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Nello scenario internazionale, con un Medio Oriente in fiamme e lo Stretto di Hormuz ancora bloccato, ad oltre quattro anni dall’aggressione russa, è importante – per comprendere l’intero quadro e non soltanto la cornice – cogliere quelle che sono le mosse latenti, non plateali, che gli attori in scena compiono, celate sì ma che non per tale ragione non sono altrettanto letali o fondamentali come quelle più manifeste.

È recente, ad esempio, la visita del ministro della Difesa russo Andrey Belousov in Corea del Nord, recatosi a Pyongyang per conferire l’Ordine al Valore ai militari dell’Esercito Popolare Coreano che – a detta del Cremlino – sono stati particolarmente valorosi ed eroici nelle operazioni “per la liberazione della regione russa di Kursk”. Dal 2024, Putin e Kim hanno firmato diversi trattati di partenariato globale e di cooperazione militare, e la Corea del Nord ha schierato circa 15mila militari a fianco di Mosca contro l’Ucraina. Il tutto, chiaramente, sotto gli occhi benevolenti di Pechino. È orami noto che lo sviluppo militare nordcoreano è reso possibile da componenti dual-use e tecnologie fornite dalla Cina. Si tratta di un legame di subordinazione tecnologica, oltre che politica. Non è di contorno ma di assoluta rilevanza, poi, l’esistenza di una cooperazione missilistica e nucleare tra la Corea del Nord e l’Iran, le cui origini affondano nella guerra Iran-Iraq negli anni ’80. Ecco alcuni dei tanti intrecci che rafforzano il quadrilatero iraniano-russo-cinese-nordcoreano da decenni.

Pechino, nel frattempo, non manca di criticare (e di intimidire) l’Ue a fronte della scelta di varare un nuovo pacchetto di sanzioni contro la Russia, che questa volta include anche alcune aziende cinesi. Nel condannare l’Ue, Pechino di fatto conferma la sua strettissima alleanza con Mosca, che attraverso i canali cinesi sostiene la sua economia di guerra. Ma vi sono anche attività direttamente cinesi in Iran: non è mistero che il regime di Teheran abbia ricevuto da Pechino componenti per missili e droni, sostegno di intelligence e altre forniture definite dual use. A livello diplomatico, poi, l’asse revisionista è evidente, e non solo, è trainato proprio dalla Cina. Con l’intensificarsi della guerra in Medio Oriente, il governo cinese ha più volte preso le parti dell’Iran, condannando le azioni statunitensi e israeliane e descrivendo la morte della Guida Suprema Khamenei come una grave violazione della sovranità. Va ricordato, però, che non una parola di condanna fu spesa da Pechino sul pogrom di Hamas del 7 ottobre 2023, né tantomeno in merito alle azioni terroristiche dei proxy iraniani che da mesi destabilizzano l’intera area. Anzi, le uniche navi che ad oggi sono transitate per Hormuz, in pieno blocco dello Stretto, sono proprio quelle cinesi.

Alla luce di questo mosaico, appare chiaro che l’alleanza tra Cina, Iran, Russia e Corea del Nord si stia sempre più rafforzando, e in chiave antagonista rispetto all’Ue, agli Stati Uniti, a Israele e a tutto l’Occidente. Salvo colpi di scena, il presidente Xi Jinping ospiterà a Pechino il Presidente Donald Trump a metà maggio. Difficile prevedere i toni e il clima in cui questo incontro, se si terrà, avverrà. Certo è che sin dai primi giorni di questa legislatura, nei numerosi incontri tra le Commissioni parlamentari per gli Affari europei, e in molte altre occasioni, il tema Cina è stato e continua in forte evidenza. Emerge costantemente la convinzione che la Cina sia di certo un partner ma, anche, ahimè, un competitor e un avversario strategico. Ciò viene sottolineato, d’altra parte, dai Consigli europei, in ambito atlantico e non solo. Ricordiamo per tutte, le conclusioni del G7 a presidenza italiana del 2024 in cui la “Cina” veniva menzionata 28 volte, prevalentemente per sue specifiche criticità. Oltre che chiedere a Pechino di rivalutare e interrompere il suo appoggio alla Russia di Putin così come ad agire, nei diversi campi e settori, secondo le norme dell’ordine internazionale, il G7 sottolineava forti preoccupazioni per le pratiche industriali cinesi tra ricadute globali, distorsioni del mercato e dannose sovracapacità in una gamma crescente di settori. Ancora particolarmente attuale è il paragrafo delle conclusioni in relazione ad alcune pretese cinesi di eliminare o soprassedere all’attuazione di alcune normative europee inerenti alla dimensione cyber, “continueremo i nostri sforzi per contrastare e scoraggiare le attività informatiche persistenti e dannose provenienti dalla Cina, che minacciano la sicurezza e la privacy dei nostri cittadini, compromettono l’innovazione e mettono a rischio le nostre infrastrutture critiche”.

Dinanzi a tale quadro, l’Ue si è da tempo dotata di strategie di autotutela, attraverso – ad esempio – lo Strumento Anti-Coercizione, risposta al contrasto delle pressioni economiche indebite da Paesi terzi, o ancora, attraverso il Regolamento 2024/3015, che entrerà in vigore a fine 2027, che vieta l’ingresso nel nostro mercato di prodotti realizzati con il lavoro forzato. Una mossa necessaria se pensiamo ad esempio ai pannelli solari, ai tessuti di cotone, o all’alluminio che vengono realizzati nello Xinjiang – dove Pechino ha veri e propri campi di lavoro forzato – e che già da anni sono prodotti vietati nel mercato statunitense, grazie all’Uyghur Forced Labor Prevention Act. Per prevenire i rischi, e quindi metter in pratica una strategia di “de-risking”, l’Ue ha anche promosso il “Net-Zero Industry Act” e altri regolamenti sugli aiuti di Stato (via assai utilizzata dalla Cina per invadere i nostri mercati), sul monitoraggio del dumping, dei paramenti di sovrapproduzione e degli appalti. Sono misure sufficienti? Diciamo che sono un passo in avanti notevole.

È tempo di esser veramente consapevoli, nella costante ricerca dell’Europa e dell’Occidente di un equo terreno di gioco per commercio e investimenti e di una sicurezza regionale e globale basata sul diritto e non sulla forza, che siamo di fronte non soltanto a una Cina che è partner e competitor ma che è anche – purtroppo – nostra avversaria quando, nella sua visione sinocentrica, si pone come radicale revisionista di un diritto internazionale che esclude l’uso illegittimo della forza, le violazioni della sovranità attuate con la coercizione economica, le interferenze e gli attacchi ibridi.

Cina: partner, competitor o avversaria? La sfida europea secondo Terzi

È necessario prendere piena consapevolezza che, nella ricerca europea e occidentale di commercio equo, investimenti e sicurezza basata sul diritto, la Cina non è solo partner e competitor, ma anche avversaria quando adotta una visione sinocentrica che revisiona il diritto internazionale, ricorrendo a coercizione, interferenze e minacce ibride. Il commento del senatore Giulio Terzi di Sant’Agata

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