La robotica sta entrando nella dimensione militare e la commistione con l’IA ne sta accelerando lo sviluppo. Dagli Ugv agli umanoidi, non si parla ancora di costruire eserciti robotici, ma di capire quali funzioni possano essere affidate ai sistemi autonomi mentre la ricerca esplora nuove applicazioni. La Cina è oggi il Paese che detiene il vantaggio più evidente, ma anche gli altri sono all’inseguimento. Una partita ancora agli inizi, ma con una traiettoria ben definita
Il governo giapponese sta studiando l’impiego di robot umanoidi dotati di intelligenza artificiale nella difesa nazionale. Lo hanno riferito fonti governative, che hanno specificato come l’impiego di questi assetti possa rappresentare una soluzione alla carenza di personale in servizio presso le Forze di autodifesa, soprattutto per mansioni come il pattugliamento delle basi, il supporto logistico, la ricognizione e il soccorso operativo. Le stesse fonti hanno escluso, almeno per ora, un loro impiego in combattimento, ma il “trend robotico” che si sta rapidamente affermando nell’ecosistema globale della difesa merita di essere approfondito. I robot in sé non sono una novità ma, con l’avvento dell’IA, dall’Asia agli Stati Uniti, passando (poco) per l’Europa, tutti i maggiori poli tecnologico-militari al mondo guardano questo settore come una possibile nuova rivoluzione negli affari militari.
Gli Ugv sono già realtà
Il grosso dell’innovazione robotica terrestre oggi non riguarda le macchine umanoidi, ma i cosiddetti Ugv (Unmanned ground vehicle): veicoli senza equipaggio, alle volte non più grandi di un tosaerba, manovrati da remoto via radio o fibra ottica. In altri termini, droni terrestri. In Ucraina questo genere di mezzi è passato dalla fase sperimentale alla produzione su vasta scala in tempi record. Nella sola prima metà del 2026 sono state messe sotto contratto decine di migliaia di unità, impiegate soprattutto in compiti ad alto rischio individuale come il trasporto di rifornimenti, le evacuazioni mediche, l’ispezione di campi minati e la ricognizione ambientale. Il Protector, per esempio, trasporta fino a 700 chili di carico utile, con 400 chilometri di autonomia, a fronte di un costo unitario di poche migliaia di dollari. Un’analisi firmata dall’ex ministro della Difesa ucraino Andriy Zagorodnyuk inquadra questi numeri come sintomo di una rivoluzione più ampia negli affari militari, costruita attorno all’idea di “massa precisa e a basso costo”. Lo slogan ucraino “lasciate combattere i robot” ne riassume perfettamente la logica: sostituire, dove possibile, soldati in carne ed ossa con macchine “sacrificabili”.
Robot umanoidi, non siamo ancora a Terminator
È inevitabile che, parlando di robot militari umanoidi, il pensiero corra immediatamente al T-800 interpretato da Arnold Schwarzenegger. In realtà, nel contesto attuale, la robotica militare umanoide si trova ancora in una fase embrionale e non si ha notizia, ad oggi, di alcun impiego operativo concreto. La ricerca, invece, procede a ritmi serrati. Ad agosto, a Pechino, la seconda edizione dei World Humanoid Robot Games ha messo in scena oltre duemila robot in gare di atletica, calcio, arti marziali, ginnastica; alcuni hanno persino corso i cento metri superando il record di Usain Bolt. I capitomboli rilanciati sui social hanno fatto sorgere più di un sorriso nel pubblico, ma appena due giorni dopo la chiusura dei giochi, il quotidiano ufficiale dell’Esercito popolare di liberazione (Pla Daily) ha chiesto di portare quella tecnologia dai laboratori ai poligoni di addestramento, per formare dei veri e propri “combattenti robotici”. Un’inchiesta di Reuters ha poi documentato che l’apparato militare cinese sta già testando gli umanoidi per eventuali impieghi sul campo. Uno studio della National University of Defense Technology (l’istituto militare-accademico più importante della Cina, dipendente direttamente dalla Commissione Militare Centrale) immagina ad esempio un plotone d’assalto urbano composto da sei robot da combattimento (un misto di umanoidi, quadrupedi e piccoli veicoli) incaricato di ripulire un edificio piano per piano insieme a soldati in carne e ossa; lo studio non specifica né le armi che userebbero né le regole d’ingaggio, ma stima l’equipaggiamento necessario pronto in un arco di cinque-dieci anni. Un altro articolo del PLA Daily si è spinto anche oltre, ipotizzando che le missioni degli umanoidi possano evolvere dal supporto al combattimento vero e proprio, con robot autorizzati ad aprire il fuoco su bersagli già identificati e verificati da un essere umano.
