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La popolazione soffre molto la mancanza di una governance legittima e attiva per il bene della collettività. Per cui il crescente malcontento si riversa quasi interamente sulla élite al potere sia a Est – dove da Benghazi domina con il pugno di ferro ed una repressione costante da parte della famiglia del capo miliziano Khalifa Haftar – che a Ovest, dove in una condizione di grande frammentazione di ogni autorità civile e militare governa quello che avrebbe dovuto essere un governo di transizione breve e determinato, il Gnu, Governo di Unità Nazionale, presieduto da Abdelhamid Dabaiba, businessmen misuratino che dal 2021 disattende il mandato onusiano per cui era stato eletto (proclamare elezioni libere in tutto il Paese). Karim Mezran decano degli esperti di Libia nel mondo, director della North Africa Initiative dell’Atlantic Council, descrive così la condizione del Paese nordafricano con cui l’Italia ha maggiore aggancio geopolitico e geoeconomico.

“Che la situazione attuale sia insostenibile lo sanno e lo dicono tutti. Che però qualcuno ci voglia fare qualcosa per raddrizzare la situazione è tutt’altro discorso”, chiosa. Perché? “La percezione di una situazione a livello politico e macroeconomico di grande confusione e impotenza che domina nella maggior parte della popolazione, tanto a Est quanto a Ovest, è dovuto a vari fattori, alcuni di carattere interno, altri più determinati da fattori esterni”. E tra questi, la presenza di forze russe che sostengono Haftar, ricorda, ma anche la graduale e prudente politica turca di avvicinamento a Haftar dovuta soprattutto ad esigenze economiche delle élite di Ankara e Istanbul, “sta scombussolando le percezioni della popolazione, che non sa più capire coloro (i turchi, ndr) che hanno salvato Tripoli, e l’Ovest del Paese, intervenendo a fianco delle forze libiche che resistevano strenuamente all’aggressione armata compiuta nel 2019 da Haftar”. E l’Egitto? È ancora un attore influente? “Pur avendo notevoli interessi sia politici che militari che economici nell’Est libico, e pur essendo i fondamentali creatori e sostenitori del generale di Benghazi, gli egiziani sono in una fase di silenzio assordante. Questo no comment egiziano si inserisce però perfettamente nell’altra faccia del quadro, quella domestica”. 

Mezran ricorda che la negoziazione tra i vari attori libici post-rivoluzione è stata condotta dalle Nazioni Unite tramite un inviato speciale del segretario generale dell’Onu. “Oggi siamo all’undicesimo inviato succedutosi sulla poltrona di capo della missione onusiana Unsmil. Anni di costose mediazioni sono trascorsi senza che alcun sviluppo in senso democratico e di ricostruzione dello Sato libico sia stata neanche tentata. Ciò ha contribuito notevolmente alla drammatica perdita di prestigio e rispetto dell’organizzazione internazionale”.

Le Nazioni Unite tuttavia non demordono: la nuova inviata, Hanna Tetteh, ha presentato un piano di riforme che prevede un primo ministro pro tempore e un gabinetto ristretto, pensato con il solo compito di portare il Paese a elezioni libere entro il 2027. “Ignorando a loro volta questo piano – chiosa Mezran – attori libici come il presidente del parlamento di Tobruk, Agila Saleh, da sempre fedele a Haftar, e il presidente dell’Alto Consiglio di Stato Mohamed Takala, vicino a Tripoli, hanno elaborato una propria versione delle riforme dell’Onu, procedendo però senza reale seguito popolare”.

Su tutte queste dinamiche, arriva poi un piano statunitense che sembra stia guadagnando consenso, o quantomeno attenzione, internazionale. “Washington si è risvegliato da un lungo sonno, spinto anche da interessi personali del presidente Donald Trump, incluso il prestigio del Nobel per la Pace. L’inviato presidenziale e consuocero, Mossad Boulos (padre di Michael Boulos, sposato con Tiffany Trump, figlia del presidente Donald, ndr), si attribuisce un mandato pieno per negoziare un accordo tra le due fazioni libiche. Con il supporto di attori minori, tra cui anche l’Italia, elabora un piano basato su un’intesa diretta tra le due famiglie, con il rischio di una ‘mediorientalizzazione’ della politica americana invece della auspicata democratizzazione del Medio Oriente e Nord Africa”.

Boulos ha esposto solo pochi punti del piano, anche se sono bastati a creare una movimentazioni di animi e posizioni libiche. Il Piano prevede la nomina di Saddam Haftar, figlio del generale e figura discussa per episodi di presunti abusi di potere, come presidente del Consiglio Presidenziale, ossia la più alta carica dello Stato secondo la struttura istituzionale pensata anni fa dall’Onu, con l’attuale premier Dabaiba  che rimarrebbe al suo posto (con qualche potere aggiuntivo). “Non si sa molto altro di questo piano americano ma già questo è bastato per scatenare il malcontento tra al popolazione e il rigetto tout court da parte di numerosi esponenti della attuale élite libica”.

