Il viaggio del direttore della Cia a Mosca ricorda una cosa che si preferisce non nominare: quando i governi non possono parlarsi, a tenere aperta la linea sono gli apparati. È una funzione discreta, costruita su fiducia personale e continuità, e nel Mediterraneo è ormai il vero motore della mediazione. La riflessione di Raffaele Volpi
Il 25 agosto il direttore della Cìa, John Ratcliffe, è atterrato a Mosca senza preavviso. È la prima visita di un capo dell’intelligence americana in Russia dall’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina. Il Cremlino ha spiegato che si trattava di contatti tra servizi di sicurezza, precisando che Putin non era tra gli interlocutori ma che è stato informato dell’esito. Il direttore del servizio estero russo, Sergej Naryshkin, ha confermato il colloquio derubricandolo a incontro di lavoro, senza nulla di insolito. Alla Casa Bianca il presidente ha usato quasi le stesse parole, parlando di un normale impegno professionale e dicendosi perplesso per il clamore mediatico.
Il segnale politico, però, non sta nella visita. Sta nella normalità con cui è stata dichiarata, e in ciò che quella normalità copre. Naryshkin ha aggiunto un dettaglio che nessuno ha raccolto: incontra i responsabili di servizi stranieri quasi ogni settimana, di persona o in collegamento. Non è una confidenza, è la descrizione di un sistema a regime. E nel merito, secondo ricostruzioni giornalistiche accreditate, in quel colloquio sarebbe passata la parte più delicata dell’agenda americana: la richiesta di ridurre il sostegno militare ed economico a Teheran e un avvertimento esplicito sul rischio di un contatto diretto con Paesi dell’Alleanza atlantica. Vale la pena fermarsi sul paradosso. Il presidente degli Stati Uniti ha minimizzato pubblicamente la missione e, nello stesso momento, ha affidato agli apparati il messaggio che nessun canale ufficiale avrebbe potuto recapitare. Non è una delega per debolezza della politica. È una scelta di strumento.
Perché quello strumento funziona, e conviene dirlo senza pudori. Un avvertimento di quel peso, consegnato per via diplomatica, sarebbe stato un atto: avrebbe richiesto una risposta, avrebbe prodotto una crisi, avrebbe obbligato entrambe le parti a irrigidirsi davanti alle rispettive opinioni pubbliche. Consegnato per via d’intelligence non obbliga nessuno a nulla, e proprio per questo può essere ascoltato. L’informalità non è un difetto del canale, è la sua ragione d’essere: consente una forma di intervento confidenziale che tra governi, per definizione, non è disponibile. A questo si aggiunge un elemento che gli osservatori tendono a sottovalutare e che chi conosce il mestiere considera decisivo: il rapporto tra i responsabili di questi apparati è specifico, spesso di lunga durata, talvolta apertamente personale. Si sono parlati per anni, si sono misurati reciprocamente, hanno imparato a distinguere quando l’altro sta recitando una posizione e quando sta dicendo davvero l’ultima parola del proprio governo. È su quel credito di fiducia individuale che si ottengono risultati mitigatori: una rappresaglia che non parte, un ostaggio che torna, una linea rossa che viene chiarita prima e non dopo l’errore.
Il canale d’intelligence, insomma, non trasporta più soltanto informazione. Trasporta decisione. Serve a verificare una disponibilità senza esporre chi la offre, a costruire il perimetro di un accordo prima che esista un tavolo, e soprattutto a parlare con soggetti che non si possono riconoscere: fazioni armate, apparati non legittimati, autorità di fatto che nessun governo può ricevere alla luce del sole senza pagarne il prezzo interno. Ha inoltre una qualità che nessun altro strumento possiede: sopravvive alla rottura delle relazioni. Quando le ambasciate si svuotano e i formati multilaterali si paralizzano, resta l’unico filo che nessuna delle due parti ha interesse a recidere, perché è il solo che consente di gestire l’incidente prima che diventi guerra.
Qui va detta la cosa che raramente si scrive: i rapporti esistono anche quando sembra che non esistano. Anzi, esistono soprattutto quando sembra che non esistano. Si prenda il caso della Turchia. Sul piano pubblico il rapporto con l’Europa è da anni una successione di attriti, condizionalità e processi negoziali congelati. Sul piano operativo non si è interrotto un solo giorno. La gestione dei flussi migratori, il dossier siriano, il tracciamento dei foreign fighters, il contrasto delle reti criminali che si muovono lungo le stesse rotte delle persone, il controllo dei transiti sensibili: sono materie che non passano dai vertici, passano dai responsabili dei servizi e dai capi delle strutture di sicurezza e di polizia. Sono relazioni tecniche solo nella forma, perché nella sostanza incidono sulla stabilità interna dei Paesi europei molto più di qualunque conclusione di Consiglio. E chi le tiene aperte lo fa sapendo che la fiducia costruita su quel piano è la sola riserva utilizzabile il giorno in cui il piano politico si blocca del tutto.
