale – e italiana in particolare – non possono essere cancellati da quelle immagini sconvolgenti. Ci sono i nostri Caduti, le lezioni apprese, le relazioni costruite, gli afghani che oggi vivono in Italia. E c’è, soprattutto, quanto seminato in una generazione che aveva conosciuto un’altra possibilità di futuro, nella recondita speranza che tali semi possano ancora portare frutto, anche se il presente non promette nulla di buono.
Scrivo queste righe convinto che l’Afghanistan, in fondo, sia anche un pezzo d’Italia. Lo dicono i 53 militari italiani caduti e gli oltre 700 feriti in vent’anni di missione, le decine di migliaia di uomini e donne delle nostre Forze Armate che si sono avvicendati tra Kabul e la provincia di Herat, Maria Grazia Cutuli, la giornalista del Corriere uccisa mentre raccontava quella guerra. Oltre duemila opere realizzate dai nostri contingenti – scuole, pozzi, poliambulatori, un ospedale pediatrico, un carcere femminile, centri di aggregazione per sole donne – sono segni concreti di un impegno che andava oltre la sicurezza e provava a costruire futuro. Senza dimenticare i diplomatici, i cooperanti, i giornalisti, tutti coloro che hanno condiviso un tratto della propria vita con quella terra e con la sua gente.
Per chi l’Afghanistan l’ha vissuto, anche solo per una parte della propria esistenza, Herat e Kabul non sono semplicemente luoghi su una carta geografica. Esprimono volti, voci, polvere, sudore, montagne, odori, paure, speranze e sangue. Rappresentano esperienze uniche e relazioni umane insostituibili. Chi scrive ha trascorso tredici mesi intensi a Kabul: un tempo sufficiente per capire che da certi luoghi non si torna mai esattamente come si era partiti, con uno sguardo cambiato sul mondo e su ciò che davvero conta. Cinque anni dopo, una domanda – su tante altre – continua a tornare, in modo più o meno esplicito: ne è valsa la pena?
Il peso di chi c’era fino alla fine
È la stessa domanda che attraversa la recente intervista del generale americano Scott Miller, ultimo comandante della Nato “Resolute Support Mission” e delle forze statunitensi in Afghanistan, concessa a Joe Byerly per il podcast “From The Green Notebook” e pubblicata proprio in occasione di questo anniversario.
Miller, che ho avuto la fortuna di avere come comandante, parla con franchezza del senso di incredulità con cui assistette al crollo dell’Afghanistan nell’agosto 2021 e della rabbia che portò con sé per mesi, riconoscendola come non salutare e decidendo consapevolmente di non lasciare che definisse il resto della sua vita. Un leader autentico, che racconta di un “rischio che ha superato le attività sul campo” nella gestione dell’evacuazione e indica, come lezione essenziale, la mancanza di continuità. Le frequenti rotazioni di comandanti e personale, infatti, hanno prodotto molte “esperienze successive” dell’Afghanistan, senza costruire una vera comprensione condivisa del Paese: una distinzione elementare in teoria, assai più complessa nella realtà, tra vincere sul piano tattico e conseguire un risultato strategico.
Lo stesso Miller introduce poi un principio sul quale vale la pena riflettere: una cosa è valutare criticamente l’esito strategico di una guerra, un’altra è stabilire se il servizio e il sacrificio di chi vi ha partecipato abbiano avuto valore. Sono due piani che non dovremmo confondere. L’ultimo comandante di Resolute Support affida ai veterani un messaggio semplice: essi hanno il diritto di essere orgogliosi del proprio servizio, indipendentemente da come è finita. Non è un’assoluzione a buon mercato: lui stesso non se la concede, portando ancora oggi il peso di chi, negli ultimi giorni, dovette guardare negli occhi i propri collaboratori afghani e dire “non posso più aiutarti”.
Quello di Miller è, piuttosto, un invito a scindere il valore di un impegno dal suo esito, senza per questo smettere di interrogarsi su strategie cambiate più volte, sulla difficoltà di comprendere fino in fondo la società afghana, o ancora sulla fragilità delle istituzioni costruite; soprattutto, sul differenziale creatosi – in varie fasi – tra i successi ottenuti sul terreno e l’obiettivo politico finale, non sempre altrettanto chiaro. Sono nodi che dovremmo continuare ad analizzare, se non altro per non disperdere un patrimonio pagato a un prezzo altissimo.
