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Negli ultimi anni l’Artico è entrato stabilmente al centro delle analisi strategiche non soltanto per le sue implicazioni geopolitiche, ma sempre più per l’impatto diretto che il cambiamento climatico sta producendo sulle condizioni fisiche dell’ambiente operativo. Trasformazioni che hanno un peso strategico tutt’altro che secondario.

Un articolo pubblicato sul Financial Times fornisce un’ottima panoramica dei cambiamenti in atto. Nel mese di gennaio l’Artico ha registrato anomalie fisiche particolarmente marcate, sia in termini di temperature atmosferiche sia di condizioni della superficie marina e della copertura di ghiaccio. Secondo i dati del programma europeo di osservazione della Terra Copernicus, l’estensione media del ghiaccio marino artico è risultata inferiore del 5,5 per cento rispetto alla media climatologica di riferimento, collocandosi come il terzo valore più basso mai osservato negli ultimi 48 anni di rilevazioni satellitari. Le aree con le anomalie più evidenti si concentrano nella Baffin Bay, nel mare di Barents e nella fascia compresa tra Svalbard e Franz Josef Land (tutti nomi che chi si occupa di Artico da un punto di vista strategico ha senz’altro già sentito nominare), luoghi dove la concentrazione di ghiaccio marino è risultata molto al di sotto dei valori medi stagionali.

Alla riduzione del ghiaccio si è accompagnata un’anomalia termica atmosferica particolarmente intensa: durante il mese di gennaio le temperature medie giornaliere nelle regioni attorno alla Baffin Bay, al Mare di Barents e alle isole Svalbard hanno frequentemente superato di oltre 15 gradi centigradi i valori climatologici di riferimento. Parallelamente, anche la superficie oceanica ha fatto segnare valori eccezionalmente elevati. Le acque del Nord Atlantico nord-orientale, e in particolare il Mare di Norvegia, hanno registrato la temperatura superficiale marina più alta mai osservata per il mese di gennaio, con anomalie fino a circa un grado sopra la media del periodo 1991-2020.

Sul piano militare, queste trasformazioni hanno un peso. La rarefazione e frammentazione della banchisa stanno infatti incidendo direttamente sulle condizioni operative nell’area dell’Artico. Per decenni, lo spesso strato di ghiaccio ha rappresentato un fattore fisico di schermatura per le attività navali, in particolare per la componente subacquea, contribuendo a rendere più difficili l’individuazione e il tracciamento dei sottomarini. Con il ghiaccio che si assottiglia e arretra, questo vantaggio ambientale tende a ridursi, rendendo più complesso occultare la presenza di unità navali e modificando in modo strutturale l’equilibrio tra capacità di osservazione e capacità di nascondimento nel dominio marittimo artico.

Allo stesso tempo, la contrazione della copertura glaciale sta prolungando i periodi di mare libero dal ghiaccio lungo le principali direttrici artiche, sia sul versante canadese sia su quello russo. Secondo il quotidiano britannico, questa maggiore accessibilità fisica sta già attirando un numero crescente di attività umane nella regione, comprese quelle militari, che risultano più semplici da pianificare e sostenere proprio grazie al venir meno delle tradizionali barriere ambientali. In questo quadro, il riscaldamento dell’Artico non introduce nuove dinamiche strategiche in senso politico, ma agisce come un moltiplicatore operativo, abbassando i vincoli naturali alla presenza e alla mobilità delle forze armate.

Il tema è già nei radar degli esperti del settore. Già pochi mesi fa la questione era stata trattata da Andrea e Mauro Gilli in un paper pubblicato dal Nato Defence College, focalizzato sulle dinamiche della guerra sottomarina e delle deterrenza nucleare. Ma è auspicabile che nei prossimi mesi gli studi di questo genere vadano a crescere sempre più di numero, in Italia e fuori.

L’Artico che si scioglie cambia anche la guerra. Ecco come

Le anomalie climatiche registrate nell’Artico stanno modificando in modo concreto le condizioni fisiche dell’ambiente operativo. Meno ghiaccio, mari più caldi e maggiore accessibilità riducono il valore della banchisa come barriera naturale e rendono più semplice la presenza militare, incidendo direttamente sull’equilibrio tra osservazione, mobilità e occultamento delle forze navali

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