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Chi controlla gli abissi? Braw spiega le nuove vulnerabilità della sicurezza internazionale

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Dalla competizione tra potenze alla vulnerabilità delle infrastrutture strategiche, i fondali marini sono diventati un nuovo fronte della sicurezza internazionale. Elisabeth Braw, senior fellow dell’Atlantic Council, nel suo nuovo libro, The Undersea War, analizza l’evoluzione delle minacce sottomarine, i limiti del diritto internazionale, le difficoltà di protezione di cavi e condotte e le nuove regole della deterrenza sottomarina 

Ai tempi della Guerra fredda, l’unica vera minaccia subacquea era costituita dai sottomarini nucleari balistici e le infrastrutture presenti sui fondali erano ancora relativamente poche. Oggi, invece, i cavi sottomarini e le condotte energetiche sono diventati la spina dorsale della vita quotidiana, ma restano in gran parte fuori dalla giurisdizione degli Stati e difficili da proteggere, mentre gli abissi si popolano di nuove minacce. Dopo anni di incidenti e attacchi alle infrastrutture sottomarine, il tema è ormai una costante nell’agenda della sicurezza globale ed è al centro del libro “The Undersea War”, che spiega come i fondali sottomarini si stiano trasformando in un nuovo campo di battaglia. Per comprendere questa trasformazione e le sue conseguenze per la sicurezza degli Stati, Airpress ha parlato con Elisabeth Braw, senior fellow dell’Atlantic Council e autrice del libro.

Cosa l’ha spinta a scrivere questo libro, e perché proprio ora?

Con l’editore abbiamo deciso di farlo nell’estate del 2024. All’epoca avevamo già assistito a diversi incidenti ai cavi nel Baltico, nel Mare del Nord, al largo della Norvegia e vicino a Taiwan. Quello taiwanese, a cui dedico un capitolo, è stato particolarmente drammatico, ma all’epoca ha ricevuto poca attenzione. Si capiva che era in corso qualcosa di nuovo: navi che si comportavano in modo anomalo, cavi danneggiati e pochissimo che si potesse fare. Era tutto molto drammatico e misterioso, e lì ho capito che qualcosa era cambiato.

Parliamo infatti di uno scenario strategico nuovo rispetto al passato. Cosa è cambiato dai tempi della Guerra fredda?

Durante la Guerra fredda c’era un confronto strutturale tra Nato e Patto di Varsavia, anche tra le flotte di sottomarini, e si era sempre vicinissimi alla guerra nucleare. Ricordo la prima volta che ho letto un giornale, nel 1981: parlava dell’incidente del sottomarino sovietico incagliato al largo della Svezia. Ricordo la foto del comandante in piedi sullo scafo in attesa di soccorso. Gli svedesi non sapevano cosa fare, processarli o lasciarli andare? Eppure nessuno parlava di cavi o condotte, perché non c’erano ancora stati incidenti di quel tipo. Quelle infrastrutture continuavano a funzionare, anche se sarebbe stato possibile sabotarle, pur trovandosi a un passo dall’Armageddon nucleare. È un paradosso: potevano essere colpite e non lo furono.

Rispetto ad allora, però, oggi i fondali sono molto più affollati.

Esatto. Oggi ci sono più cavi per i dati, più cavi elettrici (rari negli anni Ottanta) e più condotte. Ma la vera differenza è la nostra dipendenza. Negli anni Ottanta, se qualcuno avesse danneggiato alcuni cavi, la gente comune se ne sarebbe accorta a malapena. Oggi invece ce ne accorgeremmo nel momento stesso in cui accade. I cavi funzionano così bene e trasportano così tanto traffico che sono diventati indispensabili.

Poniamo uno scenario: se oggi i cavi sottomarini venissero colpiti, cosa succederebbe alla vita di tutti i giorni?

Prendiamo l’Italia, che è collegata da numerosi cavi. Se ne fosse danneggiato uno, accadrebbe poco, perché un altro ne assorbirebbe il traffico. Con tre o quattro cavi fuori uso si noterebbe un rallentamento. Ma se fossero colpiti tutti i cavi che collegano il Paese, la vita quotidiana si fermerebbe. Si esce di casa, si vuole prendere l’autobus, ma la carta di credito non funziona e non si può comprare nulla. Il telefono è inutilizzabile, così come la televisione. Forse resta la radio, se ne avete una vecchia. Non si può contattare nessuno né navigare in rete. E non è solo un problema individuale: le aziende, essendo digitalmente dipendenti, dovrebbero sospendere le attività. Ospedali e governi hanno una connettività di riserva via satellite, ma i satelliti trasportano solo una minima parte di ciò che passa nei cavi, quindi basterebbe appena per i servizi più critici. Il settore finanziario, allo stesso modo, non dispone di alternative e si bloccherebbe del tutto. È uno scenario quasi troppo grande per essere immaginato.

Molti parlano della necessità di più ridondanza. Basterebbe quindi posare più cavi?

