Il decreto sugli intercettori per l’Ucraina non è ancora stato approvato. Un rapido confronto al Copasir potrebbe aiutare a dare seguito agli impegni assunti, in una fase in cui la difesa aerea resta un elemento importante per la protezione dei civili e per il sostegno al percorso diplomatico. L’opinione di Marco Mayer
Gli italiani devono sapere che il governo non ha ancora approvato il decreto che – sulla base di quanto pubblicato sulla stampa – prevede intercettori per la difesa aerea, che l’Italia ha concordato con la Francia di far arrivare in Ucraina entro il mese di ottobre. Da oggi, quando vediamo nei telegiornali piovere dal cielo gli ordigni di morte che uccidono e feriscono la popolazione civile ucraina (tanti anziani, tante donne, tanti bambini), dobbiamo sapere che non siamo del tutto estranei a quanto accade. Solo questa notte, in quattro regioni ucraine centinaia di migliaia di famiglie sono rimaste al buio e al freddo dopo gli attacchi russi alla rete elettrica: è evidente che i russi stanno cercando di sfruttare al massimo la carenza di intercettori per colpire la popolazione civile.
La difesa aerea è lo strumento più efficace per intercettare e distruggere i missili e i droni che colpiscono gli autobus, le case, gli ospedali, le scuole, le città; è il mezzo più concreto per salvare la vita delle persone e ridurre in modo consistente le vittime civili. La Difesa aerea ha un grande valore umanitario, spesso ignorato dai media nonché dalla ipocrisia di non pochi esponenti politici della maggioranza e dell’opposizione. Gli intercettori europei sono oggi insostituibili armi difensive e gli ucraini ne hanno bisogno per questo inverno. Lo stesso ragionamento vale sul versante diplomatico. Anche gli studenti universitari che fanno il tirocinio alla Farnesina sanno perfettamente che sostenere la difesa aerea dell’Ucraina è uno dei pilastri delle garanzie di sicurezza per l’avvio e il successo dei negoziati che consentano di raggiungere il prima possibile una tregua.
Cosa manca? Lo ha spiegato lo stesso ministro Tajani il 29 ottobre: il decreto sarà comunicato al Copasir e avrà la firma di tre ministri, Antonio Tajani, Giancarlo Giorgetti e Guido Crosetto. Oggi inizia il conto alla rovescia: ogni giorno che passa può significare più morti e più feriti tra i civili. Chi ha il coraggio di prendersi la responsabilità del ritardo? Il Copasir ha già convocato due sedute questa settimana, il 3 e il 4 novembre, per le audizioni dei vertici dell’Aisi e dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale. Il mio auspicio è che, per ragioni esclusivamente umanitarie, la presidenza del Copasir approfitti di questi due appuntamenti per convocare il governo in una audizione aggiuntiva per sbloccare lo stallo. Deve essere chiaro all’opinione pubblica che stiamo parlando di aiuti che il Parlamento ha già autorizzato per il 2026. Almeno questa volta mettiamo da parte le ipocrisie e i compromessi verbali della bassa politica.
Quando, con l’inverno alle porte, è in gioco la vita della popolazione civile sotto l’incubo dei missili e dei droni, ogni giorno perso è moralmente inaccettabile. Una volta rispettata la parola data, le polemiche politiche, le diverse narrazioni e i calcoli elettorali potranno tranquillamente continuare. Ma quando è in gioco la sopravvivenza di migliaia di civili innocenti, mantenere le promesse è un preciso dovere della Nazione. Non sappiamo come si stia comportando la Francia, insieme alla quale è stato assunto l’impegno del 31 ottobre. Ma quello che è certo che l’Italia, confermandosi anche questa volta partner affidabile (come ha dimostrato in tante altre crisi umanitarie) avrà la possibilità di esercitare un ruolo autorevole per contribuire all’avvio di un negoziato politico-diplomatico che porti alla tregua.
