Gli americani stanno cercando di presentare alcuni movimenti, come ad esempio la riunificazione del budget dello Stato come un primo successo del Piano Boulos, ma i libici sono scettici. L’esperto dell’Atlantic Council spiega che temono la natura transattiva della decisione, “in quanto di fatto non fa altro che legittimare la cleptocrazia al potere, legittimandolo a saccheggiare impunemente le casse dello Stato”.

È evidente che vi sia una significativa attenzione da parte degli Stati Uniti nei confronti del Piano Boulos, come indicato anche da alcuni incontri istituzionali avvenuti a Washington. A fine giugno, Saddam Haftar è stato ricevuto dal Segretario di Stato Marco Rubio, mentre un rappresentante del governo Dabaiba, Abdulsalam Zoubi, ha incontrato il vice segretario di Stato Christopher Landau. Questi contatti sono stati interpretati da diversi osservatori come un segnale di accelerazione diplomatica attorno al piano, contribuendo a un dibattito sempre più acceso tra le diverse componenti politiche libiche.

Eppure, il Piano Boulos viene rigettato principalmente sulla base di un principio fondamentale: viene percepito come una imposizione di tipo coloniale, perché porta al potere famiglie non rappresentative della popolazione. “I Dabaiba – continua Mezran – sono un piccolo clan in Tripolitania. E tutti sanno come hanno fatto i loro soldi e gli Haftar non sono espressione delle popolazioni dell’Est ma, al contrario, sono stati imposti dagli egiziani e dagli emiratini in modo che si venisse a creare in Libia una opposizione armata alla temuta presa del potere, anche in Libia, da parte degli affiliati alla organizzazione islamista dei Fratelli Musulmani”.

Mazran osserva che il Piano Boulos nasce più da una forte spinta esterna che da un processo di condivisione interna pienamente consolidato, e che il consenso nel Paese è ancora fragile. Per l’esperto, la preoccupazione è che una forte insistenza da parte degli Stati Uniti e dei loro partner possa portare all’adozione formale di questo assetto Haftar-Dabaiba, con il rischio che un simile accordo resti esposto a “fragilità strutturali e a possibili tensioni future, con il rischio di nuove fasi di instabilità e di un ulteriore indebolimento del già delicato quadro unitario del Paese”.

L’esperto dell’Atlantic Council ricorda che il governo italiano, almeno nelle dichiarazioni iniziali del presidente del Consiglio Giorgia Meloni e nel quadro politico del Piano Mattei, aveva espresso l’obiettivo di favorire una Libia più stabile e orientata alla ricostruzione istituzionale. “In questo contesto, il successivo allineamento al Piano Boulos e il sostegno alla candidatura di Saddam Haftar hanno rappresentato un cambiamento di posizione significativo, che ha suscitato critiche sia in ambito internazionale sia tra diversi osservatori politici. Tale scelta è stata interpretata da alcuni come un passaggio delicato, anche alla luce delle controversie legate alle figure coinvolte e del malcontento presente in parte della popolazione libica”.

E dunque, che fare? Qual è il percorso internazionale che dovrebbe essere sostenuto? “Oggi come oggi mi è impossibile essere ottimista. La finestra che si era aperta un anno fa con l’incontro ad Ankara tra Meloni e Recep Tayyp Erdogan, e la convocazione di Dabaiba ad Ankara a cui avrebbe dovuto fare seguito poi la partecipazione di Egitto ed Algeria, tutto con la benedizione statunitense, si è rapidamente chiusa. La Turchia ha cominciato ad espandere le sue attività ad Est e l’Egitto non sembra intenzionato a prendere un nuovo ruolo centrale. A questo punto penso che la sola speranza possa venire da una presa di coscienza popolare e di quella parte delle élite tradizionali e locali, che trovando una possibilità di successo la sappiano sfruttare con pragmatismo a loro vantaggio. Ma ciò sembra molto distante dalla realtà attuale”.

Tra Haftar, Dabaiba e Piano Boulos. La bussola di Mezran per capire la Libia

Karim Mezran, direttore della North Africa Initiative dell’Atlantic Council e tra i massimi esperti internazionali di Libia, analizza con Formiche.net la crisi del Paese, denunciando il fallimento della transizione politica e le crescenti ingerenze esterne. Secondo Mezran, il Piano Boulos rischia di imporre un accordo privo di consenso interno, alimentando nuove tensioni e compromettendo ulteriormente le prospettive di una stabilizzazione democratica

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