Dal Manama Dialogue emerge un’opposizione condivisa a una nuova offensiva americana contro Teheran, mentre Washington continua a colpire e offre aperture diplomatiche. Per le monarchie del Golfo, il problema è quanto a lungo possa reggere una stabilità affidata alla pressione militare ed economica degli Stati Uniti
“Dal punto di vista degli Emirati Arabi Uniti, e direi anche dei Paesi del Golfo, non desideriamo affatto assistere a un’altra ondata di scontri nella regione”. Anwar Gargash, consigliere del presidente emiratino Mohammed bin Zayed, ha espresso con chiarezza una posizione largamente condivisa durante il Manama Dialogue, il principale appuntamento annuale di analisi strategica del Medio Oriente, organizzato in Bahrein dall’International Institute for Strategic Studies (Iiss). “Vogliamo una soluzione diplomatica e politica a questa crisi prolungata”, osserva un diplomatico che ha seguito i lavori della conferenza, conclusasi domenica 1 novembre. Una valutazione che riflette il clima prevalente tra i partecipanti: crescente preoccupazione per una nuova escalation contro l’Iran e scarsa fiducia nella capacità degli attori regionali di impedirla.
A rendere più urgente il messaggio arrivato da Manama sono le notizie delle ultime ore. Lunedì gli Stati Uniti hanno attaccato l’isola iraniana di Qeshm, all’imboccatura dello Stretto di Hormuz, secondo quanto riferito da funzionari americani al Wall Street Journal. L’operazione rientrerebbe in una serie di missioni limitate condotte nelle ultime settimane per contenere la capacità iraniana di minacciare il traffico commerciale. Qeshm ospita infrastrutture militari, tra cui una base navale e installazioni missilistiche sotterranee, oltre a un importante impianto di desalinizzazione.
L’attacco è arrivato mentre Donald Trump continuava a ridimensionare pubblicamente la portata del confronto. “Abbiamo avuto una guerra con l’Iran. Abbiamo vinto”, ha dichiarato lunedì, sostenendo che da mesi non si registrerebbero combattimenti tali da giustificare la definizione di guerra. Intervistato da Sean Hannity su Fox News, il presidente ha ribadito di considerare possibile un accordo con Teheran, pur avvertendo che gli Stati Uniti potrebbero colpire nuovamente l’impianto nucleare di Fordo “entro un’ora”, qualora lo ritenessero necessario.
La combinazione di operazioni militari circoscritte, minacce esplicite e disponibilità negoziale rende difficile distinguere dove finisca la coercizione e dove cominci una possibile escalation. C’è anche chi, come l’ex anchorman Tucker Carlson, evoca persino scenari di impiego di armi nucleari contro l’Iran, sulla base di ricostruzioni che al momento non trovano conferme indipendenti.
È precisamente questa incertezza ad aver dominato le conversazioni di Manama. Rispetto a febbraio, quando i messaggi inviati dalle capitali del Golfo a Washington apparivano meno uniformi, oggi l’opposizione a una nuova guerra sembra pressoché unanime. Il cambiamento è significativo, ma presenta un limite evidente: nessuno sembra disposto a criticare apertamente l’amministrazione americana, mentre anche nelle conversazioni riservate emerge poca disponibilità a discutere quali strumenti di pressione potrebbero essere utilizzati per influenzarne le decisioni.
La rappresentanza americana alla conferenza è stata peraltro estremamente ridotta, proprio mentre Washington continua a determinare buona parte delle prospettive di sicurezza dei suoi alleati regionali. L’assenza ha accentuato la sensazione di un dialogo incompleto, nel quale i Paesi maggiormente esposti alle conseguenze delle decisioni statunitensi dispongono di margini limitati per orientarle.
Le discussioni sulla cooperazione regionale hanno mostrato contraddizioni analoghe. Molti interventi hanno celebrato la solidarietà tra le monarchie, il patto della Mecca e le iniziative delle medie potenze per la sicurezza marittima. Gargash ha invece richiamato le insufficienze della cooperazione tra gli stessi Stati del Golfo. Una critica che suggerisce quanto la convergenza sulla necessità di evitare la guerra sia ancora distante dalla costruzione di una risposta diplomatica comune.
