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Il tubo si sta staccando. Nel progressivo avvitamento delle crisi economica della Russia, ora ci si mettono anche gli amici a voltare le spalle a Mosca. E l’amica in questione, anche stavolta, è la Cina. Ci sono di mezzo sempre loro, le sanzioni americane, che hanno preso direttamente di petto le principali compagnie petrolifere dell’ex-Urss, vale a dire Rosneft e Lukoil. In estrema sintesi, congelati tutti i beni dei due colossi negli Stati Uniti e vietato a società e cittadini statunitensi di farci affari. Un colpo incassato ma malamente, visto che la stessa Lukoil, a stretto giro di posta dalla nuova raffica di sanzioni, ha messo in vendita il grosso dei suoi asset stranieri.

Adesso però è la Cina a prendere le distanze dal momento che, come già avvenuto per le banche, le sanzioni di questa portata sono contagiose, nel senso che colpiscono chi intrattiene rapporti d’affari con il destinatario delle medesime sanzioni. E dunque le raffinerie di petrolio cinesi stanno riducendo le importazioni di greggio russo. Secondo quanto riportato da Bloomberg, i giganti statali Sinopec e PetroChina hanno già annullato alcune importanti forniture di petrolio russo. Anche le raffinerie private più piccole hanno seguito l’esempio, temendo di essere colpite da sanzioni come la Shandong Yulong Petrochemical, recentemente inserita nella lista nera della Gran Bretagna e dell’Unione Europea. Un disimpegno su larga scala che avrebbe colpito circa il 45% delle esportazioni di greggio della Russia verso la Cina.

E non c’è solo il Dragone. Diverse raffinerie indiane hanno sospeso le importazioni di petrolio russo, anche se più grande raffineria del Paese, Indian Oil Corp, ha ripreso gli acquisti di greggio Urals da fornitori non direttamente interessati dalle ultime restrizioni statunitensi, mentre un’altra grande raffineria, Tupras, ha smesso di utilizzare greggio russo in uno dei suoi impianti per preservare l’accesso ai mercati europei per le sue esportazioni di carburante.

Non è finita. Le grandi compagnie petrolifere occidentali stanno capitalizzando l’escalation della guerra economica contro la Russia, trasformando gli attacchi alle infrastrutture russe e le nuove sanzioni in una manna finanziaria. Con le esportazioni di carburanti da Mosca in forte calo, i margini di profitto della raffinazione globale sono schizzati alle stelle, regalando a Shell, Exxon, Chevron e TotalEnergies un terzo trimestre da record e allontanando, per ora, lo spettro di una sovrabbondanza di offerta sul mercato.

A settembre, le esportazioni russe di prodotti raffinati via mare sono precipitate di 500.000 barili al giorno, toccando il livello più basso degli ultimi cinque anni, circa 2 milioni di barili al giorno. Questa drastica riduzione ha creato un vuoto nell’offerta globale di carburanti come gasolio e olio combustibile, spingendo al rialzo i margini per chi raffina. A beneficiare di questa situazione sono stati i giganti dell’energia, che controllano oltre il 10% della capacità di raffinazione mondiale.

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