Il vantaggio cinese
Secondo alcune stime, la Cina ha prodotto circa il 95% di tutti i robot umanoidi spediti nel mondo nel 2025. Un risultato reso tangibile dal prezzo del G1 di Unitree, in vendita tra 13.500 e 16mila dollari. Secondo il Center for strategic and international studies, nel 2024 la Cina ha installato quasi 295mila nuovi robot nei suoi complessi industriali, più di tutto il resto del mondo messo insieme, e oggi produce internamente il 57% della propria domanda, in un mercato che vale circa 47 miliardi di dollari e cresce a doppia cifra ogni anno. La stessa Unitree ha firmato nel 2022 un impegno pubblico a non armare i propri robot, ma da allora i suoi quadrupedi sono comunque comparsi in parate ed esercitazioni militari cinesi, e il fondatore Wang Xingxing è stato nominato vicepresidente del nuovo comitato tecnico nazionale sugli standard per i robot umanoidi. Infine, il vantaggio cinese risiede anche nell’accesso agevolato alle materie prime. La vicinanza geografica alle filiere che dominano la produzione di motori, sensori e batterie permette ai produttori cinesi di reperire questi componenti rapidamente e a basso costo. Infatti, secondo alcune stime, il materiale necessario a costruire un braccio robotico in Cina costa meno della metà rispetto agli Stati Uniti. A questo si aggiunge una preferenza strutturale per l’integrazione verticale, lo stesso modello già adottato da altri colossi tecnologici cinesi come i produttori di veicoli elettrici o telefonia.
A che punto sono gli altri?
La Cina non è la sola a muoversi, ma il resto del mondo per ora gioca su un terreno diverso, con la maggior parte dei programmi che resta concentrata su Ugv e quadrupedi, tecnologie più mature e più vicine all’impiego reale rispetto agli umanoidi. La Corea del Sud, per esempio, sta integrando rapidamente la physical AI nelle proprie forze armate proprio attraverso questo tipo di sistemi, forte di una base manifatturiera solida e di un know-how in rapida maturazione. Anche in questo caso, l’esercito di Seul ha commissionato uno studio sull’applicazione di sistemi robotici AI al supporto al combattimento, per compensare il calo delle reclute dovuto alla denatalità. Ad agosto il ministero del Commercio, l’Esercito e Hyundai Motor hanno firmato un memorandum per testare rapidamente robot terrestri sviluppati da privati in ambito militare, dalla logistica alla sorveglianza delle basi, mentre Hyundai Rotem lavora parallelamente a un software per controllare più unità con comandi vocali e a un simulatore digitale per validare i sistemi prima del dispiegamento. Gli Stati Uniti, che possono schierare le competenze della Silicon Valley (e non solo), restano probabilmente il Paese più avanti sul software che governa questi sistemi, ma arrancano sulla produzione in scala e sui test sul campo, anche a causa del collo di bottiglia rappresentato dal quasi-monopolio cinese sulle terre rare. Anche qui il fronte più maturo è quello degli Ugv: in Europa, una joint venture tra Deutz e Arx Robotics ha avviato in Germania la produzione in serie del veicolo terrestre senza pilota Gereon, mentre l’estone Milrem resta il caso commerciale più maturo con il suo Themis, con oltre cento mezzi ordinati per l’Ucraina. La Russia, dal canto suo, sta ampliando la propria famiglia di Ugv (analisi indipendenti ne hanno documentati almeno una ventina di modelli diversi già impiegati in Ucraina), ma anch’essa non sembra aver ancora mosso passi degni di nota nel campo degli umanoidi.
Il quadro complessivo
Davanti a questo trend generalizzato, la domanda da porsi non è se i robot entreranno nelle forze armate, ma quando, come e in che misura lo faranno. Gli Ugv sono già una realtà operativa in rapida espansione e l’adozione di assetti unmanned è ormai una priorità per ogni esercito moderno. Gli umanoidi, invece, sono un discorso diverso. Ovunque nel mondo, la prima applicazione su cui governi e apparati militari stanno ragionando non è il combattimento, ma il “lavoro sporco” che le forze armate faticano a coprire (pattugliamento, logistica, smaltimento di ordigni, manutenzione). È una scelta pragmatica più che dottrinale, coerente con i limiti tecnici relativi al software e all’affidabilità di questi sistemi su un vero campo di battaglia. Tuttavia, con i risultati che le applicazioni di physical AI stanno conseguendo in campo civile, una loro diretta applicazione in ambito militare è solo questione di tempo, laddove non già in corso.