Molti lo dicono, ma chi dovrebbe farlo? Parliamo di investimenti enormi e di infrastrutture molto vaste. I cavi appartengono ad aziende private, che non si possono obbligare a posarne altri, se non con una legge. Esse decidono in base a logiche commerciali e riterranno che il rischio per ciascuna di loro non sia abbastanza alto da giustificare un nuovo investimento. Dovrebbero essere quasi certe che un proprio cavo verrà danneggiato. Certamente, dal punto di vista della sicurezza nazionale, averne di più sarebbe auspicabile, ma il settore privato ragiona con altri criteri.

Nel libro lei approfondisce anche le diverse problematiche normative e legali riguardo la tutela delle infrastrutture sottomarine

Sì. Gli oceani, a differenza della terraferma, sono un bene comune globale. Solo una fascia di 12 miglia nautiche appartiene allo Stato costiero. Oltre c’è la zona economica esclusiva, dove si hanno diritti sulle risorse ma non la giurisdizione, e poi le acque internazionali. È lì che corrono i cavi, tra un Paese e l’altro, e dunque dipendono dal fatto che tutti rispettino le regole, perché fuori dalle acque territoriali gli Stati costieri non hanno autorità. Questo sistema ha funzionato così bene che il mondo oggi dipende interamente dai cavi sottomarini. Ma cosa faremmo se qualcuno smettesse di rispettare le regole? Non siamo nella condizione di approvare nuovi trattati globali: non riusciamo ad accordarci su nulla, figuriamoci su un trattato per la protezione dei cavi. Esiste l’Unclos, che li tutela, ma resta la domanda su cosa fare con chi non se ne cura.

E cosa possono fare gli Stati per proteggere tali infrastrutture?

È molto difficile a dirsi, perché cavi e condotte funzionano e sono al sicuro solo se c’è pace, o almeno se i Paesi si comportano bene. Un nuovo trattato non si riuscirebbe a far approvare. I Paesi del Baltico stanno facendo il massimo possibile: pattugliano i cavi attraverso un’unità Nato, la Ctf Baltic, sperando che la sola presenza faccia la differenza. Sembra funzionare, ma non servirebbe contro chi è davvero deciso a danneggiare i cavi. Questo è l’aspetto più inquietante, gli Stati non possono fare molto più di quanto già fanno. I Paesi del Baltico sono più avanti degli altri nel ragionarci, ma nemmeno le menti migliori sanno cosa si potrebbe fare in più. 

Che ruolo avranno i fondali nelle crisi future?

La situazione è già difficile così. Non siamo in guerra, anche se c’è chi dice di sì: subiamo attacchi continui, contro le infrastrutture e non solo. È una guerra sporca, ma non una guerra vera. Cosa accadrebbe però in un conflitto cinetico? I cavi sarebbero un bersaglio ovvio. La cosa più preoccupante è che la Russia ha pochissimi cavi sottomarini: è il Paese più grande del mondo ed è collegato via terra, quindi non ne ha bisogno. Può minacciare i nostri cavi, mentre noi non potremmo minacciare i suoi, perché quasi non esistono.

Quindi manca la deterrenza.

Esatto. Non possiamo neppure dire “se danneggiate i nostri cavi, noi danneggeremo i vostri”. Anche volendo, ce ne sarebbero ben pochi da colpire.

Droni sottomarini e nuove tecnologie di monitoraggio possono ridurre questa vulnerabilità?

Oggi molte aziende cercano di vendere queste tecnologie alla Nato e ai governi nazionali, ed è il mercato. Ma dal mio punto di vista non serve più sorveglianza. Grazie ai sistemi di controllo degli oceani, soprattutto nel Baltico ma non solo, abbiamo già un’ottima comprensione di quando una nave sospetta si avvicina a un cavo. Il problema non è capire la minaccia, ma sapere cosa fare quando si è stabilito che sta per accadere qualcosa. Possiamo avere tutti i droni del mondo a monitorare i cavi, ma la domanda resta la stessa: che si fa se notiamo un comportamento sospetto? La guardia costiera può chiedere alla nave di allontanarsi. Se non lo fa, si può inviare la Marina, ma questa dovrebbe attaccare la nave, e lo Stato che sta dietro quella nave reagirebbe a sua volta. È molto complicato, e il monitoraggio non lo risolve. Se la tecnologia fosse la risposta, bene, ma si limita ad aggiungere chiarezza su cose che già sappiamo.

Un’ultima cosa. Nel libro lei riporta diverse esperienze individuali. Come mai?

Penso che questo libro sia una storia di persone. È un argomento affascinante e vorrei che i lettori lo capissero. In molti Paesi ci sono persone che lavorano duramente, ogni giorno, per vigilare sui fondali, nell’industria e nelle istituzioni. Sono eroi silenziosi, perché il loro compito è quasi impossibile, eppure lo svolgono. Non sappiamo quanto lavoro ci sia dietro ma dovremmo essere molto grati a chi protegge e difende i fondali ogni giorno.


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