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L’ipotesi di un’arma nucleare russa progettata per colpire i satelliti non è più soltanto materia da analisti o scenari futuribili. È diventata il fulcro di una recente esercitazione classificata dello U.S. Space Command, segno che a Washington (e non solo) il rischio viene ormai considerato concreto. A parlarne è stato il generale Stephen Whiting, comandante dello US Space Command, durante lo Space Symposium svoltosi in Colorado negli scorsi giorni. Il riferimento è al wargame “Apollo Insight”, conclusosi lo scorso mese, che ha coinvolto oltre 60 aziende della difesa, partner internazionali e diverse agenzie governative statunitensi. Obiettivo del wargame è stato quello di simulare uno scenario estremo, caratterizzato dall’impiego di un’arma di distruzione di massa in orbita, e valutarne le conseguenze.

Un test che si basa su sensibilità pragmatiche. Già nel 2024 l’amministrazione di Joe Biden aveva segnalato la presenza in orbita da due anni di un satellite russo sospettato di fungere da piattaforma di test per questo tipo di capacità. Mosca ha sempre negato, ma il tema resta comunque al centro delle preoccupazioni strategiche occidentali. Il punto è che un’arma nucleare anti-satellite rappresenterebbe un salto qualitativo radicale nel dominio spaziale, non solo per la sua natura quanto soprattutto per gli effetti sistemici. Secondo analisi open source, come quelle condotte dalla Secure World Foundation, l’effetto dell’esplosione si dilaterebbe in due fasi. Nella prima, immediata, sarebbero colpiti tutti i satelliti nel raggio diretto della deflagrazione; nella seconda invece, l’effetto concreto deriverebbe dall’alterazione delle fasce di radiazione terrestri che finirebbero per danneggiare progressivamente anche i sistemi non colpiti direttamente. Gli effetti potrebbero protrarsi per mesi o anni, compromettendo in modo duraturo l’utilizzo dello spazio. In altre parole, non si tratterebbe solo di neutralizzare asset militari, ma di mettere a rischio l’intera infrastruttura orbitale globale, inclusi satelliti civili, commerciali e scientifici.

È proprio questa dimensione sistemica ad aver spinto Washington a coinvolgere non solo il comparto militare, ma anche l’industria privata e gli alleati. Al wargame hanno partecipato Paesi come Australia, Canada, Nuova Zelanda e Regno Unito, insieme a entità federali tra cui la Defense Threat Reduction Agency, il Dipartimento dell’Energia e la Nasa. I dettagli emersi dall’esercitazione restano limitati. Lo US Space Command non ha divulgato i risultati operativi, ma ha sottolineato come l’obiettivo fosse anche quello di stimolare soluzioni industriali per prevenire o mitigare uno scenario simile. Un approccio che riflette la crescente integrazione tra settore pubblico e privato nella sicurezza spaziale.

Il tema si inserisce inoltre in un dibattito più ampio sulla postura strategica americana. Negli Stati Uniti, alcuni membri del Senato hanno criticato la National Defense Strategy per non affrontare in modo adeguato le minacce emergenti nello spazio, inclusa proprio la possibilità di un’arma nucleare anti-satellite russa. Un’assenza significativa, considerando che il documento riconosce invece gli sforzi di Mosca per modernizzare e diversificare il proprio arsenale nucleare. Che proprio nel dominio spaziale potrebbe trovare un più facile uso, per motivi di carattere politico-strategico, rispetto alla superficie terrestre. E la semplice possibilità che un attore sia disposto a seguire questa linea costringe gli altri Paesi a prepararsi all’eventualità.

 

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