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Quale futuro per il centrodestra in Europa. Le riflessioni di Welle e Reho

Di Klaus Welle e Federico Ottavio Reho
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La linea di divisione nel centrodestra europeo passa tra europeisti e nazionalisti? E cosa accade quando i cattolici conservatori si allontanano dalla democrazia cristiana? Ecco una riflessione sul futuro di queste tradizioni e sulla possibilità di ritrovare una visione comune dell’Europa. Pubblichiamo due estratti dal volume “La Democrazia Cristiana, il conservatorismo e la sfida degli estremismi”, edito da Rubbettino e a cura di Klaus Welle e Federico Ottavio Reho, presentato oggi presso la sede del Parlamento europeo a Roma

La vera divisione non è tra popolari e conservatori, ma tra europeisti e nazionalisti di Klaus Welle

Il Ppe si è esteso simultaneamente in due direzioni, assorbendo parti sia della famiglia liberale sia di quella conservatrice in Europa. Lo sviluppo ha seguito il modello della democrazia cristiana tedesca, che dopo la Seconda Guerra Mondiale si era affermata come unione di cattolici e di protestanti e perciò aveva integrato la tradizione cristiano‑sociale cattolica con quelle conservatrici e liberali di matrice protestante. Questa espansione ha segnato anche l’abbandono di un criterio puramente nominale. Per essere ammessi non era più sufficiente avere le parole “cristiano” o “cattolico” nel nome del partito. Conseguentemente, un certo numero di richiedenti dell’Europa centrale e orientale che si erano denominati cristiani o cattolici, come l’Unione nazionale cattolica polacca (Zjednoczenie chrześcijańsko-narodowe), sono stati respinti a causa della loro ostilità verso l’integrazione europea. Questa scelta era dettata dalla necessità pratica. L’attività legislativa nel Parlamento europeo richiede la formulazione di posizioni comuni, specialmente sull’integrazione europea. Tutti i nuovi partner si sono integrati bene nel lavoro parlamentare quotidiano. Nella pratica quotidiana, liberali, democratici cristiani e conservatori non sono apparsi divisi da linee di faglia insuperabili, ma piuttosto si sono rivelati elementi complementi utili all’interno del Ppe allargato. Sulla base dei comportamenti di voto, Forza Italia è diventata persino la più leale delle delegazioni del gruppo.

La strategia di allargamento si è rivelata fondata, ma la questione dell’integrazione europea alla fine è emersa come una linea di demarcazione netta. Le leadership dei conservatori britannici e dell’ungherese Fidesz hanno entrambe assunto posizioni sempre più contrarie all’integrazione europea. È corretto affermare che erano, più che scettici, francamente ostili. I conservatori britannici hanno quindi lasciato il gruppo parlamentare nel 2009, con una svolta nazionalista che è stata il preludio all’uscita del paese dall’Ue dopo il referendum del 2016. La campagna di odio di Viktor Orbán contro Jean-Claude Juncker e il suo avvicinamento a Vladimir Putin e Marine Le Pen hanno reso il rapporto tra Fidesz e il Ppe non più sostenibile. L’indebolimento da parte di Orbán del sistema democratico dei pesi e contrappesi all’interno dell’Ungheria ha completato il quadro. La vera linea di demarcazione, dunque, è quella che passa non tra conservatori, liberali o democratici cristiani, ma tra europeisti e nazionalisti.

Nello spazio nazionalista, la vera linea di divisione è stata principalmente quella che corre tra posizioni filoamericane e filoputiniane sul piano esterno, largamente coincidente con la divisione tra un atteggiamento costruttivo all’interno dell’Ue e la sistematica opposizione ad essa sul piano interno. Il risultato è stata la creazione di due gruppi politici separati all’interno del Parlamento europeo. L’estrema destra all’interno dello spazio nazionalistico può essere perciò caratterizzata come un’opposizione sistemica a due livelli, volta a minare sia il partenariato atlantico sia l’integrazione europea. L’ordine politico istituito dopo il 1945, con componenti chiavi quali la democrazia, i diritti umani, lo stato di diritto, la libertà di stampa, il pluralismo, il partenariato atlantico e l’integrazione europea, ha ampiamente dimostrato il proprio valore. Dopo più di settant’anni, mettere in discussione questo ordine non può più essere qualificato come conservatore. Se l’estrema destra può avanzare una pretesa di conservatorismo, è solo nel senso che il concetto aveva nel periodo precedente la Seconda Guerra Mondiale, quando era sinonimo di autoritarismo e di illiberalismo. È un nazionalismo che promette protezione attraverso la chiusura e che è attrattivo per chi è rimasto indietro. È così che Donald Trump ha conquistato la maggioranza la prima volta, rivolgendosi ai lavoratori del carbone e dell’acciaio. È per questo che Marine Le Pen viene eletta nell’ex roccaforte comunista del distretto carbonifero nel nord della Francia. Ed è così che Boris Johnson ha abbattuto il “muro rosso” delle circoscrizioni precedentemente dominate dai laburisti nelle regioni industrializzate del nord dell’Inghilterra. È social-nazionalismo.

