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“Bombe, accordi e spacconate: l’approccio di Trump all’Iran semina confusione”, titola il New York Times sintetizzando la preoccupazione per l’epilogo della trappola iraniana nella quale si è cacciato il 47° Presidente degli Stati Uniti.

Da quello che trapela dai negoziati, nella migliore delle ipotesi l’accordo con Teheran sarà illusorio e nella peggiore rischioso.

Con teatrale attendismo Trump aspetta che tutti lo preghino di firmare per scongiurare l’effetto domino sui mercati, ma qualunque decisione possa prendere gli sarà imputata. Soprattutto nel malaugurato caso che dopo aver preso per i fondelli l’amministrazione americana e l’Agenzia atomica, il regime islamico partorisca un micidiale ordigno nucleare.

Il tycoon ha sostenuto che qualsiasi intesa con l’Iran dipende dal raggiungimento di un “buon accordo ed un accordo che non ci sarebbe favorevole ci spingerebbe a riprendere le ostilità,” ha dichiarato Trump in un’intervista a Fox news, nella quale ammette che gli iraniani “sono ottimi negoziatori”. Affermazione risuonata con un possibile sintomo di sindrome di Stoccolma.

Attendismo e sicumera di the Donald gelate dalle perentorie dichiarazioni ai media russi di Ebrahim Azizi, Presidente della commissione Sicurezza nazionale e politica estera del Parlamento iraniano: “L’Iran non ha alcuna intenzione di trasferire in Cina o in Russia, il proprio uranio arricchito. Francamente, non capisco nemmeno la logica di queste domande”, ha tagliato corto.

“Nessun accordo con questo regime varrà la carta su cui é scritto, ed é meglio porre fine a questa guerra con il botto piuttosto che con un lamento”, ha affermato sul New York Times Michael Makovsky, Presidente e del think tank Jewish Institute for National Security of America.

“È la duplice fase dell’accordo a rappresentare il pericolo maggiore”, scrive il Wall Street Journal secondo il quale “porre fine al blocco statunitense senza ottenere l’uranio arricchito è rischioso”. Secondo il quotidiano finanziario senza un blocco statunitense durante i negoziati sul nucleare, sarà ancora più difficile ottenere concessioni o garantirne l’attuazione. L’Iran ha trascinato i colloqui con Barack Obama per due anni ed ora vorrebbe estendere a tempo indeterminato i 60 giorni concessi da Trump.

Ancora più pessimistica l’analisi del Washington Post secondo il quale l’accordo permetterebbe a Teheran: “Di risollevarsi, offrendogli un’ancora di salvezza finanziaria e, di conseguenza, una via per ricostruire ciò che è stato distrutto. Perché, sebbene l’Iran possa rispettare qualsiasi accordo stipulato durante l’attuale Presidenza, inizierà a imbrogliare non appena Trump verrà sostituito”.

Inoltre, sottolinea il Washington Post: “Il regime ora sa che, ogni volta che non vorrà rispettare gli accordi, potrà semplicemente chiudere lo Stretto di Hormuz. Quindi, anche se l’Iran rinunciasse, almeno per il momento, alla strada verso l’arma nucleare, si sarebbe comunque procurato una nuova arma – lo Stretto – che potrà usare per prendere in ostaggio l’economia globale”.

Perplessità, analisi, esortazioni, alle quali risponde indirettamente, ma sempre enigmaticamente, Trump nell’intervista alla Fox: “C’è una finestra temporale molto ristretta per fare qualsiasi cosa che abbia a che fare con la guerra. Ma io non guardo a quella finestra. Io guardo al fatto che devo fare ciò che è giusto”.

Il che, tradotto nella mentalità americana, significa che la Casa Bianca si accinge ad acquistare l’auto usata dai pasdaran. Un’auto quanto meno imbottita di tritolo a scoppio ritardato.

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