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Dopo il terrorismo, la vera sfida dell’Occidente sono le autocrazie. Il commento di Latorre

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A venticinque anni dall’11 settembre, l’Occidente resta il riferimento per libertà e democrazia, ma la sua tenuta è sfidata all’esterno dai regimi autoritari e all’interno dal confronto tra chiusure sovraniste e difesa di Stato di diritto, pluralismo e libertà. Il commento di Nicola Latorre, professore di Relazioni internazionali presso la Luiss Guido Carli

Dell’11 settembre e di ciò che quella giornata ha significato, dei radicali cambiamenti geopolitici e culturali innescati da un attacco terroristico sino ad allora inedito per natura e dimensione, si è ampiamente riflettuto da diverse angolazioni visuali. In questi venticinque anni, ogni anniversario è stata occasione per approfondire le conseguenze e rileggere la traiettoria aperta da quel dramma. Il minimo comune denominatore delle tante analisi è stato senz’altro la consapevolezza che l’attacco alle Twin towers abbia rappresentato uno spartiacque nella storia del mondo, un turning point paragonabile alla caduta del Muro di Berlino. Per la prima volta dopo la Seconda guerra mondiale gli Stati Uniti subivano un attacco nel cuore del proprio territorio. Non accadeva dai tempi di Pearl Harbor, costato la vita a 2433 americani.

L’11 settembre superò anche quella tragedia: le vittime furono 2977. Finisce così il sogno unipolare americano che aveva illuso su una possibile fine della storia e inizia quel processo che porterà alla crisi dell’egemonia americana che aveva garantito il “relativo ordine mondiale” dopo la fine della Guerra fredda. Crisi che apparirà sempre più evidente negli anni a seguire e con cui oggi siamo a fare i conti. Si concretizza dunque una cesura che ha radicalmente modificato la natura stessa delle relazioni internazionali. Basti pensare che a partire da allora si è via via stabilito un nesso sempre più stretto tra politica estera e quella di difesa a tal punto da essere ormai due facce della stessa medaglia in un mondo sempre più disordinato e nel quale appare evidente come la posta in gioco sia la definizione di nuove gerarchie e di nuovi equilibri mondiali.

Con l’11 settembre è cambiato radicalmente il paradigma della sicurezza che entra stabilmente nella politica interna con due elementi di novità. Il nemico esterno si appalesa come principale fattore di insicurezza e di paura e il suo profilo non ha più le caratteristiche ideologiche e statuali conosciute nella Guerra fredda, ma ha le sembianze di religioni e identità culturali contrapposte. In nome della sicurezza si realizzano legislazioni di emergenza, si riducono le tradizionali garanzie individuali proprie delle democrazie liberali e si accentuano i poteri esecutivi. Si assiste così al paradosso che in nome della difesa della società aperta le democrazie hanno tendenzialmente ridotto gli spazi di libertà individuale.

La “guerra al terrore” annunciata da George W. Bush il 20 settembre 2001 è stata più lunga e complessa del previsto, ma è stata vinta prima con l’eliminazione di Bin Laden e poi con la sconfitta dello Stato islamico. Essa però ha comportato un altissimo prezzo sia in termini geopolitici e sia per le modifiche introdotte negli assetti delle democrazie liberali. Ciò non significa oggi, in alcun modo, ritenere sbagliata la guerra dichiarata al terrorismo, che oggi in forme e con modalità diverse continua a rappresentare una minaccia. Ma è quanto mai opportuno continuare a riflettere sulle strategie politiche e militari che si sono adottate per far tesoro dei limiti emersi. Nel 2008 la crisi finanziaria introduce un’ulteriore cesura: i fattori di paura e di insicurezza percepiti nelle nostre società non provengono più solo dall’esterno, ma la paura diventa sociale ed economica.

Tutte le crisi che da allora si susseguiranno (quelle migratorie, economiche, energetiche, Brexit, pandemia e tante altre) e i conflitti (fallimento primavere arabe, Siria, Libia e da ultimo Ucraina e Medio Oriente, oltre i tanti endemici conflitti già in atto in tante parti del mondo) hanno innescato diverse emergenze che si alimentano reciprocamente e la paura non ha più un oggetto preciso, ma diventa una insicurezza permanente. La traiettoria innescata dall’11 settembre registra quindi nelle nostre società una modifica sostanziale: da paura del nemico esterno a paura del declino, con l’aggravante che l’uso politico di questa diventi uno dei principali terreni di scontro interno alle democrazie.

Oggi dopo venticinque anni da quella data possiamo dire che l’occidente continua a essere il luogo della libertà, della democrazia ed è ancora forte tecnologicamente, economicamente e militarmente. Ma esso deve fare i conti con un nuovo terreno sul quale si gioca la sua tenuta e il suo futuro. Sul fronte esterno il pericolo non è più, ammesso che lo sia mai stato, lo scontro di civiltà bensì la prepotenza dei regimi autoritari. Sul fronte interno, la partita è tra chi pensa a una democrazia fondata su più ristretti spazi democratici e demagogiche chiusure sovraniste e chi crede in una democrazia fondata su istituzioni capaci di garantire innanzitutto sicurezza, ma senza rinunciare allo Stato di diritto, alle libertà e al pluralismo. Dall’esito di questo confronto/ scontro su entrambi i fronti, tra loro peraltro profondamente intrecciati, dipenderà il futuro dell’occidente e del nostro stesso Paese.

Formiche 227


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