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La guerra politica all’Europa e la strategia che l’Italia non ha

Di Alberto Pagani e Nicolò Russo Perez
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Le minacce contro l’Europa sono “sempre meno ibride e sempre meno minacce”, e l’intelligenza artificiale sta costruendo un nuovo Medio Evo tecnologico fatto di regni, vassalli e servi. Partendo dal nuovo policy paper della Fondazione CSF, una riflessione su ciò che questo significa per Roma, che a sei mesi dal Dpcm che la prevede è ancora senza Strategia di sicurezza nazionale. L’analisi di Alberto Pagani, docente di Geopolitica e Geostrategia (Università di Bologna) e Nicolò Russo Perez, direttore Fondazione CSF

Una frase da prendere alla lettera

Ci sono frasi pronunciate per riempire un discorso e frasi che, quasi senza volerlo, fotografano un’epoca. Quando, il 16 settembre, Ursula von der Leyen ha detto all’Eurocamera che le minacce ibride contro l’Europa sono «sempre meno ibride e sempre meno minacce», ha pronunciato una frase del secondo tipo.[1] Arturo Varvelli, che guida l’ufficio romano dell’European Council on Foreign Relations, ne ha fatto il titolo del policy paper che la Fondazione CSF ha appena pubblicato nell’ambito di NEXUS, l’hub italiano sulle minacce ibride che abbiamo costruito con Ecfr e HighGround.[2] Ne riprendiamo qui gli argomenti perché pongono una domanda che riguarda direttamente l’Italia: se la natura del conflitto è cambiata, perché il nostro modo di pensarlo, e di organizzarci per affrontarlo, è rimasto fermo?

La formula contiene due affermazioni. “Sempre meno ibride” significa che queste azioni hanno perso la loro ambiguità: sabotaggi, incendi dolosi, ordigni, droni che violano lo spazio aereo dell’Alleanza non sono sfumature di grigio, sono atti ostili. “Sempre meno minacce” significa che non descrivono più un rischio potenziale, ma qualcosa che accade ogni giorno contro infrastrutture, istituzioni e processi democratici. Per vent’anni il concetto di minaccia ibrida ci ha aiutato a capire, ma ci ha anche abituati a collocare questi atti in una zona grigia nella quale le regole ordinarie sembrano sospese e nessuno è davvero tenuto a reagire. Oggi quella zona grigia serve più a chi la subisce che a chi la sfrutta, perché offre ai governi un alibi per l’inazione.

La soglia che si sposta

I numeri descrivono una traiettoria inequivocabile. Secondo l’IISS i sabotaggi russi confermati contro infrastrutture critiche europee sono cresciuti del 246% tra il 2023 e il 2024; tra settembre 2025 e gennaio 2026 si sono contate trenta violazioni sospette dello spazio aereo Nato da parte di droni o velivoli verosimilmente russi, contro le ventitré dei tre anni e mezzo precedenti; nella sola Germania, nel 2025, sono stati registrati 320 sospetti tentativi di sabotaggio, con un tasso di attribuzione che resta basso.[3] Il dato decisivo, però, è qualitativo: l’escalation consiste nello spostamento verso soglie sempre più alte e visibili, ciascuna delle quali misura la reazione dell’avversario.

Il calcolo di Mosca è leggibile: confidare che le democrazie restino al di sotto di una risposta forte, facendo leva sul timore dei governi di doversi dichiarare “in guerra”. Ogni soglia superata senza conseguenze diventa il punto di partenza della successiva. A questo si aggiunge un problema strutturale: l’Europa non ha una deterrenza ibrida credibile né soglie condivise al di sotto dell’Articolo 5, e l’onere dell’attribuzione e della risposta ricade sul singolo Stato colpito, cioè proprio sul più esposto. Il protocollo europeo di sicurezza modellato sull’Articolo 4 della NATO, proposto nello stesso discorso sullo stato dell’Unione e di cui questa testata ha dato conto, è un primo tentativo di colmare il vuoto.[4]

Non più ibrida, ma politica

Il passaggio concettuale più fecondo è la proposta di Jonathan Guiffard e Kevin Limonier di sostituire la nozione di guerra ibrida con quella di guerra politica.[5] Non è una questione di vocabolario. Il danno fisico è il mezzo, non il fine: il bersaglio vero è la tenuta democratica, la credibilità delle istituzioni, la coesione sociale. Chi lavora sulla guerra cognitiva lo sa da tempo; è utile che la letteratura strategica lo metta finalmente al centro.

