Mentre Bruxelles porta l’accordo commerciale Ue-India verso la firma, anche Roma e New Delhi entrano in una fase più impegnativa della loro relazione. Commercio, difesa, connettività e mobilità stanno convergendo in un’agenda strategica più ampia, che ora deve trasformare lo slancio politico in cooperazione strutturale. E la John Cabot lancia il primo evento “Italy-India Track 1.5 Diplomacy Dialogue”
La scorsa settimana la Commissione europea ha formalmente presentato al Consiglio le proposte per autorizzarne la firma e la conclusione, portando verso la fase attuativa un negoziato avviato quasi vent’anni fa e chiuso a gennaio di quest’anno. La scala dell’intesa ne spiega anche il significato geopolitico. Ue e India rappresentano insieme circa un quarto del Pil mondiale e una popolazione complessiva di due miliardi di persone. Gli scambi di beni e servizi superano già i 180 miliardi di euro all’anno e sostengono quasi 800.000 posti di lavoro nell’Unione. Bruxelles stima inoltre che l’accordo possa aumentare di 58 miliardi di euro le esportazioni annuali europee di beni e servizi verso l’India, mentre la riduzione delle tariffe consentirebbe agli esportatori Ue di risparmiare circa 4 miliardi di euro ogni anno.
Per l’Italia, questa accelerazione europea si incrocia con una relazione bilaterale che negli ultimi anni ha cambiato rapidamente passo. Non più tardi di ieri, mentre era diretta a Oslo per la prima visita istituzionale di una presidente del Consiglio in Norvegia degli ultimi anni, Giorgia Meloni ha riservato attenzione a un anniversario meno istituzionale e più sotto il trend del #Melodi: via X, ha augurato buon compleanno al primi ministro indiano, Narendra Modi, che compiva il 16 settembre 73 anni. “Buon compleanno amico mio”, ha scritto Meloni, augurando “salute, energia e successo” al leader indiano – impegnato a ospitare la riunione annuale dei Brics. E ancora: “Italia e India continuano a rafforzare il loro profondo legame di amicizia, costruendo insieme un futuro di cooperazione e prosperità per le nostre Nazioni”.
Roma e New Delhi hanno stabilito una Partnership strategica nel 2023, adottato l’anno successivo un Piano d’azione strategico congiunto per il periodo 2025-2029 e, durante la visita a Roma del primo ministro indiano Narendra Modi dello scorso maggio, elevato il rapporto a Partnership strategica speciale. Il nuovo quadro prevede anche un meccanismo guidato dai ministri degli Esteri per monitorare l’attuazione del Piano d’azione e fornire indirizzo strategico alla relazione. La questione, dunque, sta cambiando. Non riguarda più principalmente la volontà di Italia e India di avvicinarsi, quanto la capacità di trasformare l’architettura politica costruita negli ultimi anni in risultati economici, industriali e strategici.
Il commercio offre il parametro più immediato. Italia e India hanno fissato l’obiettivo di portare gli scambi bilaterali a 20 miliardi di euro all’anno entro il 2029. L’accordo Ue-India può rendere il traguardo più raggiungibile, riducendo i dazi e parte delle frizioni regolamentari che ancora condizionano l’accesso ai rispettivi mercati. Ma un accordo di libero scambio non può sostituire il lavoro bilaterale necessario per sfruttarne pienamente le opportunità.
È uno dei temi attorno ai quali si è sviluppato questa settimana il primo Italy-India Track 1.5 Dialogue, organizzato dal Guarini Institute for Public Affairs della John Cabot University a Roma, con Formiche e Decode39 come media partner. La partecipazione di S.E. Vani Rao, ambasciatrice dell’India in Italia, faceva parte del programma pubblico dell’incontro. La discussione si è svolta sotto la Chatham House Rule e ha guardato all’evoluzione della relazione mentre i due Paesi si avvicinano all’ottantesimo anniversario delle relazioni diplomatiche, che cadrà nel 2027. In conformità alla Rule, i contenuti e le proposte riportati di seguito non sono attribuiti a singoli partecipanti e non devono essere intesi come posizioni di persone o istituzioni specifiche.
Dal confronto è emerso il quadro di un rapporto economico il cui potenziale rimane superiore all’infrastruttura che oggi lo sostiene. I flussi di investimento restano asimmetrici, le istituzioni finanziarie possono assumere un ruolo maggiore nel facilitare gli scambi, mentre barriere non tariffarie e divergenze regolamentari continuano a ostacolare una maggiore integrazione. Allo stesso tempo, settori come componentistica automobilistica, semiconduttori e digitalizzazione offrono margini significativi per la collaborazione industriale. È una distinzione importante. La prossima fase delle relazioni economiche Italia-India non sarà misurata soltanto da quanto i due Paesi riusciranno a vendersi reciprocamente, ma sempre più da ciò che le loro imprese saranno in grado di costruire insieme.
