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La visita di Benjamin Netanyahu, domani alla Casa Bianca, segna un momento strategico cruciale per le dinamiche in corso in Medio Oriente e per il futuro della regione. La missione a DC imposta la relazione tra Israele e l’amministrazione Trump, da cui dipende la tenuta della tregua a Gaza, elemento chiave per avviare i passi successivi nel dossier, i quali diventano fondamentali per un processo di stabilizzazione più ampio che potrebbe culminare, più avanti, nella normalizzazione delle relazioni tra Israele e Arabia Saudita. A questo processo si legano le strategie di contenimento dell’Iran, che significano anche competizione tra potenze — se lette nell’ottica di allineamento di interessi tra i CRINK (Cina, Russia, Iran e Corea del Nord). Inoltre, agli equilibri tra Donald Trump e Netanyahu si connette anche il ruolo della Turchia, e conseguentemente il complicato destino della Siria tra terrorismo, migrazioni, influenze malevole internazionali e sviluppi geoeconomici. In questo contesto, la visita non è solo simbolica, ma un motore per il proseguimento e l’espansione del framework strategico degli Accordi di Abramo con l’obiettivo della stabilità US-ruled (risultato definitivo della grand-strategy statunitense, che viene da prima di Trump e resterà tale successivamente).

Con la caduta di Damasco e l’uscita di scena del regime di Bashar al-Assad, per esempio, il panorama geopolitico siriano si trova in una fase di transizione cruciale. Nessuno avrebbe immaginato di vedere Ahmad al Shara diventare presidente riconosciuto da tutto il mondo in questa fase di transizione, dato che appena cinque anni fa si faceva ancora chiamare “Abu Mohammed al Jolani” e comandava una fazione qaedista del variegato e disunito gruppo dei rivoluzionari anti-assadisti. Ora, mentre il suo potere si sta consolidando — e anche per effetto di questo — l’interesse strategico attorno al Paese si sta rimodellando.

A cominciare da quello americano, appunto: l’avvicendamento tra l’amministrazione Biden e il Trump 2.0 porta ad aggiustamenti consequenziali. Primo tra questi: Donald Trump considera la situazione in Siria una questione completamente esterna ai suoi interessi, ma percepisce che può essere un qualcosa di utile in termini transazionali. E dunque potrebbe metterla sul tavolo di un apparentemente fanta-politico accordo a tre con Israele e Turchia.

Trump vuole tirare fuori i soldati americani dalla Siria — dove si trovano soprattutto nel nord/nord/est, per seguire dal campo le evoluzioni dello Stato Islamico e per bilanciare la presenza russa e iraniana. Per farlo, potrebbe aver trovato una via a triplice convenienza. Intenzionato a ravvivare i rapporti con Recep Tayyp Erdogan, potrebbe lasciare totale spazio ai turchi al nord, che hanno già parte del controllo vista la situazione di confine, avallando operazioni di Ankara contro i curdi (sia turchi che siriani).

La Turchia ha buone relazioni con i nuovi rulers di Damasco e a Trump non interessa se questo sembrerebbe un abbandono dei curdi siriani del Rojava, fondamentali per combattere l’Isis.

Qualcosa di simile d’altronde era già successo durante il primo mandato, ma ora Trump è (e questo vale in tutto) più organizzato e determinato (“laser-focus”, dice lui). L’interesse nell’operazione potrebbe essere messo sul tavolo proprio in questi giorni, quando Netanyahu sarà il primo leader straniero a essere ospitato nello Studio Ovale dalla nuova presidenza. Con l’occasione, Trump rassicurerà il premier israeliano dando garanzie sull’uscita americana dalla Siria — che Netanyahu teme possa favorire movimenti ostili iraniani. E la garanzia di Erdogan: il turco potrebbe essere portato ad accettare l’intesa a tre, in cui Trump chiederà la normalizzazione delle relazioni con Israele in cambio dello spazio siriano.

Sarebbe una scossa pragmatica agli Accordi di Abramo. Il framework che ha permesso la normalizzazione tra alcuni Paesi del mondo arabo e lo Stato ebraico è il perimetro di azione che guida la strategia mediorientale di Trump — ma in generale anche della passata amministrazione statunitense e probabilmente anche della prossima, qualsiasi essa sia. Se Turchia e Israele dovessero trovare una quadra, a quel punto tra i grandi Paesi regionali ci sarebbe solo l’Arabia Saudita a non aver normalizzato le relazioni con lo Stato ebraico (anche perché il Qatar ha un dialogo che, anche se informale, è di sostanza, come dimostrano tutti i negoziati attorno alla guerra a Gaza).

È qui che la tregua nella Striscia — e l’incontro Bibi-The Donald — diventa strategica. Senza di essa manca la base per tutto il meccanismo strategico. Tregua che tra l’altro 24 ore prima dell’arrivo di Netanyahu alla Casa Bianca segnerà un momento decisivo: scatterà il sedicesimo giorno, e visto che formalmente gli scambi di ostaggi e prigionieri stanno funzionando, allora le due parti sono chiamate ad avviare le consultazioni per la fase 2 e 3, ossia quelle della stabilizzazione.

Trump ha già inviato sul terreno il suo inviato, Steve Witkoff, tornato nel corridoio di Netzarim (primo funzionario nel cuore ella Striscia di Gaza negli ultimi 15 anni) per poi incontrare Netanyahu e fare il punto su come implementare il processo. Netanyahu sembra intenzionato a rivedere la squadra negoziale: l’obiettivo è integrare gli elementi dell’intelligence — o sostituirli proprio — con funzionari più politici, per ragionare più profondamente sul futuro ampio del “day after”.

Dall'incontro Trump-Netanyahu dipende molto del futuro Medio Oriente

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