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L’epoca contemporanea è attraversata da un’espansione preoccupante della violenza politica, religiosa e rivoluzionaria, un fenomeno che ha trasformato il conflitto in uno strumento di comunicazione simbolica e di annientamento del nemico. Dalle ferite mai rimarginate degli “anni di piombo” italiani, caratterizzati da una violenza ideologica disumanizzante, fino al moderno terrorismo transnazionale, l’atto violento non mira più soltanto a obiettivi materiali, ma a “conquistare i cuori e le menti” attraverso il terrore, inteso come rottura della sicurezza quotidiana. Questa deriva non è casuale, ma affonda le sue radici in una genealogia della violenza profondamente radicata nella storia dell’Occidente e delle sue filosofie totalizzanti.

Il connubio tra politica e violenza trova le sue origini filosofiche nell’Idealismo di Platone e di Hegel, culminando poi nel materialismo dialettico di Marx. Il nucleo del problema risiede nella pretesa di assoggettare la realtà a un’Idea universale. Platone, introducendo le “Forme” e l’Idea del Bene come concetto supremo, ha creato un modello astratto che separa il valore dalla vita concreta degli individui. Questa impostazione è stata ereditata da Hegel, per il quale la realtà è interamente ridotta a Logos, e il divenire storico non è che un processo di generazione metafisica dominato dalla necessità dialettica. In questa visione, l’opposizione e il conflitto (l’antitesi) diventano la “molla dello svolgimento”, giustificando il travaglio del negativo in nome di una sintesi superiore. Marx ha poi “capovolto” questa dialettica, sostituendo l’Idea con la materia, ma mantenendo intatto il ritmo rivoluzionario che vede nella lotta di classe lo strumento ineluttabile per forzare la storia verso una società senza classi.

Contro queste visioni che sacrificano l’uomo concreto sull’altare della “necessità storica”, è imperativo restare ancorati alla materialità dell’essere umano. Negare ogni forma di idealismo rivoluzionario significa rifiutare l’idea che la persona sia un semplice “accidente” del processo dialettico. Come dimostra la critica aristotelica, il bene umano è personale, particolare e non universale. Aristotele confuta Platone proprio perché non esiste un’Idea di Bene separata dalle azioni umane: il bene di un medico non è la “Salute in sé”, ma la salute del singolo paziente, qui e ora. L’etica aristotelica è un’etica del concreto, dove la saggezza pratica (phronesis) non si orienta verso modelli astratti, ma verso beni realizzabili dall’uomo nella sua finitudine.

Il primato della persona esige l’accettazione del limite, una dimensione costitutiva che il pensiero rivoluzionario e utopistico – da Marx fino alle moderne derive del transumanesimo – tenta illusoriamente di superare. Mentre ideologie influenzate da pensatori come Herbert Marcuse hanno cercato nel superamento del limite la via per una liberazione utopistica, l’insegnamento cristiano e aristotelico ricorda che l’essere umano non fiorisce malgrado il limite, ma attraverso di esso. La vulnerabilità e la fragilità sono i luoghi in cui maturano la relazione, la cura e la vera libertà.

In questa prospettiva, l’Enciclica “Magnifica Humanitas” di Leone XIV può essere interpretata come un manifesto prudente e conservatore per un rifiuto etico della violenza idealista e utopistica. Il Pontefice mette in guardia dalla “costruzione di Babele”, simbolo di un potere che pretende l’autosufficienza e l’omologazione universale attraverso la tecnologia e il calcolo. La “cultura della potenza”, che normalizza la guerra e la violenza come strumenti politici, viene contrapposta alla “civiltà dell’amore”, fondata sulla difesa della carne ferita e sulla responsabilità verso l’altro.

La vera difesa dell’uomo e dello Stato passa dunque attraverso la resistenza alla violenza delle Idee. Lo Stato non deve essere il braccio armato di un’ideologia rivoluzionaria, ma il custode di un contesto pacifico che permetta la coesistenza delle differenze e la tutela della dignità personale. Solo rifiutando la seduzione dell’onnipotenza e riappropriandosi della domanda sul “senso del costruire”, l’umanità potrà evitare di trasformare la politica in un teatro di distruzione, ritrovando nella propria finitudine e nella propria carne il luogo sacro dell’incontro e della vera giustizia.

 

La difesa dell'uomo e l'incontro rivoluzionario tra politica e violenza. Scrive Ippolito

La vera difesa dell’uomo e dello Stato passa attraverso la resistenza alla violenza delle Idee. Lo Stato non deve essere il braccio armato di un’ideologia rivoluzionaria, ma il custode di un contesto pacifico che permetta la coesistenza delle differenze e la tutela della dignità personale

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