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“Il fatto che abbiate voluto intitolare il Molo Favaloro a papa Francesco è segno del legame che il mio predecessore ha stabilito con la vostra comunità e con i fratelli e le sorelle migranti: il papa vi è stato vicino in questo tempo per voi molto impegnativo. E oggi sono qui per dirvi che il papa continua ad accompagnarvi, vi sostiene e vi incoraggia”. La continuità tra Francesco e Leone l’ha confermata subito lui stesso all’inizio della sua omelia.

Nel quattro luglio, a ridosso del giorno di luglio in cui Francesco venne qui per il suo primo viaggio Pontificio, Leone c’è tornato nel giorno del contemporaneo festeggiamento trumpiano, divenendo anche il volto dell’altra America. Questo collegamento è apparso chiaro da subito: “Il Vangelo risuona dove i popoli si incontrano, le persone si accolgono, le loro vicende si intrecciano, le diverse culture si pongono in dialogo. Diventa muto, invece, dove ognuno fa di sé stesso un’isola, dove il contatto è evitato, lo scambio è interrotto”. Papa Prevost ha fatto ricorso alla parabola del Buon Samaritano, riconoscendo nelle vittime dei trafficanti di essere umani molti naufraghi: “Qui avete visto non solo uno, ma migliaia di esseri umani caduti nelle mani di briganti che portano loro via tutto, li percuotono a sangue e se ne vanno, lasciandoli mezzi morti (cfr Lc 10,30). Il mare ha accolto gli altri, quelli che non ce l’hanno fatta a giungere dove speravano. Avvertiamo però la loro presenza, che ci interpella non meno di quanti sono sbarcati, bisognosi di attenzione e di soccorso. Prima di qualunque considerazione intellettuale e convinzione ideologica, infatti, l’impatto con chi giace davanti a noi, spogliato di tutto, chiama alla prossimità”.

Questo della prossimità è stato il successivo punto, forse il più intimo per lui: “Sono venuto a ringraziarvi, fratelli e sorelle di Lampedusa, per la prossimità che molti fra voi hanno scelto di esercitare. È avvenuto ancora il miracolo della compassione – «vide e ne ebbe compassione» (v. 33) –: una rivoluzione interiore che fa affiorare in noi il “sentire” di Dio e allarga i pensieri, il cuore e la vita… Grazie, fratelli e sorelle, perché non c’è niente di scontato nel vostro farvi prossimi, niente di automatico… C’è anche chi sceglie di non farsi prossimo e chi decide di non decidere. I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate. Il disinteresse per il bene comune e la corruzione nei luoghi di provenienza, un sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione, la paura che alimenta pregiudizi e disprezzo, l’idea che tali problemi non ci riguardano, i calcoli criminali di chi lucra sul dramma altrui, il lento e difficile passaggio da una mera gestione delle emergenze all’elaborazione di politiche organiche e condivise: tutto questo riproduce oggi, del racconto evangelico, la fretta di ‘passare oltre”’ (cfr vv. 31.32).”

Il papa ha proseguito a fare riferimento alla parabola del buon Samaritano osservando che noi abbiamo più opportunità e possibilità del Samaritano per dare concrettezza alla speranza: Lui, cioè il Buon Samaritano, “«si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui» (Lc10,34). Noi abbiamo ugualmente da riconoscere che «la civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione” (Lett. enc. Magnifica humanitas, 213). Di questo, amici di Lampedusa, voi siete testimoni! Qui, confrontandosi con voi, si capisce meglio il nostro tempo e ognuno può verificare la direzione della propria vita. «Certo, non tutti hanno lo stesso potere di incidere sulla realtà […]. Eppure, nessuno è senza responsabilità. Ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì – non altrove – è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza (anche solo con indifferenza, cinismo, menzogna, odio), oppure custodire la logica della pace (con verità, sobrietà, prossimità, cura)»”.

Il discorso si è chiuso con l’indicazione della strada per valorizzare il suo potenziale unico al mondo; “Per la sua posizione geografica e per il suo assetto istituzionale, l’Europa è in grado – in quest’area – di affrontare la crisi in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo, capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e, nello stesso tempo, lavorando per lo sviluppo, così che nessuno sia costretto a emigrare. Tutto questo vigilando sul rispetto della dignità di ogni persona. È un compito delle istituzioni pubbliche ma anche di tutta la società civile e della Chiesa”.

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