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È fatta: è stata firmata questa mattina a Brindisi la Pax Silica Declaration: l’Italia entra formalmente nell’architettura di alleanze tecnologiche a guida statunitense su semiconduttori, intelligenza artificiale e minerali critici.

“L’Italia ha fatto la cosa giusta ad aderire a Pax Silica. In un momento in cui altre capitali stanno ancora proteggendo tra Washington e Pechino, sperando di preservare i legami commerciali con la Cina evitando il costo della scelta, l’adesione di Roma, dopo il suo ingresso nella coalizione di sicurezza 6G e la partecipazione del ministro Tajani al Critical Minerals Summit, segnala che non intende giocare a quel gioco“, commenta Valbona Zeneli, esperta di dinamiche transatlantiche dell’Atlantic Council e senior advisor di Decode39. “Questa decisione si inserisce in una linea di condotta che vede Roma posizionarsi in anticipo, anziché attendere che il nuovo assetto internazionale si definisca completamente, scommettendo sulla direzione effettiva degli equilibri di potere piuttosto che mantenere indefinitamente aperte tutte le opzioni”.

A firmare, come previsto, l’ambasciatore Armando Varricchio, Inviato Speciale per l’innovazione e le nuove tecnologie del ministero degli Esteri italiano, e l’ambasciatore statunitense in Italia, Tilman Fertitta, alla presenza delle istituzioni pugliesi, riunitesi nella prefettura del capoluogo.

La Farnesina spiega che con l’adesione l’Italia entra “a pieno titolo” in un’iniziativa che oggi conta più di 20 Paesi, e che la firma rappresenta “un ulteriore tassello del carattere strategico dei rapporti tra Italia e Stati Uniti“. L’obiettivo è costruire un ecosistema affidabile e resiliente fondato su standard comuni per le tecnologie chiave dell’era dell’AI — dal silicio ai minerali critici, dai sistemi high-tech alle infrastrutture digitali — in una cornice euroatlantica che resta, per Roma, “uno dei pilastri dell’unità dell’Occidente”. Sul fronte delle materie prime critiche, il ministro Antonio Tajani e il suo omologo statunitense, il segretario di Stato Marco Rubio, firmeranno nelle prossime settimane un Memorandum d’Intesa, che fa da seguito operativo del vertice del Critical Minerals Summit, che si è svolto il 4 febbraio a Washington.

Il governo italiano inquadra l’adesione a Pax Silica come complementare, non alternativa, a quella già sottoscritta dall’Unione europea qualche settimana fa. Tale complementarità si misura oggi anche su un altro tavolo: Bruxelles ha appena lanciato un bando da oltre 30 miliardi di euro per costruire fino a sette AI Gigafactory in Europa, con l’Italia candidata a ospitarne una attraverso un consorzio che vede insieme Eni, Leonardo e l’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale per l’Industria (AI4Industry) di Torino.

È significativo leggere l’iniziativa nella stessa logica di Pax Silica più che come un capitolo di sovranità tecnologica europea totalmente autonoma — traguardo che resta, allo stato, largamente irrealistico: per l’hardware, per esempio, la Commissione ha già firmato lettere di intenti con Amd, Nvidia e Qualcomm, tre big statunitensi senza i quali le Gigafactory europee non avrebbero la potenza di calcolo necessaria. Le Gigafactory europee diventano un altro tassello della stessa filiera transatlantica in cui l’Italia ha appena formalizzato l’integrazione a Brindisi, non come un’alternativa ad essa.

“La mossa italiana va in effetti oltre la sola Pax Silica. La Commissione europea ha aperto il suo bando per un massimo di sette Gigafactory e insieme, i due momenti catturano la cooperazione tecnologica transatlantica in questa fase, non l’Europa che sceglie Washington rispetto alla propria capacità, ma i due che si rafforzano a vicenda”, aggiunge Zeneli. “Pax Silica ancora l’Italia in un’architettura della catena di approvvigionamento affidabile progettata dagli Stati Uniti; l’iniziativa Gigafactory offre all’Europa la capacità di elaborazione sovrana di utilizzare tale accesso alle proprie condizioni”.

Intervenendo alla cerimonia, il deputato di Forza Italia Mauro D’Attis ha sottolineato come la scelta della sede non sia casuale: la città, ha spiegato, è già parte di quel network, “in prima linea” nella transizione economica, industriale, ambientale e digitale del Paese, con oltre 35 proposte di investimento individuate per l’area industriale — più di 10 miliardi di euro di investimenti potenziali e oltre 2mila posti di lavoro diretti attesi — tra cui il progetto FAENIX di Eni Storage Systems sulle batterie LFP, il data center da oltre 400 MW di Solaria con un partner statunitense, e il sistema di accumulo elettrochimico di Enel.

Sul piano politico, seguendo quanto riportato nel testo della dichiarazione comune firmata a Brindisi, il fine della cooperazione è perseguire “un partenariato economico globale volto a costruire un ordine di sicurezza economica fondato sulla fiducia, sulla complementarità tecnologica, sugli interessi condivisi e sull’impegno comune per un futuro più prospero”.

Per raggiungere tale obiettivo, va riconosciuto il lavoro fatto, su entrambe le sponde dell’Atlantico, dall’ambasciatore Fertitta a Roma e dall’ambasciatore italiano a Washington, Marco Peronaci, che nelle ultime settimane hanno lavorato per assorbire alcune increspature nel rapporto bilaterale — compreso lo scivolone della partecipazione italiana alla WAIC di Shanghai — senza che questo intaccasse la traiettoria di fondo.

La firma di oggi, nonostante slittata di qualche settimana proprio per effetto di quelle increspature, conferma che la diplomazia resta lo strumento che tiene insieme le relazioni internazionali anche quando la politica interna crea attriti. Non a caso, alla vigilia, il senatore Enrico Borghi — vicepresidente di Italia Viva e componente del Copasir — aveva anticipato a Formiche.net il proprio giudizio sull’adesione italiana a Pax Silica: “Non è solo importante. È decisivo”. L’intervista completa qui.

La firma chiude la fase di adesione formale; il banco di prova resta la capacità dell’Italia — assieme agli altri membri della coalizione — di tradurre l’allineamento politico in investimenti e capacità produttiva reale, come spiegato ieri da Martijn Rasser (SCSP).

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