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Tra la costa omanita e quella iraniana passano pochi chilometri di mare, eppure, nelle ultime settimane, quello spazio si è trasformato in uno dei tratti di navigazione più complessi al mondo. Gli armatori che attraversano lo Stretto di Hormuz si trovano infatti di fronte a indicazioni contrastanti.

Da una parte gli Stati Uniti e parte del mercato assicurativo occidentale incoraggiano il transito lungo il corridoio protetto dalla presenza militare americana sul lato omanita. Dall’altra, Teheran chiede alle navi di seguire una rotta più vicina alle proprie acque territoriali e di coordinarsi con le autorità, rafforzando una pretesa di supervisione sul traffico marittimo che Teheran ha formalizzato durante la crisi militare iniziata ad aprile. Il presidente statunitense, Donald Trump, domenica, ha ufficialmente spinto affinché venga rispettato il suo percorso, il “Gurdian Angel”. ribattezzato così all’inizio di giugno. L’Iran aveva emesso un documento due giorni prima, con cui ha stabilito che le navi che desiderano attraversare lo stretto devono chiedere il permesso all’Autorità per lo Stretto del Golfo Persico, creata a maggio e subito sanzionata dagli Stati Uniti.

Per il settore marittimo, spiega una fonte operativa, il problema è immediato: “Se seguiamo gli Usa, l’Iran potrebbe colpirci in qualche modo; se seguiamo le indicazioni iraniane, rischiamo sanzioni americane. Sicurezza dell’equipaggio, coperture assicurative, conformità normativa e costi operativi sono in balia di questo dilemma”. Le complessità che affronta gli operatori riflette però un cambiamento più ampio che riguarda gli equilibri del Golfo direttamente – e indirettamente di tutte le rotte più sensibili.

Per anni Hormuz è stato caratterizzato da una situazione paradossale. La presenza militare statunitense – a poche miglia nautiche dallo stretto, a Manama, in Bahrein, si trova la base della Quinta Flotta, più una serie di altre basi navali, aree e terrestri nella regione – garantiva la continuità del traffico commerciale, mentre la possibilità di un’interruzione provocata dall’Iran rimaneva sullo sfondo. Era uno scenario preso molto sul serio da governi, marine e compagnie energetiche, ma che non era mai stato sperimentato nelle dimensioni osservate durante la crisi di questi mesi, quando la Repubblica Islamica ha sfogato su Hormuz la parte più sofisticata della sua rappresaglia contro gli attacchi subiti da Usa e Israele. Più che una risposta militare convenzionale, è stata una dimostrazione di potere geoeconomico.

Le conseguenze si sono viste immediatamente. Riduzione del traffico, aumento dei premi assicurativi, volatilità dei mercati energetici e incertezza tra gli operatori. Dopo anni di simulazioni e valutazioni teoriche, il sistema commerciale globale ha dovuto confrontarsi con un’interruzione reale di uno dei passaggi marittimi più importanti del pianeta. È questo elemento che aiuta a comprendere la situazione odierna. Le discussioni sulle rotte consigliate non riguardano soltanto la navigazione, ma il modo in cui il mercato interpreta il rischio dopo la guerra – che per altro è in una condizione di calma instabile, con i negoziati che procedono non senza difficoltà.

Gli armatori devono decidere come muoversi in un contesto nel quale la presenza americana continua a rappresentare un fattore essenziale di sicurezza e generale superiorità militare, ma nel quale anche la capacità iraniana di influenzare il traffico marittimo è stata dimostrata in modo inequivocabile – ed è esprimibile sia attraverso azioni dirette che indirette, tramite i vari proxy regionali, con minacce convenzionali e ibride. La tensione tra le indicazioni provenienti da Washington e quelle provenienti da Teheran nasce da questa nuova realtà.

La riapertura dello stretto sta così diventando un test tanto significativo quanto la crisi armata che l’ha preceduta. Durante il conflitto l’attenzione era concentrata sulle capacità militari delle parti coinvolte. Oggi il barometro più interessante è il comportamento degli operatori commerciali: quali rotte scelgono, quali condizioni impongono gli assicuratori, quali rischi sono disposti ad accettare le compagnie di navigazione. Da queste decisioni emergerà una parte importante dell’eredità strategica lasciata dalla guerra.

La questione riguarda direttamente anche l’Europa. Dopo la crisi energetica seguita all’invasione russa dell’Ucraina, la vulnerabilità delle rotte commerciali è entrata stabilmente nel dibattito sulla sicurezza economica. Hormuz rappresenta uno snodo fondamentale per il commercio globale di energia e per numerose catene di approvvigionamento che interessano anche l’industria europea.

I dati delle 24 ore che hanno seguito la firma di un MoU tra Usa e Iran, dopo i colloqui in Svizzera nel weekend scorso, dicono che nello Stretto di Hormuz sono transitate almeno due dozzine di navi, con tutte tranne una che hanno utilizzato lo schema iraniano di separazione del traffico – ossia il sistema di rotte alternative controllato dall’Iran nello Stretto, che dirige le navi in entrata tra le isole di Qeshm e Larak e in uscita a sud di Larak (più vicino alle coste e sotto il controllo dei Pasdaran), contrapposto allo schema internazionale che invece passa prevalentemente nelle acque omanite. Un segnale che gli operatori stanno adattando i propri comportamenti alla nuova realtà emersa dopo la crisi? È altamente probabile che si siano verificate più transizioni di quelle mostrate, con le navi che hanno spento il loro transponder del sistema di identificazione automatico per il transito. E sarà interessante osservare la bandiera battute da coloro che scelgono i diversi passaggi.

La crisi in corso lascia una lezione destinata a pesare oltre il Golfo. Per molto tempo il rischio di una paralisi di uno dei chokepoint strategici come Hormuz è stato considerato uno scenario estremo ma improbabile. Oggi compagnie marittime, assicuratori e governi ragionano sulla base di un’esperienza vissuta. E le esperienze, nella geopolitica come nei mercati, tendono a modificare i comportamenti molto più delle ipotesi. C’è poi un ulteriore elemento: le leadership occidentali devono fare i conti con gli effetti che l’instabilità economica produce sul consenso interno, a partire dai prezzi dell’energia. Una dinamica che Trump sta già sperimentando e che aiuta a spiegare perché, nelle crisi contemporanee, il confronto riguarda anche la diversa capacità dei sistemi politici di assorbire i costi della pressione geopolitica.

Usa-Iran, i cargo alle prese con la scelta della rotta di Hormuz

La disputa sulle rotte nello Stretto di Hormuz racconta molto più di un problema di navigazione. Dopo la crisi del 2026, armatori, assicuratori e governi si confrontano con una nuova realtà strategica, mentre la pressione sui mercati energetici diventa uno strumento di competizione geopolitica

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