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Con comunicato ufficiale del Press Club of India, datato 20 dicembre 2025, la stampa indiana esprime una presa di posizione netta sulla situazione in Bangladesh dopo l’insediamento del governo ad interim.

Nel testo, il Press Club condanna duramente gli attacchi violenti, gli incendi e gli atti di vandalismo contro le sedi dei quotidiani Prothom Alo e The Daily Star, oltre alle intimidazioni contro giornalisti di primo piano come Nurul Kabir. Il comunicato denuncia inoltre l’arresto di oltre cento giornalisti, detenuti senza processo con accuse gravi, e chiede il loro immediato rilascio. “Il giornalismo indipendente e responsabile è uno dei principali pilastri di uno Stato democratico”, si legge nel testo, che definisce “inaccettabile” qualsiasi forma di violenza o intimidazione volta a mettere a tacere i media, perché contraria alla libertà di espressione e allo stato di diritto.

Le proteste che hanno paralizzato il Bangladesh dopo la morte di Sharif Osman Hadi — uno dei leader della rivolta che 18 mesi fa rovesciò il governo di Sheikh Hasina — non sono solo l’ennesimo episodio di instabilità politica in un Paese fragile.

La violenza esplosa a Dhaka e in altre grandi città, accompagnata da slogan apertamente anti-indiani e da attacchi contro media considerati tradizionalmente neutrali, si inserisce in una dinamica più profonda: il tentativo di cattura dello spazio politico da parte dell’islamismo organizzato, in una fase di transizione istituzionale estremamente delicata.

Il governo ad interim guidato da Muhammad Yunus ha lanciato appelli alla calma e dispiegato forze di sicurezza, parlando di “momento critico” per la democrazia bangladese. Ma sul terreno il quadro appare più complesso. Secondo fonti regionali, le proteste sono state rapidamente cooptate da gruppi radicali, mentre l’India osserva con crescente preoccupazione le minacce contro diplomatici e centri culturali. In questo contesto, Nuova Delhi viene sempre più spesso usata come capro espiatorio per mascherare l’incapacità delle autorità di ristabilire l’ordine e garantire un percorso elettorale credibile.

A dare una chiave di lettura più ampia è la reazione della Muslim Brotherhood, che già nell’agosto 2024 aveva salutato la caduta di Sheikh Hasina come una “rivoluzione popolare”, invitando il Bangladesh a completarne gli obiettivi attraverso la formazione di un governo civile “lontano da interferenze militari”. Un linguaggio che ricalca schemi ben noti: legittimazione morale, appropriazione del concetto di democrazia e rifiuto selettivo delle istituzioni quando non funzionali al progetto politico islamista.

Secondo Michael Rubin dell’American Enterprise Institute, le proteste non possono essere lette come un fenomeno spontaneo. Il vero nodo è il ruolo di Jamaat-e-Islami, movimento islamista con profonde radici ideologiche nella Fratellanza Musulmana e una lunga storia di violenza politica. Rubin sottolinea come Jamaat — nonostante la messa al bando — rappresenti una risposta a presunte “ingiustizie sociali”, e stia diventato un esempio di terrorismo ideologico, coerente, strutturato e transnazionale. Una galassia che in passato ha generato o ispirato gruppi jihadisti attivi in tutto il subcontinente indiano.

Il passato pesa. Jamaat-e-Islami è stata direttamente coinvolta nei crimini del 1971 durante la guerra d’indipendenza, al punto da finire davanti a un tribunale internazionale per genocidio. Eppure, nonostante la messa al bando e le condanne sotto i governi dell’Awami League, la sua infrastruttura sociale non è mai stata completamente smantellata. A ricordarlo, mesi fa sul Times of Israel, è stato Sergio Restelli, secondo cui l’islamismo di matrice “fratellista” continua a permeare ampie porzioni della società bangladese attraverso reti educative, caritative e informali, soprattutto nelle aree rurali e semi-urbane.

Questo radicamento spiega perché la fase post-Hasina abbia aperto spazi politici immediatamente occupati dai gruppi più organizzati. E aiuta a comprendere anche il ritorno di un attore esterno cruciale: il Pakistan. L’Inter-Services Intelligence pakistana ha storicamente sostenuto Jamaat-e-Islami come proxy ideologico e politico, mantenendo il Bangladesh come potenziale fronte alternativo per destabilizzare l’India, un proxy attivo in particolare nel sensibile Nord-Est. La riemersione di reti jihadiste dopo la caduta di Hasina rafforza l’ipotesi di un coordinamento regionale volto a sabotare il processo elettorale e a normalizzare la presenza islamista nello spazio pubblico.

Questa dinamica locale si inserisce però in un quadro molto più ampio. Un recente report dell’Institute for the Study of Global Antisemitism and Policy descrive la Fratellanza Musulmana come progetto ideologico di lungo periodo, fondato sulla strategia del “tamkeen”: penetrazione lenta e sistematica di istituzioni, università, media e società civile. Non una rivoluzione armata immediata, ma una conquista graduale dello spazio culturale e politico, adattabile ai diversi contesti nazionali. Il Bangladesh appare sempre più come uno dei teatri di applicazione di questo schema.

È su questa lettura che va innestato anche il cambio di postura americano. Il 24 novembre, Donald Trump ha firmato un Executive Order che avvia la designazione di diversi rami della Fratellanza Musulmana – in Libano, Egitto e Giordania – come organizzazioni terroristiche. Il provvedimento, che probabilmente nei prossimi giorni avrà altre evoluzioni, coinvolge dipartimento di Stato, Tesoro, Giustizia e intelligence e punta a criminalizzare il supporto alla rete fratellista, imponendo sanzioni economiche e restrizioni ai visti. Secondo la Casa Bianca, la Fratellanza alimenta campagne di destabilizzazione contro interessi e alleati degli Stati Uniti, con legami operativi diretti con Hamas e Hezbollah.

In questo contesto, il Bangladesh smette di essere una crisi periferica. Diventa un caso di studio di come l’islamismo politico cerchi di capitalizzare fasi di transizione, mascherando un progetto ideologico radicale dietro il linguaggio della democrazia e della giustizia. Per Washington, Nuova Delhi e i partner regionali, la posta in gioco non è solo la stabilità di Dhaka, ma la capacità di riconoscere – e contenere – una minaccia transnazionale che prospera proprio nei vuoti di potere e nelle ambiguità occidentali.

La Fratellanza Musulmana ha un ruolo nelle proteste in Bangladesh. Ecco quale

Sharif Osman Hadi era un giovane bangladese la cui morte violenta ha fatto da innesco immediato alle proteste esplose a Dhaka e in altre città. Il suo caso è stato rapidamente elevato a simbolo della mobilitazione di piazza e usato da gruppi radicali per alimentare disordini, violenze e una più ampia destabilizzazione politica durante la fase di transizione del Paese

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