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Pensare a Vladimir Putin che affoga nel suo petrolio può fare un certo effetto. E forse lo fa davvero. Eppure, nella Russia dei paradossi, succede per davvero. Sono mesi che questo giornale racconta come Mosca abbia sempre più difficoltà a piazzare sul mercato i propri barili (nel 2025 le entrate russe da petrolio e gas si sono ridotte del 24%, dimezzandosi nel solo mese di gennaio rispetto a un anno fa), ad oggi una delle poche fonti di reddito rimaste per il Cremlino. Con l’Europa ormai lontana dai tempi in cui senza gas e petrolio russo si si stava al buio e al freddo e la Cina alleata nella misura in cui l’oro nero viene venduto al prezzo che vogliono a Pechino, per l’ex Urss sono tempi durissimi. La conseguenza di questo isolamento energetico è una costante corsa del deficit statale, con il rischio, decisamente previsto dallo stesso governo russo, che i conti sfuggano molto presto di mano.

Ma, se possibile, c’è un aspetto ancora più grottesco. Migliaia di barili di oro nero russo, ha rivelato in queste ore Bloomberg, si stanno accumulando nei depositi della Federazione perché nessuno li vuole più. E non solo per i motivi di cui sopra, sanzioni, emancipazione dell’Europa, amicizie più di facciata che di sostanza. Molto semplicemente c’è di meglio, ci sono altri fornitori a cui bussare per assicurarsi scorte di greggio. C’è, per esempio, il Venezuela. “Milioni di barili di greggio russo invenduti si stanno accumulando nei depositi”, ha scritto l’agenzia di stampa americana. Per la quale “il motivo non è solo l’aumento delle sanzioni statunitensi ed europee e la generale pressione politica sulla Russia, fattori che certamente hanno aiutato. Il fattore chiave è più banale: gli acquirenti di petrolio hanno oggi a disposizione un’ampia scelta di barili alternativi, a prezzi ragionevoli”.

La Turchia, che storicamente importa petrolio dalla Russia, sta già da tempo guardandosi attorno. D’altronde, il Venezuela è in piena transizione petrolifera. Premesso che le riserve di Caracas oggi coprono un quinto di quelle mondiali, nonostante in termini di produzione il Paese sudamericano non figuri ai primi posti, da quando Donald Trump ha posto fine alla presidenza di Nicolas Maduro, il mercato del greggio venezuelano si è aperto al mondo. Washington infatti ha concesso a ben cinque big oil straniere le licenze (l’americana Chevron era l’unica compagnia presente in loco insieme alla monopolista di Stato Pdvsa). Tra queste anche Eni, che in questo modo figura tra le cinque sorelle chiamate a prendere in mano e rilanciare l’industria petrolifera venezuelana.

Tutto questo ha avuto l’effetto di attirare le attenzioni dei Paesi che comprano oro nero. Anche perché c’è un dettaglio, che poi non è tale, che la stessa agenzia di stampa non manca di ricordare. Oggi il greggio sanzionato di Mosca si aggira tra i 45 e i 50 dollari al barile, mentre quello regolamentare, se così si può dire, sta intorni ai 65 dollari. La differenza, dunque, non è poi così marcata e questo incentiva molti Paesi a rivolgersi ad altri mercati. Ci sono poi altre cifre che aiutano a chiarire il quadro, anche se stavolta più che la possibilità di guardare al Venezuela, ci sono di mezzo le sanzioni.

Ad oggi almeno 150 milioni di barili di greggio russo sono in alto mare, letteralmente, in quanto caricati su petroliere che però non riescono ad approdare nei porti. Ora, i depositi in territorio russo possono contenere circa 32 milioni di barili, l’equivalente di appena 3-4 giorni di produzione nazionale, e sarebbero per metà già riempiti. Gli oleodotti russi potrebbero contenere provvisoriamente un altro centinaio di milioni di barili, altri 12 giorni di produzione, dopo di che, sostengono gli esperti del settore interpellati da Reuters, il Cremlino si troverà di fronte a una scelta: o tagliare la produzione, oppure cominciare a sigillare i pozzi petroliferi che producono il greggio che non trova più mercato. Vicolo cieco.

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