La secessione dei cattolici conservatori e il futuro dell’Europa di Federico Ottavio Reho

Nel pensiero e nell’esperienza dei cattolici conservatori, la convergenza tra democrazia cristiana e conservatorismo ha raggiunto la sua più armoniosa sintesi. L’importanza di questa componente per il successo della democrazia cristiana nel secondo dopoguerra non è sempre pienamente riconosciuta. Nei primi decenni del dopoguerra, l’ancoraggio al movimento democratico-cristiano dei cattolici conservatori, che, nel periodo tra le due guerre, avevano invece chiaramente mostrato inclinazioni autoritarie e talvolta erano stati determinanti per l’ascesa dei fascisti al potere, è stato un fattore importante della capacità della democrazia cristiana di coinvolgere gradualmente le élite religiose e gli elettorati più conservatori nei nuovi sistemi democratici. Per questo, la separazione dei cattolici conservatori dalla democrazia cristiana e la loro gravitazione verso forze più nazionaliste sono sempre uno sviluppo pericoloso e un segnale inquietante. Disgraziatamente, questa è precisamente la tendenza che abbiamo osservato negli ultimi decenni e che è diventata più rapida negli ultimi anni in un gran numero di Paesi dell’Ue, senza che i leader democratici cristiani siano pienamente consapevoli delle sue implicazioni o adottino delle contromisure.

Nonostante il suo declino elettorale, il cattolicesimo conservatore, quando abbandona la democrazia cristiana e si unisce alla costellazione emergente del “conservatorismo nazionale”, la rafforza enormemente, prestando a un movimento ambiguo, ancora in odore di radicalismo, la credibilità di figure e di idee che possono vantare una reputazione conservatrice impeccabile e una lunga storia di influenza nella componente più tradizionale del centrodestra. Questa circostanza è particolarmente infelice perché il conservatorismo cattolico (diversamente dal conservatorismo protestante ed evangelico) è tutt’altro che naturalmente nazionalista, e viene spinto tra le braccia del “conservatorismo nazionale” da ciò che percepisce come una crescente indifferenza, quando non un aperto imbarazzo, della democrazia cristiana per la difesa di un’antropologia cristiana tradizionale. Evitare la secessione del cattolicesimo conservatore e, più in generale, delle élite religiose conservatrici e della loro base elettorale dalla democrazia cristiana e dal conservatorismo tradizionale sarà importante per preservare la vitalità delle forze di centro-destra e per stabilizzare la politica democratica moderata nei nostri paesi.

L’altro compito importante, e collegato al primo, dei prossimi anni sarà riconciliare più in generale europeismo e conservatorismo. A differenza dei primi decenni dell’integrazione europea — quando essi erano spesso percepiti come sinergici —, oggi europeismo e conservatorismo vengono di solito considerati in tensione e in conflitto. Questo è il risultato di un graduale reciproco estraniarsi, cominciato decenni or sono ma intensificatosi in anni più recenti. Da un lato, il conservatorismo è diventato sempre più nazionalista ed euroscettico, essendo, per esempio, in prima linea negli sforzi per portare il Regno Unito fuori dell’Ue mezzo secolo dopo essere stato in prima linea negli sforzi per portarlo nella Comunità economica europea. Ideologicamente, come sopra accennato, il nuovo “conservatorismo nazionale” esalta “la virtù del nazionalismo”, ed è fondamentalmente liquidatorio nei confronti dell’integrazione sovranazionale europea, in modi che sembrano difficilmente riconciliabili con lo spirito originario del conservatorismo, che era patriottico ma anche cosmopolita. Dall’altro lato, l’europeismo e l’integrazione europea sono apparsi sempre più dominati da un ethos liberal-progressista che rifiuta di riconoscere i fondamenti culturali e storici dell’unità dell’Europa e appare programmaticamente ostile a forze e i valori conservatori.

Si tratta di una situazione infelice, perché l’Ue non scomparirà e l’unità europea è oggi anzi una necessità storica ineludibile per i popoli del continente. In un certo senso, potrebbe persino essere vista come l’ultima manifestazione storica di una ricerca di unità continentale che ha caratterizzato la storia europea per più di un millennio. La vera domanda, quindi, è se le forze e le concezioni politiche di orientamento conservatore e cristiano contribuiranno a definire i suoi prossimi passi o si condanneranno a essere un’opposizione priva di senso, aderendo a posizioni nazionaliste e anti-Ue. Per favorire una nuova convergenza tra europeismo e conservatorismo e ravvivare una tradizione, una visione e una pratica di conservatorismo europeista e sovranazionale, i conservatori e i democratici cristiani devono trovare di nuovo uno spazio per incontrarsi, confrontarsi e costruire una visione comune del futuro dell’Ue. Ciò che deve essere evitato è che il conservatorismo sia permanentemente colonizzato ed egemonizzato da idee nazionaliste e radicali in gran parte estranee alla sua tradizione e contrarie al suo ethos; e, all’inverso, che l’europeismo venga identificato con i valori e le politiche dei progressisti, che tendono a marginalizzare o a escludere totalmente le posizioni conservatrici e cristiane.

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