Un principio simile emerge, sul fronte diplomatico, dalla preziosa testimonianza dell’ambasciatore Francesco Talò, ultimo tra i rappresentanti del Consiglio Atlantico a visitare Kabul prima del ritiro, raccolta da Lucia Capuzzi per Avvenire nell’ambito della serie “Guerre dimenticate”: il racconto sincero di un senso di colpa che lo accompagna ancora, di una decisione che sapeva sbagliata fin dal momento in cui fu presa – l’Accordo di Doha del 2020, siglato da Stati Uniti e talebani – e delle tante donne afghane a cui, con altrettanta onestà, non poté promettere molto. Talò invita a continuare a parlare di Afghanistan e ad alimentare la speranza di una svolta.
Inestimabile, al riguardo, è il racconto dell’ambasciatore Stefano Pontecorvo, Alto Rappresentante Civile della Nato e ultimo a lasciare il Paese il 27 agosto 2021, che nel suo libro “L’ultimo aereo da Kabul” ricostruisce da protagonista il collasso delle istituzioni afghane dopo aver coordinato l’evacuazione di decine di migliaia di collaboratori dell’Alleanza. Voci diverse e complementari, quelle dei due diplomatici, che ci dicono come l’Afghanistan non possa essere né celebrato acriticamente, né semplicemente rimosso: ammissioni rare, da leggere e condividere proprio perché non si nascondono dietro nulla.
Herat, la città più “italiana” dell’Afghanistan
Per comprendere davvero quei vent’anni bisogna guardare anche oltre Kabul. Per anni l’Italia ha avuto la responsabilità della regione occidentale del Paese: migliaia di nostri militari hanno operato lì, prima nell’ambito di Isaf e poi di Resolute Support, lavorando con le forze di sicurezza afghane, le autorità locali e la popolazione. Accanto alla dimensione militare vi furono cooperazione, formazione, infrastrutture, scuole, sanità e sostegno alle istituzioni. Herat è diventata così uno dei luoghi in cui la presenza italiana ha lasciato le tracce più profonde: possiamo davvero considerarla la città più “italiana” dell’Afghanistan.
È significativo che proprio da Herat arrivino oggi alcune delle testimonianze che più inducono a riflettere su ciò che è sopravvissuto a quella stagione. Nel reportage pubblicato da La Stampa, Flavia Amabile racconta una generazione di giovani afghani cresciuta conoscendo possibilità che i loro genitori non avevano avuto: studiare, lavorare, esprimersi attraverso l’arte, immaginare una professione. Oggi molti di quegli spazi sono stati chiusi, soprattutto per le donne. Ma alcuni giovani continuano a cercarne altri, anche nella clandestinità: sono le ventenni della Generazione Z afghana che praticano taekwondo di nascosto, che dipingono i luoghi in cui non possono più entrare, che gridano ancora “istruzione, lavoro, libertà” nelle strade, pagando quel coraggio con arresti e violenze.
La condizione delle donne, oggi
Cinque anni di regime talebano hanno prodotto oltre cento decreti contro le donne, ricostruisce Il Foglio nel suo bilancio del 14 agosto scorso, a firma di Priscilla Ruggiero: scuole secondarie e università chiuse, lavori vietati, spostamenti condizionati a un tutore maschile, la voce femminile trattata come qualcosa da “non far risuonare fuori casa”. Le Nazioni Unite parlano ormai apertamente di apartheid di genere, mentre quasi metà della popolazione afghana necessita di assistenza umanitaria e la Corte penale internazionale ha emesso mandati d’arresto contro i vertici talebani per la persecuzione sistematica di donne e ragazze.
È lo stesso scenario che Barbara Schiavulli, giornalista che l’Afghanistan lo racconta dal 2001, ha reso ancora più personale su “Radio Bullets”, definendo il ritiro occidentale non tanto quale incidente della storia, ma come un fallimento che comincia molto prima del 2021, quando si scambiava la costruzione di qualche scuola per la trasformazione di una società, e si usava la libertà femminile come manifesto dell’intervento, senza mai renderla condizione non negoziabile. Racconta che l’istruzione secondaria e universitaria femminile è stata sostanzialmente cancellata, l’accesso al lavoro e alla vita pubblica drasticamente limitato e milioni di ragazze crescono senza poter compiere un percorso educativo che soltanto pochi anni fa sembrava davvero acquisito. A questo si aggiunge una crisi umanitaria che continua a colpire milioni di persone. Un bilancio che nessun anniversario può addolcire, e che dovrebbe risvegliare la comunità internazionale.