Nel Mediterraneo allargato il modello è ormai maturo. In giugno il direttore del servizio generale d’intelligence egiziano, Hassan Rashad, ha incontrato al Cairo il suo omologo turco Ibrahim Kalin per allineare le posizioni su Gaza e sulla Libia, e i due hanno poi ricevuto insieme una delegazione di alto livello di Hamas. Nelle stesse settimane Rashad si è recato a Tripoli, dove ha visto Dbeibah e altri responsabili libici, e al Cairo ha ricevuto Saddam Haftar alla presenza del consigliere del presidente americano per gli affari arabi e africani. Due capi di servizio e un consigliere presidenziale che gestiscono la stabilizzazione di un Paese, l’unificazione delle sue istituzioni di sicurezza e il calendario politico di un’intera sponda: in quella stanza i ministeri degli Esteri non c’erano, non perché fossero stati esclusi, ma perché non avrebbero potuto sedersi a quel tavolo senza attribuire una legittimità che nessuno dei presenti intendeva concedere formalmente.
Sarebbe un errore leggere tutto questo come una misura dell’arretratezza europea. L’Europa non è priva di capacità: ha semplicemente una fisionomia diversa da quella americana, articolata su comunità nazionali con storie, dottrine e priorità proprie, e con un approccio che privilegia la relazione continuativa rispetto alla proiezione. È una struttura meno centralizzata e meno spettacolare, ma non meno efficace nei teatri che la riguardano da vicino. E in questa geometria l’Italia occupa una posizione che nessun altro può replicare. La nostra penetrazione relazionale è concreta più che formale, poco visibile per scelta, e soprattutto continuativa: si regge su rapporti mantenuti nel tempo a prescindere dalle circostanze, comprese quelle drammatiche, comprese quelle in cui la politica ufficiale ha dovuto voltarsi dall’altra parte. Chi ha avuto responsabilità istituzionali su questi dossier sa che il rapporto con le realtà libiche, in tutte le loro articolazioni territoriali e in tutte le fasi del conflitto, non si è mai interrotto. Sa anche che non è materia di comunicati, e che il valore di quel lavoro sta precisamente nella sua discrezione. È il motivo per cui restiamo interlocutori riconosciuti in contesti dove la nostra presenza economica e militare, da sola, non basterebbe a giustificarlo.
Da qui discende l’asimmetria più interessante e meno discussa. Questo strumento non è disponibile a tutti allo stesso modo. La moneta di scambio non è il prodotto interno lordo e non è il tonnellaggio della flotta: è la capacità di parlare come interlocutore credibile di comunità determinate su territori determinati. La Turchia pesa perché è ascoltata da reti sociali, politiche e confessionali che attraversano tre teatri di crisi. L’Egitto pesa perché nessuno può gestire Gaza o la Cirenaica ignorando il Cairo. Il Qatar pesa perché ospita e può convocare soggetti che nessun altro riuscirebbe a far sedere a un tavolo. L’Italia pesa in Libia e su alcune direttrici africane per ragioni storiche, energetiche e umane che nessun altro europeo possiede. In questa geometria il rango di un Paese non si misura sulla scala della potenza, si misura sulla profondità della sua penetrazione relazionale: si è portavoce di comunità diverse a seconda della propria capacità di influenza sui territori, e quella capacità è l’unica cosa che rende un mediatore davvero utile.
Uno strumento di questo valore va però custodito, e le condizioni della sua tenuta sono tre. La prima è che il mediatore resti protetto: l’attacco su Doha del 9 agosto e la pressione iraniana su Qatar e Oman hanno trasformato in bersagli alcuni dei pochi canali neutrali rimasti, e ogni canale che si chiude è un cessate il fuoco che domani non avrà una strada per nascere. La seconda è che la relazione personale, che è la forza del sistema, non ne diventi la fragilità: la continuità va istituzionalizzata, perché un rapporto costruito in dieci anni non può dipendere dalla permanenza in carica di due uomini. La terza riguarda noi. Se una quota crescente della politica estera vive in questo spazio, il controllo parlamentare sui servizi, che è e deve restare controllo di legittimità e non di merito operativo, va tenuto all’altezza dell’oggetto che presidia. Non per diffidenza verso chi lavora, ma per la ragione opposta: è quel controllo a rendere politicamente sostenibile, e quindi difendibile, un’attività che per sua natura non può essere raccontata.
La conclusione, per l’Italia, è che questo patrimonio va riconosciuto per ciò che è: non un’appendice tecnica della politica estera, ma uno dei suoi pilastri, e l’unico terreno su cui siamo competitivi in modo strutturale e non congiunturale. Un asset che non viene riconosciuto non viene alimentato, e le competenze che lo tengono in piedi non si improvvisano né si comprano: si formano lentamente, si trasmettono, e si perdono in fretta. Ci sono stanze in cui non si redige alcun verbale e in cui, nonostante questo, si decide se una crisi si ferma o prosegue. Sapere che esistono, e capire quanto valgono, è già una forma di politica estera.
















