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Il Summit della Nato di Ankara ha attirato l’attenzione soprattutto su tre temi: il ruolo dell’Alleanza come piattaforma per coordinare il mercato della difesa transatlantico, l’aumento della spesa militare nazionale e le dichiarazioni di Trump.

Dietro questi temi si nasconde la vera posta in gioco dell’ultimo anno: il rafforzamento della tenuta politica dell’Alleanza. La Nato ha dimostrato la sua unità politica, elemento cruciale per assicurare una credibile deterrenza. Il fatto stesso che il dibattito interno si sia focalizzato su questioni operative e industriali dimostra quanto solida sia divenuta questa unità d’intenti. Ad Ankara si è avuta per la prima volta la sensazione che le fondamenta politiche dell’Alleanza fossero ormai scontate, il che ha permesso di concentrarsi sull’aumento delle capacità industriali, conseguenza e, al tempo stesso, strumento dell’unità politica.

La straordinaria forza della Nato è consistita per decenni in una combinazione di capacità militari sostenute dalla solidarietà politica. Di fronte alle nuove sfide, mantenere la coesione non è stato scontato ed è risultato sempre più impegnativo. Nell’ultimo anno la competizione strategica tra grandi potenze è accelerata. Le tensioni transatlantiche e le persistenti discussioni sul rinnovo degli aiuti militari a Kiev sembravano aver turbato l’equilibrio all’interno dell’Alleanza. L’incapacità russa di ottenere una vittoria sul campo in Ucraina si è tradotta nell’intensificazione della campagna di attacchi ibridi contro singoli Alleati, allo scopo di erodere la credibilità della deterrenza della Nato.
Le differenze tra le priorità nazionali restano e sono in larga misura inevitabili. La Nato raggruppa 32 Stati sovrani con 32 interessi nazionali. Il fattore cruciale resta la capacità di gestirle tramite consultazioni, dialogo e solidarietà. Ciò potrebbe ostacolare la rapidità delle consultazioni politiche in caso di nuove provocazioni e precludere l’adozione di regole comuni per affrontare le minacce ibride russe. Meno male, verrebbe da aggiungere. Le decisioni rapide sono quelle più facili, o le più scellerate.

Restano, inoltre, altre questioni da affrontare, dalla mancanza di un centro politico definito attorno al quale sviluppare l’europeizzazione dell’Organizzazione fino a come rispondere in modo più efficace agli attacchi ibridi russi e fermare l’espansionismo putiniano.

Nonostante ciò, la Nato continua il suo processo di rafforzamento esponenziale. La produzione avanza, gli strumenti istituzionali sono disponibili, il mercato della difesa europeo, per quanto imperfetto, esiste e cresce.
L’Alleanza ha preso atto già da tempo che la moderna deterrenza occidentale non può basarsi sull’esclusivo accumulo di risorse e sulla rapidità d’intervento, ma deve anche poggiare su una stabile coesione politica, fondamento di tutto il resto. L’ultimo anno ci ha dimostrato che la tenuta politica dell’Alleanza Atlantica esiste e, anzi, si è rafforzata.

La vera forza della Nato è la sua ritrovata unità politica. L'analisi di Malinconi

Di Michael Malinconi

Il Summit di Ankara ha mostrato un’Alleanza capace di concentrarsi su spesa militare, capacità industriali e deterrenza perché più solida nelle sue fondamenta politiche. Nonostante le tensioni transatlantiche e le differenze tra i 32 Alleati, la coesione resta il principale punto di forza della Nato di fronte alla competizione strategica e alle minacce russe. L’analisi di Michael Malinconi, esperto di relazioni internazionali

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