Il paper ha il merito di non appiattire il quadro su un solo avversario. La Russia, che a fronte di perdite stimate nell’ordine di 1,2 milioni di uomini in Ucraina trova negli strumenti sotto-soglia effetti politici a basso costo e alta negabilità, persegue l’indebolimento e la divisione dell’Europa e il rallentamento del suo riarmo. La Cina punta invece a plasmare un ordine e a costruire dipendenze: la dottrina delle “Tre guerre” mira meno a persuadere che a saturare lo spazio digitale fino a confondere il segnale con il rumore, e la minaccia cinese si presenta meno come attacco e più come infrastruttura, standard e dipendenza. Gli Stati Uniti restano un alleato e non vanno messi sullo stesso piano, ma le divergenze esistono: quando a inizio ottobre Unione europea, Canada e Lituania si sono ritirati da una conferenza sulla disinformazione dopo le pressioni del Dipartimento di Stato, si è visto che anche un alleato può comprimere l’autonomia europea di analisi.[6] Assimilare questi attori sarebbe un errore analitico; concentrarsi su uno solo, un errore strategico.

Regni, vassalli e servi

L’intelligenza artificiale non crea minacce nuove, ma le moltiplica: abbatte i costi, amplia la scala, comprime a pochi minuti il ciclo tra un evento e la sua rappresentazione manipolata, rende più ardua l’attribuzione e quindi più difficile giustificare una risposta. Se l’IA è il principale strumento di produzione delle narrazioni, il suo controllo è una questione di sovranità. Stati Uniti e Cina stanno separando i propri ecosistemi e i blocchi si formalizzano: la Pax Silica americana è passata da undici a ventiquattro firmatari, la WAICO promossa da Pechino è nata a luglio con ventinove membri fondatori, e da agosto Washington chiede ai partner di scegliere da che parte stare.[7]

Ne esce una gerarchia feudale. Al vertice i regni, che controllano la filiera e scrivono le regole. Nel mezzo le potenze medie, i vassalli, dotate di leve specifiche, capacità duali e talvolta di qualche chokepoint. Alla base i servi, che usano tecnologie altrui e ne subiscono regole, flussi di dati e interruzioni. Chi non controlla l’infrastruttura tecnologica non controlla neppure l’ecosistema informativo dei propri cittadini. Nel XXI secolo, insomma, la sovranità si può perdere senza alcuna invasione. Non è una condanna: il “terzo stack”, l’integrazione tra Cohere e Aleph Alpha, la proposta di Cloud and AI Development Act e i progressi di Mistral dicono che i margini di autonomia sono conquistabili. Ma vanno conquistati, e soprattutto vanno voluti.

E l’Italia?

Letto da Roma, tutto questo suona come un atto d’accusa, perché ogni conclusione del paper presuppone ciò che ancora non abbiamo: un documento che dica quali sono i nostri interessi fondamentali, chi li minaccia, con quali strumenti intendiamo difenderli e chi decide che cosa. Siamo l’unico Paese del G7 senza una Strategia di sicurezza nazionale. Il Dpcm del 22 aprile, pubblicato in Gazzetta il 6 maggio, ha previsto che sia adottata dal Presidente del Consiglio su proposta del Cisr, sentito il Copasir, e aggiornata almeno ogni tre anni; ha rafforzato il Cisr nella gestione delle crisi sistemiche, campagne ibride comprese, e istituito presso il Dis un tavolo permanente sulle attività ibride.[8] È un passo importante. Ma a sei mesi di distanza la Strategia non c’è, e la cornice resta vuota.

Il paradosso è che i pezzi del mosaico esistono. Come ha raccontato questa testata, una versione non classificata della Strategia militare nazionale sarebbe già pronta, ma trattenuta in attesa del documento sovraordinato.[9] Il ministro Crosetto ha presentato un anno fa il suo non paper sulla guerra ibrida, e il disegno di legge approvato ad agosto riconosce lo spazio cibernetico come dominio della difesa e prevede un centro interforze per il contrasto alla minaccia ibrida.[10] La Strategia nazionale di cybersicurezza 2022-2026 scade quest’anno. A luglio, a Brindisi, l’Italia ha aderito alla Pax Silica, collocandosi esplicitamente in uno dei due “regni” tecnologici.[11] Sono scelte rilevanti, prese però in ordine sparso, senza un disegno che le tenga insieme. Una dottrina militare senza strategia nazionale è una risposta che precede la domanda.

Che cosa dovrebbe dire la Strategia

Anzitutto dovrebbe avere il coraggio di nominare le minacce e di distinguerle. Un documento reticente, che parli genericamente di “sfide” senza indicare chi conduce la guerra politica contro di noi, trasmetterebbe all’avversario proprio il messaggio che la logica della soglia gli suggerisce: che non reagiremo. Allo stesso tempo dovrebbe dire con lucidità dove gli interessi italiani ed europei divergono da quelli americani, senza rotture ma senza deleghe in bianco.