Eppure, proprio mentre cresce l’incertezza militare, arrivano segnali che potrebbero favorire una ripresa del negoziato. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha annunciato di aver ricevuto dalla Guida Suprema Mojtaba Khamenei l’autorizzazione a perseguire una soluzione attraverso il dialogo. I mercati hanno reagito immediatamente: lunedì il petrolio ha registrato ribassi fino al 6,7%, interpretando l’apertura iraniana come una possibile riduzione del rischio di ulteriori interruzioni delle forniture.
Per Teheran, la disponibilità diplomatica potrebbe riflettere anche la consapevolezza che le monarchie del Golfo, pur rimanendo partner strategici degli Stati Uniti, hanno interessi diversi da quelli di Washington nella gestione del confronto. L’Iran può cercare interlocutori regionali interessati alla stabilizzazione, anche mentre continua a considerare gli Stati Uniti il principale avversario. La convergenza sulla de-escalation, tuttavia, non equivale a una convergenza sulle condizioni di un eventuale accordo.
Da parte americana, del resto, non è ancora chiaro quale compromesso Trump sarebbe disposto ad accettare, soprattutto riguardo alla sequenza delle concessioni e ai limiti da imporre al programma nucleare iraniano. Secondo quanto riferito da fonti informate, il direttore della Cia John Ratcliffe avrebbe consigliato al presidente di mantenere l’attuale equilibrio di “no war, no deal”, lasciando che la pressione economica produca ulteriori concessioni iraniane oppure alimenti instabilità interna sufficiente a mettere in discussione la tenuta del sistema politico.
È una prospettiva diversa dalla distensione auspicata dalle capitali del Golfo. Evitare una guerra aperta non significa necessariamente ridurre l’instabilità. Una strategia di pressione prolungata, accompagnata da operazioni militari intermittenti, potrebbe mantenere elevato il rischio sulle rotte commerciali, sugli investimenti e sulle infrastrutture regionali. Quanto a lungo le economie del Golfo possono assorbire questa condizione senza compromettere le proprie ambizioni di sviluppo?
La domanda riguarda direttamente i progetti di connettività, i corridoi commerciali e gli investimenti tecnologici che continuano a occupare l’agenda regionale. A Manama si è discusso anche di IMEC e data center, mentre incombeva la possibilità di un’altra guerra. Non è necessariamente una contraddizione: quelle iniziative spiegano perché i governi del Golfo considerino la stabilità una priorità economica oltre che militare.
Lo stesso ragionamento compare nell’agenda americana per l’Indo-Pacifico. Nel recente incontro del Quad ad Atlanta, Stati Uniti, India, Giappone e Australia hanno collegato sicurezza economica, resilienza delle filiere e libertà di navigazione, richiamando esplicitamente Hormuz, Mar Rosso e Bab el-Mandeb. Le monarchie del Golfo, e con minore coordinamento politico anche i partner europei, condividono l’interesse a proteggere queste connessioni. Una nuova offensiva su larga scala contro l’Iran rischierebbe dunque di contraddire obiettivi strategici che Washington stessa promuove insieme ai propri alleati.
Trump deve però confrontarsi anche con un vincolo interno. Le sue aperture negoziali arrivano alla vigilia delle elezioni di metà mandato, quando una parte della coalizione conservatrice continua a misurare la politica estera presidenziale sulla promessa di porre fine alle “endless wars” mediorientali. La formula della “pace attraverso la forza” consente al presidente di presentare gli attacchi come strumenti per ottenere un accordo, senza rinunciare alla minaccia di ulteriori operazioni che sostiene la sua immagine di negoziatore da una posizione di superiorità.
Per i governi riuniti a Manama, tuttavia, la questione resta irrisolta. La preferenza americana per una pressione senza guerra dichiarata potrebbe evitare nell’immediato un conflitto più ampio, lasciando intatta la possibilità che si produca. Il Golfo chiede una soluzione politica, ma finora non ha mostrato come intenda contribuire a ottenerla. E Washington, mentre discute di stabilità economica con i partner internazionali, continua a riservarsi il diritto di determinarne unilateralmente il prezzo.
















