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Nel suo discorso di fine anno a Pechino, il leader cinese Xi Jinping ha riaffermato che la riunificazione tra Cina e Taiwan è un processo “inarrestabile”. Non una frase rituale: arriva il giorno dopo la conclusione delle più intense esercitazioni militari cinesi attorno all’isola dell’ultimo anno, un segnale calibrato più per Washington che per Taipei.

Le manovre, battezzate “Justice Mission 2025”, hanno simulato un blocco navale dei principali porti taiwanesi. Il People’s Liberation Army ha impiegato marina, aeronautica, forze missilistiche e guardia costiera, con almeno 89 aerei coinvolti: un livello di pressione superiore alle esercitazioni precedenti e più vicino, fisicamente e politicamente, alla linea rossa di Taipei.

La tempistica non è casuale. A Pechino si collega apertamente l’escalation alla recente approvazione statunitense di vendite di armi a Taiwan per 11 miliardi di dollari. Il messaggio è doppio: deterrenza verso l’isola, avvertimento agli Stati Uniti sul costo crescente del sostegno militare a Taipei. Le preoccupazioni dell’intelligence americana sulle capacità cinesi di lanciare un’operazione anfibia trovano qui una conferma pratica, seppur ancora nel perimetro della “pressione controllata”.

Nel discorso, Xi ha alternato toni assertivi e apertura multilaterale, ricordando i grandi vertici ospitati dalla Cina nel 2025, incluso quello della Shanghai Cooperation Organization, con la presenza di Vladimir Putin, Narendra Modi e Recep Tayyip Erdoğan. Ma le immagini mandate in onda — la parata militare di settembre per l’80° anniversario della fine della Seconda guerra mondiale — hanno rafforzato l’altra metà del racconto: potenza militare, allineamenti geopolitici revisionisti, capacità di coercizione.

Il richiamo alla memoria storica è centrale. L’istituzione del “Taiwan Retrocession Day” e l’insistenza sul ruolo cinese nella sconfitta del Giappone mirano a legittimare la sovranità di Pechino sull’isola. Una narrazione respinta dalla maggioranza dei taiwanesi e contrastata apertamente dal presidente Lai Ching-te, che ha paragonato la situazione di Taiwan all’Europa democratica degli anni Trenta di fronte alla minaccia nazista.

Accanto ai cannoni, Xi ha esibito tecnologia e soft power: robot, missioni spaziali come Tianwen-2, successi culturali globali come il videogioco “Black Myth: Wukong”. È la cornice di un messaggio coerente: la Cina non è solo una potenza militare in ascesa, ma un sistema completo — economico, tecnologico e culturale — che rivendica un nuovo ordine.

La linea resta quella di sempre, ma il tono cambia. Più diretto, più vicino all’azione. Taiwan non è solo una rivendicazione storica: è il perno su cui Xi intende misurare la credibilità della Cina come potenza globale e la tenuta della deterrenza americana in Asia.

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Nel discorso di fine anno, Xi Jinping ribadisce che la riunificazione con Taiwan è “inevitabile”, mentre l’Esercito popolare di liberazione testa sul campo l’opzione militare. Tra retorica storica, muscoli e tecnologia, Pechino manda un messaggio diretto a Washington e all’isola

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