Skip to main content

Ratcliffe, Gallagher e un negoziato che non c’è. Le trattative sull’Ucraina secondo Savino

CONDIVIDI SU:
Aggiungi Formiche su Google

“Dallo scorso anno, quando sembravano esserci i presupposti per l’inizio di un dialogo fra Mosca e Washington, un dialogo il più delle volte strombazzato e anche esagerato, ma che personalmente ho sempre ritenuto poco praticabile su quelle basi, non se ne vedono più i presupposti”. Intervista a Giovanni Savino, docente presso l’Università Federico II di Napoli

Due missioni a Mosca nelle stesse ore. Mentre il direttore della Cia John Ratcliffe volava a Vnukovo, nella capitale russa era già arrivato monsignor Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali, per una visita che si chiuderà il 28 agosto, dopo la missione condotta a luglio in Ucraina. Nel colloquio con il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov il religioso ha ribadito che il dialogo è più importante che mai e che il conflitto non può essere risolto militarmente. Ma quanto pesano davvero questi canali? Formiche.net lo ha chiesto a Giovanni Savino, docente presso l’Università Federico II di Napoli.

La notizia del viaggio di Ratcliffe a Mosca ha suscitato speranze riguardo al conflitto. Lei che sensazione ha?

Non molto buone. Credo che ad oggi il processo di risoluzione diplomatica del conflitto si sia arenato. Nell’ultimo anno trascorso dall’incontro tra Donald Trump e Vladimir Putin ad Anchorage, il percorso si è bloccato per una serie di ragioni. A partire dalla volontà di Putin di continuare la guerra alle proprie condizioni, ma anche perché da parte americana sono sorti nuovi interessi di politica estera, su tutti il conflitto con l’Iran, che ha concentrato le attenzioni della Casa Bianca. Da questo punto di vista il dossier russo-ucraino è sembrato meno interessante, ma la guerra però non è andata da nessuna parte. Anzi, essa continua, e assistiamo a un intensificarsi della guerra aerea da una parte e dall’altra, con gli attacchi dei droni ucraini e, al tempo stesso, quelli dei missili balistici russi. Più che creare le condizioni per una trattativa, tutto questo fa capire come sul terreno non si riesca ad avanzare più di tanto, e quindi c’è una sorta di impasse. Questo tipo di viaggi sembrerebbe più che altro atto a saggiare le possibilità di una ripresa del dialogo, soprattutto in vista dell’inverno, quando i danni della guerra aerea potrebbero essere particolarmente forti anche per l’Ucraina rispetto alla sua capacità di provvedere al riscaldamento e alla sicurezza dei propri cittadini.

Quindi vede in questa lente sia il viaggio di Ratcliffe che quello di monsignor Gallagher?

Innanzitutto credo che il viaggio di John Ratcliffe a Mosca possa essere connesso, più che al dossier ucraino in sé, all’impasse americana nel Golfo Persico. Mosca si era proposta come mediatrice, di sicuro ha dei canali nella regione, oltre che con gli iraniani anche ottimi rapporti con gli altri Paesi del Golfo. Appare però chiaro che, di fronte a una visita del genere, qualche parola sull’Ucraina se la saranno scambiata. Il viaggio di monsignor Paul Richard Gallagher rientra invece in tutta una serie di tentativi compiuti periodicamente dalla Chiesa cattolica nel corso degli anni, tentativi che hanno sempre un carattere interlocutorio, perché al momento non sembra esserci alcun tipo di movimento verso la trattativa. È vero che da parte ucraina è cresciuto di molto il potenziale offensivo aereo e che questo crea fortissimi danni all’interno della Russia, però vediamo come da parte di Putin non vi sia alcuna intenzione di cedere su ciò che al momento conta davvero. Si tratta probabilmente di movimenti interlocutori, che necessitano di ulteriori sviluppi.

Il fatto che Ratcliffe sia andato a Mosca poche ore dopo l’annuncio di un nuovo piano di pace concepito con Usa e Europa da parte di Zelensky potrebbe implicare qualcosa?

Questo è impossibile da dire, anche perché ci sono logiche che rispondono a interessi diversi, sia a Kyiv sia a Washington. Difficilmente un piano del genere, elaborato soltanto da ucraini, europei e americani, può essere posto all’attenzione di Mosca senza alcun tipo di discussione. Quindi su questo qualche dubbio ce l’ho. Non credo che Ratcliffe sia andato a proporre questo tipo di soluzione, non credo proprio.

Quindi non vede segnali positivi verso una tregua?

Assolutamente no, in questo momento non abbiamo segnali di questo tipo. Dallo scorso anno, quando sembravano esserci i presupposti per l’inizio di un dialogo fra Mosca e Washington, un dialogo il più delle volte strombazzato e anche esagerato, ma che personalmente ho sempre ritenuto poco praticabile su quelle basi, non se ne vedono più i presupposti. Poi è chiaro che all’interno della Russia vi sono segnali di stanchezza della guerra, di divisioni, di pessimismo rispetto alla tenuta della società russa. Così come è vero che circolano voci su un possibile rilancio della mobilitazione dopo le elezioni di settembre per il rinnovo della Duma. Ma non vediamo alcuna possibilità di arrivare anche solo a una tregua, resa impossibile dalla fermezza sulle proprie posizioni.

In direzione opposta, qualcuno ogni tanto solleva lo spettro dell’escalation e dell’allargamento del conflitto.

Il problema dell’allargamento della guerra è una cosa di cui nella politica italiana ogni tanto si discute, forse perché non si discute di altre cose pure necessarie. Il punto è che si sa come si entra in una guerra, ma non si sa mai come se ne esce. Già oggi la guerra in Ucraina ha creato le basi per un futuro incerto per la stabilità russa. Non nel senso che da qui a domani possa arrivare un governo capace di precipitare la situazione e far cadere il regime di Putin, questo no, ma nel senso che il conflitto può avere un costo enorme per la stabilità sociale ed economica russa. Pensare che ci possa essere un peggioramento tale da portare a un’improvvisa offensiva russa verso l’Europa, o ad azioni di guerra di quel tipo, lo escluderei. E lo escluderei non perché Putin sia buono, saggio o altro, ma perché essenzialmente in questo momento l’obiettivo primario della politica del Cremlino è sottomettere l’Ucraina. Ulteriori forze per aprire un fronte pan-europeo non ce ne sono. Poi, è chiaro, provocazioni, azioni di guerra ibrida e così via ci sono e ci saranno sempre.


×

Iscriviti alla newsletter