Skip to main content

Può sembrare un paradosso in una regione che concentra alcune delle più grandi riserve energetiche del pianeta. Eppure, mentre il mondo osserva con attenzione le rotte del greggio e i rischi per le infrastrutture petrolifere in mezzo al caos prodotto dall’operazione israelo-americana contro l’Iran, e dalla reazione degli ayatollah, la vulnerabilità più profonda dei Paesi del Golfo riguarda qualcosa di molto più elementare: l’accesso all’acqua potabile.

Da decenni questa fragilità è nota agli analisti strategici. Già negli anni Ottanta la Cia segnalava nei propri rapporti che diversi governi della regione consideravano l’acqua addirittura più importante del petrolio per la stabilità nazionale. Cinque anni fa, Teheran ne testò i limiti quando la siccità in Kuzhestan, regione al confine con l’Iraq in cui si concentrano le più importanti riserve petrolifere iraniane, produsse una serie di proteste violente – naturalmente represse dal regime.

In una regione desertica dove le risorse idriche naturali sono quasi inesistenti, l’intero sistema urbano ed economico si regge su una soluzione tecnologica: la desalinizzazione dell’acqua marina. Negli ultimi cinquant’anni, una parte degli stessi proventi del petrolio ha finanziato la costruzione di centinaia di impianti che trasformano l’acqua del mare in acqua potabile. Una tecnologia su cui Israele è all’avanguardia e su cui le monarchie sunnite hanno investito cercando e creando expertise internazionali. Oggi nel Golfo operano circa 450 impianti di desalinizzazione. Senza di essi, metropoli come Dubai, Doha o Kuwait City non potrebbero semplicemente esistere.

Il punto è che questa soluzione, pur efficace, ha un limite evidente: la vulnerabilità. Gli impianti di desalinizzazione sono infrastrutture complesse e altamente concentrate. Richiedono grandi quantità di energia per funzionare e sono spesso collegate a reti di distribuzione molto lunghe. Questo significa che pochi nodi critici sostengono l’approvvigionamento idrico di intere regioni.

In Arabia Saudita, per esempio, l’impianto di Jubail — sulla costa del Golfo — alimenta attraverso una rete di oleodotti lunga circa 500 chilometri oltre il 90% dell’acqua potabile di Riyadh. Se quell’impianto venisse gravemente danneggiato, la capitale saudita potrebbe trovarsi in una crisi idrica nel giro di pochi giorni.

In teoria queste infrastrutture sono protette dal diritto internazionale umanitario, perché essenziali alla sopravvivenza civile. In pratica, però, la storia recente dei conflitti suggerisce che queste norme diventano fragili quando le guerre si intensificano. Tecnicamente, sono obiettivi perfetti per attacchi ibridi – o azioni dirette, in una fase complessa della resistenza esistenziale della Repubblica Islamica come quella attuale.

L’Iran sa di non poter competere militarmente con la superiorità tecnologica e operativa dell’alleanza israelo-americana. Questo spinge Teheran a cercare altre modalità di pressione. Una di queste è la strategia dei cosiddetti “soft targets”: infrastrutture civili o economiche ad alto impatto sistemico. Aeroporti, centrali energetiche, terminal petroliferi — e, potenzialmente, anche impianti di desalinizzazione.

Alcuni episodi recenti mostrano quanto il rischio sia concreto. Attacchi contro infrastrutture energetiche negli Emirati Arabi Uniti hanno già colpito sistemi collegati alla produzione di acqua desalinizzata. Anche un incidente apparentemente minore — come i detriti di un drone intercettato — può provocare incendi o danni in impianti estremamente sensibili.

In un contesto di conflitto prolungato, l’impatto potrebbe essere enorme. I Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo — Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Bahrain e Oman — ospitano circa cento milioni di persone e dipendono in misura decisiva da queste infrastrutture per la loro sopravvivenza quotidiana. Un attacco coordinato contro diversi impianti potrebbe creare una crisi umanitaria immediata e destabilizzare interi sistemi urbani.

Per questo motivo la questione dell’acqua rimane spesso un tema quasi tabù nella discussione pubblica regionale. È difficile immaginare che qualcuno possa deliberatamente colpire una risorsa così essenziale alla vita umana. Eppure la storia del Medio Oriente insegna che anche ciò che sembra impensabile può accadere. Nel 1991, durante la guerra del Golfo, le truppe di Saddam Hussein sversarono enormi quantità di petrolio nel mare con l’obiettivo di ostacolare un eventuale sbarco alleato e, indirettamente, danneggiare gli impianti di desalinizzazione sauditi.

Oggi la situazione è diversa, ma la logica strategica resta simile: colpire i punti più vulnerabili dell’avversario. In una regione costruita sulla tecnologia che trasforma il mare in acqua potabile, la vera linea rossa potrebbe non essere il petrolio. Potrebbe essere l’acqua.

