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Assistiamo a un evento storico che segna la fine di un’era di oppressione in America Latina: la cattura e la rimozione del dittatore Nicolás Maduro dal Venezuela da parte delle forze statunitensi. Esprimo profonda soddisfazione per questa evoluzione, che rappresenta una buona notizia non solo per il popolo venezuelano, ma per l’intero emisfero occidentale e oltre.

La fine del regime di Maduro, dopo anni di abusi, corruzione e alleanze pericolose, apre la porta a una rinascita democratica. E in questo contesto, l’Europa deve dimostrare di essere all’altezza, schierandosi senza esitazioni al fianco degli Stati Uniti per garantire stabilità e prosperità.

Ricordiamo i fatti noti fino a questo momento, basati sulle informazioni più recenti e attendibili. Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026, multiple esplosioni hanno scosso la capitale Caracas, segnando l’inizio di un’operazione militare statunitense mirata. Secondo fonti ufficiali, le forze armate Usa hanno condotto strike aerei e operazioni speciali che hanno portato alla cattura di Maduro e di sua moglie, Cilia Flores. Il presidente Donald Trump ha annunciato personalmente l’evento in un discorso mattutino, dichiarando: “Maduro è stato catturato e trasportato fuori dal Paese”. Questa mossa fa seguito a una escalation di tensioni, culminata in un blocco navale e sanzioni sempre più stringenti imposte dall’amministrazione Trump contro il regime, accusato di narcotraffico, violazioni dei diritti umani e alleanze con entità ostili come Iran, Russia e Cina.

Il contesto è drammatico e ben documentato. Maduro, al potere dal 2013 dopo la morte di Hugo Chávez, ha trasformato il Venezuela – un tempo una delle nazioni più prospere del Sud America grazie alle sue riserve petrolifere – in un regime autoritario. Le Nazioni Unite hanno stimato oltre 20.000 uccisioni extragiudiziali dal 2019, con repressioni sistematiche contro oppositori, giornalisti e civili.

L’economia è collassata: inflazione iperbolica, carenza di beni essenziali e una migrazione di massa che ha visto milioni di venezuelani fuggire verso Colombia, Brasile e Stati Uniti. Maduro ha mantenuto il controllo attraverso il “Cartel de Los Soles”, un’organizzazione narco-terroristica integrata nelle forze armate, che ha inondato il mondo di droga, inclusi gli Usa, dove il fentanyl proveniente da reti venezuelane ha causato migliaia di morti. 

Le alleanze internazionali di Maduro hanno aggravato la minaccia. Supportato da Teheran – che forniva petrolio e supporto logistico in cambio di influenza – e da Mosca, che inviava mercenari e armi, il regime rappresentava un avamposto di instabilità in America Latina. Solo pochi giorni fa, il 27 dicembre 2025, il New York Times riportava di strike navali Usa contro navi petrolifere venezuelane dirette in Cina, interrompendo un flusso di 1,8 milioni di barili di greggio Merey. Maduro aveva espulso organizzazioni internazionali, inclusa l’Onu, accumulando debiti enormi e isolando il Paese. La sua rielezione fraudolenta nel 2024 aveva innescato proteste represse nel sangue, con leader dell’opposizione come María Corina Machado costretti all’esilio o alla clandestinità.

L’intervento Usa, descritto come “strike mirati” senza un’invasione su larga scala, ha evitato un bagno di sangue prolungato. Maduro ha dichiarato uno stato di emergenza nazionale prima della cattura, promettendo difesa contro l’“imperialismo yankee”, ma le forze leali si sono arrese rapidamente. Fonti indicano defezioni massicce nell’esercito venezuelano, incoraggiate dalla pressione americana, come previsto dal segretario di Stato Marco Rubio in un discorso del 19 dicembre 2025: “Il regime Maduro è intollerabile per gli Stati Uniti”. Rubio ha enfatizzato il blocco totale alle navi sanzionate e la non preoccupazione per escalation con la Russia, grazie a un monitoraggio avanzato.

Perché questa è una buona notizia? La rimozione di Maduro pone fine a un regime che ha causato sofferenza indicibile: oltre 7 milioni di rifugiati, un’economia in rovina e legami con il terrorismo globale. Come nota il Council on Foreign Relations, la fine delle sovvenzioni petrolifere venezuelane a Cuba potrebbe accelerare il collasso del regime castrista, creando un “effetto domino” per la libertà nei Caraibi. Per gli Usa, significa meno droga nelle strade, meno migrazione irregolare e un ritorno al controllo sulle risorse energetiche, con potenziali accordi per Exxon e altre compagnie americane.

Ma qui entra in gioco l’Europa. L’Unione europea ha condannato Maduro per anni, riconoscendo Juan Guaidó come presidente ad interim nel 2019 e imponendo sanzioni. Tuttavia, la risposta è stata spesso tiepida, divisa tra idealismo e pragmatismo energetico. Ora, con Maduro fuori gioco, l’Europa deve dimostrare capacità di leadership globale. Stare al fianco degli Usa non significa solo appoggiare l’operazione militare – che ha evitato un’invasione grazie alla rapidità – ma investire in una transizione democratica. L’Ue può fornire aiuti umanitari, supportare elezioni libere e facilitare il rientro dei rifugiati. Paesi come Spagna e Italia, con forti legami con la diaspora venezuelana, hanno un ruolo chiave: Madrid ospita centinaia di migliaia di venezuelani, e Roma potrebbe spingere per un piano di ricostruzione simile al Piano Marshall.

Ignorare questa opportunità sarebbe un errore strategico. La Russia e la Cina, alleate di Maduro, potrebbero cercare di destabilizzare la regione; l’Europa deve contrastarle con una politica unita, forse attraverso un’alleanza transatlantica rafforzata sotto la Nato.

Come ha scritto Francisco Rodríguez su Foreign Affairs, un attacco limitato senza invasione potrebbe non bastare senza supporto internazionale, ma con l’Europa al fianco, si può garantire una pace duratura. 

In conclusione, la fine del regime Maduro è un trionfo della determinazione americana contro la tirannia. È tempo per l’Europa di abbandonare esitazioni e dimostrare solidarietà: non solo per il Venezuela, ma per un ordine internazionale basato su democrazia e diritti umani. Il 2026 inizia con speranza; sta a noi coltivarla.

Via Maduro, non ci mancherà. Il commento di Arditti

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