Dovrebbe poi affrontare il nodo delle soglie e dell’attribuzione. Che cosa consideriamo un attacco, chi lo attribuisce, chi decide la risposta, in quali tempi? Per un Paese che ospita uno dei principali snodi mediterranei dei cavi sottomarini e dipende da infrastrutture energetiche esposte, sono domande concrete. L’attribuzione pubblica è già una forma di deterrenza: lasciare un sabotaggio nel limbo dell’«incidente» significa accettare che la prossima soglia sia un po’ più alta. Dovrebbe inoltre dire dove l’Italia vuole stare nella gerarchia tecnologica. Non saremo un regno, ma possiamo essere un vassallo con leve proprie anziché un servo: un’industria della difesa e dello spazio di primo livello, una posizione che controlla passaggi critici del Mediterraneo, competenze nel calcolo e nella ricerca. L’adesione alla Pax Silica va resa coerente con la costruzione di capacità europee condivise, a cominciare da cloud e modelli.

Dovrebbe, ancora, sciogliere il nodo dell’iniziativa. Passare dalla reazione all’azione significa dotarsi di capacità cyber attive e di una comunicazione strategica capace di parlare anche ai pubblici dell’avversario, come le democrazie seppero fare con Radio Londra e Radio Free Europe. Ma questo è possibile solo dentro una dottrina che codifichi chi fa che cosa, entro quali limiti costituzionali e sotto quale controllo parlamentare, e con un vincolo invalicabile: trasparenza e veridicità, perché adottare i metodi dell’avversario significherebbe dissipare il solo vantaggio strutturale delle democrazie, la credibilità. Infine, la Strategia avrebbe bisogno di una legittimazione più ampia di quella che un regolamento può dare. La via del Dpcm si spiega con l’urgenza, ma un documento che definisce gli interessi fondamentali della Repubblica meriterebbe un confronto parlamentare vero e un consenso capace di sopravvivere ai cambi di maggioranza.

Attori o vassalli

Nelle ultime righe del paper c’è una frase che vale per l’Europa e ancor più per l’Italia: senza leve proprie sulle infrastrutture di calcolo e di comunicazione si rischia di passare dalla condizione di attore a quella di vassallo. Una Strategia di sicurezza nazionale non è un adempimento burocratico. È il luogo in cui un Paese dichiara a se stesso, agli alleati e agli avversari che cosa considera irrinunciabile e che cosa è disposto a fare per difenderlo. Finché non esisterà, continueremo a subire la guerra politica che altri ci conducono, soglia dopo soglia, con l’alibi della zona grigia. Le minacce sono sempre meno ibride e sempre meno minacce. Sarebbe ora che anche la nostra strategia diventasse sempre meno un’intenzione e sempre più una realtà.

[1]Commissione europea, Discorso sullo stato dell’Unione, 16 settembre 2026.

[2]A. Varvelli, Sempre meno ibride, sempre meno minacce. La «guerra politica» all’Europa nell’era dell’intelligenza artificiale: dalla zona grigia al nuovo Medio Evo tecnologico, Policy Papers, nuova serie n. 018, Fondazione CSF, novembre 2026, nell’ambito del progetto NEXUS – Italian Hub on Hybrid Threats, promosso con ECFR e HighGround.

[3]C. Edwards, N. Seidenstein, The Scale of Russian Sabotage Operations Against Europe’s Critical Infrastructure, IISS, agosto 2025; C. Cederbaum, Russia Escalating Hybrid Attacks Across Europe, Recorded Future, 2026; K. Rekawek, J. Lanches, Update of Russia’s Crime-Terror Nexus, GLOBSEC, 2026. Dati come riportati in Varvelli, cit.

[4]L. Piccioli, L’Europa cerca uno scudo contro la guerra ibrida, Formiche.net, settembre 2026.

[5]J. Guiffard, K. Limonier, L’ère de la guerre politique, Le Grand Continent, 6 ottobre 2026.

[6]E. Gkritsi, N. Toosi, J. Detsch, EU, Canada and Lithuania pull out of disinformation conference after US pressure, Politico, 7 ottobre 2026.

[7]I dati su Pax Silica e WAICO sono tratti da Varvelli, cit., che rinvia a E. Omorogieva (New Lines Institute) e a C. Collins, A. Mehta (CSIS), 2026.

[8]DPCM 22 aprile 2026, regolamento sul funzionamento del CISR nelle situazioni di crisi che coinvolgono aspetti di sicurezza nazionale, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 6 maggio 2026. L’art. 5 disciplina contenuti, procedura di adozione e cadenza almeno triennale di aggiornamento della Strategia. Cfr. T. Massa, L’Italia verso la prima Strategia di Sicurezza Nazionale, RID, 15 maggio 2026.

[9]Come (non) dovrebbe essere la National security strategy italiana, Formiche.net, 10 maggio 2026.

[10]Ministero della Difesa, Il contrasto alla guerra ibrida: una strategia attiva, non paper presentato al Consiglio supremo di difesa il 17 novembre 2025; disegno di legge «Disposizioni per il rafforzamento e l’adeguamento della capacità di difesa nazionale», approvato dal Consiglio dei ministri il 4 agosto 2026.

[11]Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, L’Italia aderisce alla Pax Silica, 31 luglio 2026.


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