Una transizione analoga è in corso nel settore della difesa. La cooperazione comprende ormai procurement, partnership industriali, ricerca e sviluppo e scambi di personale. Visite navali e attività di formazione fanno già parte del rapporto, mentre manca ancora un quadro regolare di esercitazioni militari congiunte. Il punto non riguarda soltanto la vendita di sistemi militari. L’India sta cercando contemporaneamente di diversificare le proprie fonti di approvvigionamento e di aumentare la produzione nazionale nel settore della difesa. Per l’Italia questo apre uno spazio per forme di collaborazione basate sul co-sviluppo, sulla ricerca e sulle partnership industriali, più che su un tradizionale rapporto tra fornitore e cliente. La sicurezza marittima aggiunge un ulteriore livello. Italia e India si trovano ai due estremi di un sistema marittimo che collega Indo-Pacifico, Medio Oriente ed Europa. La protezione delle rotte che attraversano questo spazio è quindi un interesse economico oltre che di sicurezza. Tra i temi discussi nel confronto di Roma vi sono stati anche la condivisione di informazioni e possibili forme di più stretta cooperazione in materia di sicurezza, un ulteriore indicatore di quanto l’agenda possa progressivamente estendersi oltre i rapporti industriali.
È in questo quadro che assume rilievo anche l’India-Middle East-Europe Economic Corridor (Imec). La sua rilevanza deriva proprio dalla capacità potenziale di collegare diverse agende sulle quali Italia e India stanno già lavorando: commercio, porti e logistica, infrastrutture energetiche, connettività digitale e resilienza delle catene di approvvigionamento. Per Roma, il corridoio offre inoltre un collegamento geografico tra il crescente impegno nell’Indo-Pacifico e la tradizionale proiezione mediterranea, delineando quel concetto di “Indo-Mediterraneo” che ormai è entrato anche nel lessico comune delle leadership – come testimonia l’op-ed co-firmato da Modi e Meloni a maggio. Per New Delhi rappresenta un’altra possibilità per rafforzare i collegamenti con i mercati europei attraverso il Golfo e il Mediterraneo. L’instabilità in Medio Oriente, aggravata dal revamp della crisi prodotta dagli Houthi nel Mar Rosso, ha mostrato le vulnerabilità che circondano questa ambizione senza cancellarne la logica. Allo stesso tempo, la postura sempre più assertiva della Cina dall’Indo-Pacifico al Mediterraneo, fino all’Africa, contribuisce a definire l’ambiente strategico nel quale entrambi i Paesi si muovono. Esiste tuttavia una distinzione fondamentale nel modo in cui l’India interpreta questo scenario. La politica estera di New Delhi continua a fondarsi sull’autonomia strategica e sulla diversificazione delle partnership, non sull’allineamento formale. Un rapporto più stretto con l’Italia, o più in generale con l’Europa, non equivale quindi a un semplice spostamento dell’India all’interno di un blocco geopolitico occidentale. La questione più interessante è piuttosto se Italia e India possano individuare un insieme sufficientemente ampio di interessi convergenti da consentire una cooperazione più profonda senza richiedere una completa convergenza strategica.
È anche in questa prospettiva che acquista significato lo sviluppo di una dimensione Track 1.5. I rapporti tra governi sono avanzati più rapidamente dell’infrastruttura chiamata a sostenerli: una partnership strategica matura richiede anche imprese capaci di investire nei due mercati, università e centri di ricerca in grado di costruire reti durature e una maggiore mobilità tra le due società. Scambi accademici, tirocini e formazione linguistica rientrano in questo percorso, così come la condizione della diaspora indiana in Italia e la necessità di mantenere attenzione sulle condizioni di lavoro e sui relativi strumenti di controllo. L’ottantesimo anniversario delle relazioni diplomatiche e l’anno dedicato al turismo culturale, entrambi nel 2027, offriranno l’occasione per allargare ulteriormente questa base. Il Guarini Institute intende proseguire il percorso avviato con il primo Track 1.5 attraverso un’iniziativa più ampia alla John Cabot University il prossimo anno.
Il punto, però, va oltre la dimensione commemorativa: con una Partnership strategica speciale, un Piano d’azione fino al 2029, un obiettivo commerciale da 20 miliardi, una cooperazione crescente nella difesa, l’Fta europeo e Imec sullo sfondo, la sfida è ormai trasformare questa architettura in risultati. A ottant’anni dall’avvio delle relazioni diplomatiche, Roma e New Delhi non hanno bisogno soltanto di riaffermare la volontà di rafforzare la loro amicizia: devono definire che cosa, nella pratica, una Partnership strategica speciale può produrre
