Ci rinfrancano, però, alcune testimonianze che arrivano dall’Afghanistan e che raccontano come quella trasformazione non sia stata completamente cancellata. Ci sono ragazze che continuano a studiare dove possono, donne che cercano di lavorare, insegnanti che continuano a trasmettere conoscenza, giovani che dipingono, leggono, praticano sport, cercano spazi in cui poter essere ciò che hanno imparato a immaginare di diventare. È qui, credo, che vanno cercati i semi piantati in quei vent’anni: perché sarebbe ingiusto negare che la presenza internazionale abbia contribuito, con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, ad aprire opportunità e ad alimentare aspettative oggi molto più difficili da cancellare di quanto non sia chiudere formalmente una scuola. Per vent’anni una generazione di afghani ha conosciuto qualcosa che quella precedente non aveva conosciuto, o aveva sperimentato solo per brevi periodi: maggiore accesso all’istruzione, una società civile più articolata, informazione, università, una diversa presenza delle donne nello spazio pubblico. Molte di quelle conquiste sono state oggi brutalmente frenate. Ma ciò che è stato possibile non si cancella con un decreto: quelle ragazze sanno che un’altra vita esiste, perché direttamente – o attraverso chi le ha precedute – ne hanno intravista una.
Una lezione strategica, prima ancora che un’eredità
Non spetta a chi scrive stabilire se quella guerra, o semplicemente operazione (dal punto di vista della Nato), sia stata giusta. Ma per noi l’Afghanistan deve diventare anche una grande lezione strategica, da studiare e ristudiare, per imparare a distinguere il successo tattico da quello politico, la capacità di conquistare da quella di costruire e, soprattutto, la durata di una missione dalla continuità di una strategia. Inoltre, conoscere più a fondo le società nelle quali si decide di intervenire e costruire una comprensione istituzionale capace di sopravvivere all’avvicendamento delle persone.
Bisogna tenere presente, soprattutto in questo periodo di “disordine geopolitico globale”, che ogni intervento militare deve avere un obiettivo politico comprensibile e un end state realistico. Questo, più che la ricerca tardiva di presunti colpevoli, è ciò che dobbiamo a chi non è tornato e a chi ha servito laggiù, unitamente all’invito – che arriva sia dal generale Miller, sia dai diplomatici italiani che l’hanno vissuta da vicino – a riconoscere a militari, diplomatici, cooperanti e giornalisti, il diritto a un orgoglio che non necessita di un lieto fine per essere legittimo.
Cinque anni dopo, dunque, ricordare l’Afghanistan vuol dire essenzialmente assumersi la responsabilità della propria storia. Per l’Italia, quella storia ha il volto di chi l’ha servita in divisa e fuori di essa, che con quella terra hanno condiviso un pezzo della propria vita. Ha le strade di Kabul e soprattutto quelle di Herat, dove per tanti anni il Tricolore è stato una presenza quotidiana.
Il sogno di tornare
Il sogno – che anche chi scrive coltiva – è quello di tornare un giorno a Kabul e a Herat: possibilmente non dentro un mezzo blindato e protetti da un giubbotto antiproiettile, ma da viaggiatori nostalgici di rivedere posti che ci sono rimasti dentro. Camminare per quelle strade, entrare in una scuola, vedere ragazze e ragazzi studiare nuovamente insieme. Passare davanti all’università di Herat. Incontrare qualcuno conosciuto allora, sedersi davanti a un tè e scoprire che qualcosa di ciò che avevamo cercato di costruire è sopravvissuto. E, soprattutto, potersi rendere conto che nonostante gli errori e le contraddizioni e il drammatico epilogo dell’agosto 2021, ne sia valsa la pena.
Teniamo accesi, dunque, i riflettori, per quanto ci è possibile: perché in Afghanistan è rimasta anche una parte d’Italia.
















