Anni di prestiti tossici mascherati da investimenti legati alla Via della Seta hanno spinto Islamabad a cambiare interlocutori e creditori. Ora la stabilità economica e finanziaria del Paese passa per l’America
Per il Pakistan forse alla fine era solo questione di tempo. Scegliere da che parte stare, su quale cavallo puntare. Il Paese la sua scelta l’ha fatta, una scelta che batte bandiere a stelle e strisce. Decisamente più rassicurante, almeno agli occhi di Islamabad, di quella rosso fuoco della Cina. Se proprio ci si deve indebitare meglio farlo con chi magari rispetta i patti piuttosto che con chi vende al mondo, in Africa ne sanno qualcosa, debito tossico. E così il quinto Paese più popoloso al mondo, il secondo in Asia dopo il Dragone, ha deciso di bussare alla porta degli Stati Uniti.
Quando, lo scorso mese, Islamabad ha chiesto al governo americano una linea di credito da 10 miliardi, il segnale era già piuttosto chiaro: più America, meno Cina. Una nuova postura ribadita proprio in queste ore dal ministro delle Finanze pakistano, Muhammad Aurangzeb, per il quale i prestiti swap (cioè che forniscono liquidità di emergenza, spesso in dollari, ai mercati finanziari esteri) chiesti dal Pakistan a Washington hanno chiaramente lo scopo di fungere da “segnale di fiducia” per gli investitori privati. “Si tratta di una combinazione di impegno con gli Stati Uniti, principalmente per concentrarsi sui flussi commerciali e di investimento, e per contribuire a inviare segnali ai mercati dei capitali internazionali”, ha affermato Aurangzeb, rimarcando il concetto di un “impegno costruttivo” da Washington verso il Pakistan.
D’altronde, da quando il Paese asiatico è finito, suo malgrado, sulla rotta della Via della Seta cinese, sono cominciati i guai. I finanziamenti concessi da Pechino, mascherati da investimenti in nuove infrastrutture energetiche e logistiche, hanno cominciato a mettere sotto pressione le finanze statali, logorando la fiducia dei mercati. Tanto che oggi il Pakistan è la maglia nera con un debito di 26,6 miliardi di dollari, corrispondente a oltre un quinto del totale all’estero. L’esposizione, nemmeno a dirlo, è legata a progetti infrastrutturali finanziari da Pechino, come il Cpec (Corridoio Economico Cina-Pakistan).
Un esempio su tutti. Tutto è cominciato dieci anni fa, quando come detto il governo di Islamabad, gravemente a corto di energia, si è rivolto a Pechino affinché costruisse più di una dozzina di centrali elettriche a carbone, solari e idroelettriche, nell’ambito dell’enorme sforzo infrastrutturale intrapreso dalla Cina nel Paese e inserito nella Belt&Road. Nel dettaglio, l’accordo tra Pakistan e Cina per la centrale elettrica faceva parte di accordi infrastrutturali da 25 miliardi di dollari, che miravano a stabilire un corridoio commerciale tra i due Paesi e ad aiutare l’economia pakistana a decollare. Ma per assicurarsi le centrali elettriche, il Pakistan ha garantito alle compagnie statali cinesi rendimenti annuali in dollari fino al 34% sulla capacità di generazione installata, indipendentemente dal fatto che l’energia venga utilizzata o meno. Questo ha posto le basi per un enorme debito.
Qui il punto. Secondo il ministero dell’Energia pakistano, oggi la domanda del Paese asiatico è pari a circa il 40% del fabbisogno. Ma nonostante questo, non essendoci una proporzionalità, Islamabad deve pagare un costo del 34% su una domanda del 40%. Di conseguenza, per onorare il debito con Pechino, le autorità pakistane sono state costrette ad aumentare i costi in bolletta in modo esponenziale, gettando intere famiglie e decine di migliaia di attività nell’insolvenza.
Ora forse il vento è cambiato. Islamabad, finita a corto di liquidità, ha ridotto i deficit di bilancio, abbassato l’inflazione e ricostituito le riserve proprio grazie a un programma triennale del Fondo monetario da 7 miliardi di dollari, approvato nel 2024. Tuttavia, la crescita del Pil, stimata dal governo al 3,7% per l’anno fiscale 2025-2026, rimane insufficiente a soddisfare i bisogni della sua popolazione in rapida crescita e i livelli di povertà sono aumentati. Per questo il governo pakistano è oggi intenzionato a trasformare l’economia del Pakistan , passando da un modello basato sugli aiuti a uno incentrato sul commercio e sugli investimenti.
















