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Perché gli Emirati arabi uniti hanno deciso di uscire dall’Opec? E quali le conseguenze per il mercato globale dell’energia, mai così tanto sotto pressione come in questi mesi? Sono domande da farsi nei giorni del grande strappo che ha sancito la prima, grande, incrinatura del cartello che quasi 70 anni governa il petrolio, concordando e stabilendo le quote di produzione per i membri nel tentativo di controllare il prezzo del greggio. Ora, il ritiro di uno dei membri di più lungo termine dell’organizzazione, potrebbe indebolirla e magari concedere maggiore spazio al mercato americano, specialmente con lo stretto di Hormuz ancora ostruito dai pasdaran iraniani. O no? Formiche.net ne ha parlato con l’economista e saggista, Carlo Pelanda.

Perché gli Emirati Arabi hanno lasciato l’Opec?

Innanzitutto per divergenze con l’Arabia Saudita, anche in ottica di gestione del conflitto nello Yemen. E poi gli Emirati hanno sempre sofferto l’invadenza e la presenza dell’Arabia, specialmente nella fissazione delle quote di petrolio da esportare. Avendo altre esigenze, come quello di fare operazioni autonome e sganciate dai dettami dell’Opec, alla fine Abu Dhabi ha deciso di uscire.

E per l’Europa il disimpegno emiratino è una buona o una cattiva notizia? Il Vecchio continente potrebbe guadagnarci in concorrenza con un Opec più debole, le pare?

Qui entriamo nel campo delle interpretazioni. Una prima idea riguarda l’India più che l’Europa e potrebbe essere quella di un rafforzamento delle relazioni tra India ed Emirati. Questi ultimi, non a caso, hanno un oleodotto che aggira lo stretto di Hormuz e rifornisce l’India che ha un grosso problema di approvvigionamento. Abu Dhabi vuole insomma aumentare le esportazioni di petrolio oltre le soglie decise dall’Opec.

C’è chi ha fatto notare come la rottura del fronte Opec sia una vittoria americana. Gli Stati Uniti, che già oggi sono il primo produttore mondiale, potrebbero acquisire nuovo peso specifico sul mercato…

Non è da escludere, da un lato c’è un interesse degli Stati Uniti affinché l’Opec abbia una potenza ridotta. Ma, dall’altra sono abbastanza persuaso che lo strappo emiratino sia riconducibile alla volontà degli emiri di avvicinarsi all’India in termini di forniture.

Parliamo di Hormuz. L’Europa rischia grosso, quando potrebbe riaprire lo stretto?

Credo sia molto difficile dirlo. Sono rimasti due mesi all’Ue prima di dover varare manovre emergenziali. Finché perdura il blocco a Hormuz ci sarà un gap di rifornimenti energetici, non ancora enorme oggi, ma che alimenta un moltiplicatore finanziario che fa sì che i prezzi energetici diventino insostenibili, con un effetto inflazionistico molto diffuso.

Dunque?

Se resta chiuso per altri due mesi, l’impatto è ancora gestibile, anche se ci vorranno quattro mesi per riprendere i flussi. Ma se invece non riapre entro due mesi, l’impatto inflazionistico sarà devastante. L’America sta applicando la strategia del lento strangolamento, così che nel mondo aumenta la dipendenza dai fossili statunitensi. Al momento lo scenario di una riapertura dello stretto entro due mesi è ancora valido anche se gli interrogativi aumentano giorno dopo giorno.

L’Europa, comunque, potrebbe cominciare ad attrezzarsi. Anzi dovrebbe, conviene?

In teoria gli Stati europei potrebbero temporaneamente ridurre e persino azzerare le imposte sui combustibili e sull’energia da essi prodotta. Queste minori entrate pubbliche non dovrebbero essere compensate da tagli alla spesa, ma si potrebbe pensare alla creazione di un fondo debitorio comune non computato nei bilanci nazionali, ma il cui rimborso viene demoltiplicato nel tempo, in modo tale da minimizzarne l’impatto.

Dall’uscita degli Emirati dall’Opec alla crisi di Hormuz. Lo scenario energetico visto da Pelanda

Abu Dhabi soffriva da molto tempo le imposizioni dell’Arabia Saudita in senso all’organizzazione dei Paesi produttori. E poi, con l’India a corto di petrolio, per gli emiri si sono create grandi opportunità commerciali. Gli Stati Uniti? L’indebolimento del cartello potrebbe fare il gioco di Washington. Intervista all’economista e saggista, Carlo Pelanda

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