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Purghe e controllo. Al Quinto Plenum va in scena il paradosso del potere di Xi

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Il Partito Comunista Cinese chiude quattro giorni di riunioni con espulsioni record, nuovi richiami alla disciplina e un vertice militare decimato. Mentre Pechino prepara il Congresso del 2027, le purghe sollevano interrogativi sulla capacità di Xi di governare un apparato sempre più sottoposto al controllo politico

Il Partito Comunista Cinese (Ccp) ha concluso giovedì il suo Quinto Plenum con 33 espulsioni, una nuova stretta sulla disciplina interna e la promozione del generale Zhang Shengmin al Politburo. La riunione del Comitato centrale, durata quattro giorni a Pechino, ha confermato la centralità della campagna anticorruzione nella strategia politica del leader Xi Jinping, mentre il partito si prepara al Congresso del 2027, quando il presidente dovrebbe ottenere un quarto mandato alla guida del Ccp.

A distinguere il Plenum è stata soprattutto la dimensione delle epurazioni. Ai lavori hanno partecipato 279 membri del Comitato centrale, contro i 315 del precedente appuntamento nell’ottobre 2025 e i 364 del luglio 2024. Per la prima volta nei quattordici anni di leadership di Xi, la partecipazione è scesa sotto quota 300. Sedici dei 33 funzionari espulsi provengono dall’apparato militare, dove le rimozioni hanno ormai investito alcuni dei livelli più elevati della catena di comando.

Il risultato restituisce una contraddizione della leadership cinese, che dispone di un’autorità politica difficilmente contestabile all’interno del partito, ma continua a ricorrere a epurazioni su larga scala per garantirne la disciplina. Dopo quasi quattordici anni di campagna anticorruzione, il problema non riguarda più soltanto l’eredità delle amministrazioni precedenti. Tra i funzionari rimossi figurano uomini promossi durante la sua stessa leadership, alcuni dei quali considerati suoi alleati.

La scelta di dedicare il Quinto Plenum alla governance interna del partito, anziché alle tradizionali questioni economiche, riflette questa priorità. Il Comitato centrale ha approvato una risoluzione sul rafforzamento della disciplina e sulla lotta alla corruzione, ribadendo la necessità di contrastare comportamenti opportunistici, inefficienze burocratiche e violazioni delle direttive politiche. Secondo i dati presentati venerdì dai responsabili degli organismi disciplinari, dal 2012 sono stati aperti 8,1 milioni di procedimenti e sanzionate 7,9 milioni di persone, tra cui 963 alti funzionari sottoposti direttamente alla gestione della leadership centrale.

La portata di questi numeri suggerisce che l’anticorruzione sia diventata uno strumento permanente di governo, una fissazione operativa per Xi. Nella concezione politica del leader cinese, la disciplina comprende la fedeltà alle direttive del centro e la capacità dei funzionari di tradurle in risultati concreti. Le epurazioni possono quindi rispondere a esigenze differenti, dalla repressione degli illeciti alla rimozione di dirigenti considerati politicamente inaffidabili o insufficientemente efficaci. Su tutto, domina la necessità di controllo – che forse Xi inizia da tempo a sentire meno saldo.

È qui che emerge uno dei problemi più delicati per Pechino: un sistema costruito attorno alla lealtà personale rischia di ridurre l’autonomia decisionale dei funzionari chiamati ad attuare le politiche del governo. La crescente severità disciplinare può incoraggiare forme di conformismo burocratico, nelle quali i dirigenti preferiscono dimostrare obbedienza anziché assumersi responsabilità. Il rischio è che il controllo politico, concepito per migliorare l’efficienza dell’apparato, finisca per limitarne l’iniziativa.

La questione assume una dimensione ancora più significativa nelle forze armate. Le epurazioni hanno coinvolto figure di primo piano come Zhang Youxia, già vicepresidente della Commissione Militare Centrale e considerato un alleato fidato di Xi, e Liu Zhenli, ex capo di stato maggiore congiunto. Le rimozioni hanno interessato anche comandanti di teatro, commissari politici e responsabili di strutture legate all’addestramento, alla logistica e alla mobilitazione.

La Commissione Militare Centrale, composta da sette membri all’inizio del terzo mandato di Xi, è oggi ridotta a due: il presidente e Zhang Shengmin. La promozione di quest’ultimo al Politburo, annunciata al Plenum, riconosce il ruolo assunto dal generale nella campagna disciplinare militare. La decisione rafforza il peso politico dell’apparato incaricato della supervisione interna, mentre resta aperta la questione della ricostituzione del vertice delle forze armate.

Le implicazioni vanno oltre gli equilibri personali e gravano sul Paese. La rimozione di un numero così elevato di ufficiali pone interrogativi sulla continuità organizzativa e sulla preparazione operativa dell’Esercito popolare di liberazione. Non esistono, nei materiali disponibili (sempre limitati e protetti dalla narrazione strategica), elementi sufficienti per misurare gli effetti concreti delle epurazioni sulle capacità militari cinesi: tuttavia, la profondità delle rimozioni rende il rapporto tra affidabilità politica ed efficacia del comando una questione strategica per la leadership e per le ambizioni (anche militari) della Cina.

Il prossimo Congresso del Partito rappresenta il passaggio politico nel quale queste tensioni potrebbero diventare più evidenti. Xi dovrà affrontare il ricambio di una parte della classe dirigente, selezionando nuovi funzionari dopo aver rimosso numerosi esponenti dell’attuale Comitato centrale. Il Congresso del 2027 dovrebbe aprire la strada a un quarto mandato di Xi alla guida del partito comunista, una prospettiva consentita dalle regole formali del Ccp ma in contrasto con le convenzioni sulla successione della leadership affermatesi nell’epoca post-Mao. La preparazione del quarto mandato richiede dunque una ricostruzione degli organismi di vertice, oltre alla conferma della sua autorità.

La concentrazione del potere offre a Xi ampi margini nella scelta dei successori dei funzionari rimossi, non garantisce, però, che i nuovi dirigenti siano più affidabili o capaci di governare efficacemente. È una difficoltà che emerge proprio dalle epurazioni degli ultimi anni, quando la campagna anticorruzione ha progressivamente raggiunto anche uomini appartenenti alla cerchia politica del presidente.

Il Quinto Plenum ha confermato la determinazione di Xi a mantenere il controllo sul partito e sulle forze armate. In vista del 2027, la questione aperta non sembra essere la sua capacità di imporre decisioni, quanto quella di costruire una leadership in grado di attuarle senza dipendere da continue campagne disciplinari.


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