Nel Golfo sotto attacco dall'Iran la risorsa più preziosa non è il petrolio. È l’acqua

La crescente tensione tra Iran, Stati Uniti e Israele riporta al centro una vulnerabilità spesso ignorata del Golfo: la dipendenza quasi totale dagli impianti di desalinizzazione per l’acqua potabile. In caso di escalation militare, queste infrastrutture potrebbero diventare obiettivi strategici con conseguenze potenzialmente devastanti

Artic Circle. Il Grande Nord non è più una periferia, ma sicurezza, clima e potenze ridisegnano l’interesse italiano

Il forum internazionale ospitato a Roma segnala come l’Artico sia ormai entrato al centro delle dinamiche geopolitiche globali, tra rotte commerciali emergenti, competizione tra potenze e trasformazioni climatiche. In questo nuovo scenario, anche Paesi non artici come l’Italia cercano di costruire un ruolo attraverso ricerca scientifica, diplomazia multilaterale e cooperazione industriale

Sicurezza nazionale, serve una cultura condivisa. La riflessione di Pagani

Di Alberto Pagani

La Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza letta da Alberto Pagani, esperto di intelligence e sicurezza, docente di Terrorismo Internazionale presso l’Università di Bologna. Al centro sovranità tecnologica, minacce ibride, criminalità transnazionale e radicalizzazione giovanile. Rizzi, Guerini e Mantovano sottolineano la centralità dell’innovazione e della competizione geopolitica nel ridefinire le priorità dell’intelligence italiana

Tecnologia è potere. La nuova consapevolezza strategica dell’Italia secondo Irdi

La Relazione annuale 2026 dell’intelligence italiana segnala una nuova consapevolezza strategica sul ruolo della tecnologia nella competizione globale. Come osserva Beniamino Irdi (German Marshall Fund), oggi esiste quasi un’equazione tra supremazia tecnologica e supremazia geopolitica, con la tecnologia che è anche vettore abilitante delle minacce ibride

Scorte, assetti strategici e formazione. Le priorità del Pentagono

La competizione con la Cina obbliga Washington a interrogarsi sulla reale prontezza delle proprie Forze armate. L’Index of U.S. Military Strength della Heritage Foundation, appena presentato, ha messo in evidenza criticità strutturali che vanno dalle scorte di munizioni alla lentezza del procurement industriale. Nel dibattito che ne ha accompagnato la presentazione, sono emersi anche i nodi della deterrenza nucleare, dell’innovazione tecnologica e della resilienza spaziale

Tutte le variabili sulle mosse di Erdogan in Iran

La sensazione è che le mosse turche molto dipenderanno dalla durata del conflitto e dal tipo di “modello” politico che Trump intenderà applicare all’Iran: se quello venezuelano con un cambio rapido di regime, su cui si registrano forti perplessità in considerazione delle differenze politiche e sociali tra Iran e Venezuela, o se quello di una rigenerazione interna, favorita anche dalle pressioni degli ex alleati dell’Iran

Da Chabahar a Starlink, infrastrutture e controllo dei dati entrano nel conflitto

Nel pieno delle tensioni tra Iran, Stati Uniti e Israele, il programma spaziale di Teheran passa da vetrina tecnologica a possibile punto di pressione. Il nuovo polo di Chabahar, i satelliti e le stazioni di terra diventano tasselli sensibili tra osservazione e sicurezza. Sullo sfondo, Starlink riapre il tema del controllo dell’informazione, tra blackout, costi in impennata e contenzioso all’International telecommunication union

Intelligence, innovazione e democrazia. Il messaggio della Relazione annuale secondo Caligiuri

Ieri nelle sale del Parlamento abbiamo assistito a una pagina di democrazia, che contribuisce a rendere sempre di più l’intelligence un insostituibile strumento per difendere la sicurezza delle istituzioni, delle imprese e dei cittadini. La Relazione annuale 2026 dell’intelligence italiana raccontata da Mario Caligiuri presidente della Società italiana di intelligence e direttore del master in Intelligence (Università della Calabria)

Tecnologia, da vulnerabilità a leva di potenza. Così si governa il cambiamento

La Relazione “Governare il cambiamento” evidenzia come la competizione tecnologica stia ridefinendo potere e sicurezza. Stati Uniti, Cina ed Europa si confrontano sulle filiere strategiche mentre l’IA, sempre più integrata nei sistemi civili e militari, amplifica opportunità e vulnerabilità. La lettura di Luigi Martino, docente di Intelligence and National Security Università di Firenze

Dal Golfo al Mediterraneo, così la guerra ridisegna la geografia degli investimenti. Scrive Volpi

Di Raffaele Volpi

La guerra nel Golfo produce un doppio effetto. Da un lato aumenta i rischi macroeconomici per l’Europa attraverso energia e inflazione, dall’altro apre una possibile finestra per il turismo e il real estate mediterraneo. Se la crisi sarà breve, il Golfo recupererà rapidamente attrattività. Se invece la percezione di instabilità si radicherà, la geografia degli investimenti potrebbe cambiare più di quanto oggi immaginiamo. L’analisi di Raffaele Volpi

×

Iscriviti alla newsletter