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Tiene ancora banco la vicenda della multa da 14 milioni di euro inflitta dall’Agcom (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) a Cloudflare. La sua colpa sarebbe stata quella di non aver collaborato con le autorità italiane nel rimuovere alcuni contenuti diffusi in modo illecito, come richiesto dalla legge Piracy Shield. La multa ha provocato la reazione di Matthew Prince, amministratore delegato di Cloudflare, che minaccia di tagliare i servizi all’Italia. Tutto questo porta a delle riflessioni. Ne parliamo con Stefano Da Empoli, presidente dell’Istituto per la Competitività (I-Com).

Partiamo dalla domanda che si poneva Riccardo Piselli su Formiche.net. È corretto chiamare un prestatore di servizi digitali, in questo caso Cloudflare, a rispondere in casi come questo?

È una domanda che apre una serie di elementi. Il problema è che molti siti pirata riescono ad aggirare i blocchi dei provider. È chiaro che da un certo punto di vista non sarebbe giusto, o comunque non lo è pienamente, chiamarli a rispondere direttamente ma c’è una questione tecnica di cui tenere conto. Attraverso strumenti sempre più efficaci, il pirata riesce a occultarsi e ad aggirare i blocchi. Per cui si va a cercare il responsabile dei servizi infrastrutturali che più efficacemente possono svolgere un ruolo di enforcement. Ma se da un lato questo escamotage potrebbe avere un senso, il tema che non può essere trascurato, almeno in un’economia di mercato, è che Cloudflare dovrebbe fare un’attività richiesta dall’Agcom senza riceverne alcun beneficio, a fronte del rischio di rallentare o peggiorare la qualità dei propri servizi e nei casi più gravi di disconnettere per errore alcuni clienti legali. Con in più la prospettiva che tutto questo non riesca a risolvere il problema alla radice.

L’approccio dell’Agcom è sbagliato secondo lei?

Ovviamente agisce secondo il mandato di una legge. Ecco perché prendersela contro un organismo indipendente, come ha fatto Cloudflare, come se non fosse democraticamente ineccepibile esercitare un ruolo determinato da un mandato parlamentare, non è corretto. Agcom si è accorta nel tempo che intervenire esclusivamente sui provider nazionali non è sufficiente, perché questi soggetti li aggirano. E quindi ha sparato più alto, fondamentalmente. Se ne può discutere, ma il punto di vista di Agcom non lo vedo sbagliato in sé. Ho qualche riserva in più invece sulla legge.

Cosa non va nel Piracy Shield?

La risposta alla pirateria dovrebbe essere perlomeno europea, per affrontare un tema globale. Ci sono delle ragioni che, alla prova dei fatti, dimostrano che pur partendo da una lotta lodevole quegli strumenti di contrasto  si scontrano con dei soggetti che sono globali. E qui c’è un primo limite rispetto a dei provider nazionali. L’altro elemento è che, pur essendo la repressione della pirateria sacrosanta, imporre a soggetti privati qualcosa che comporta soltanto costi e potenziali rischi a fronte di nessun beneficio non appare proporzionato. Non è facile trovare una soluzione regolatoria. Ho la sensazione che soluzioni che se la prendono con i soggetti privati, a cui si impongono solo costi, potenzialmente significativi, sia una pretesa poco realistica e condivisibile.

Qual è un modo equo per contrastare la pirateria e, allo stesso tempo, salvaguardare il progresso?

La soluzione ideale sarebbe, a mio avviso, che i soggetti privati si parlassero e trovassero delle soluzioni condivise. Il problema è che non è affatto facile. Anche perché nel mare magnum di Internet i pirati sono molto abili. Ma proprio perché è difficile, i vari soggetti dovrebbero sedersi intorno al tavolo. Sempre che abbiano voglia di parlarsi, questa è la premessa iniziale. Certo, pensare che lo facciano senza vedersi tornare indietro alcunché, se non costi o rischi, ho l’impressione che non sia l’approccio più giusto per risolvere la questione.

Cosa ci dice la reazione di Cloudflare? Siamo ricattabili?

Un elemento c’è. Il nostro Internet dipende da questi soggetti, non solo quello nazionale. Questo è il riflesso di una minore innovazione che perdura da decenni e ci ha posto indietro rispetto agli Stati Uniti. Credo che ci voglia il giusto bilanciamento. Ritengo che alcune delle minacce di Cloudflare possano essere reali, mentre altre meno. Come l’uscita dal mercato italiano, che ritengo una prospettiva improbabile (se non altro perché significherebbe penalizzare una pluralità molto estesa di clienti che operano anche in altre regioni geografiche). Non penso che dovrebbero essere prese alla lettera. Ma proprio per questo, se ci fossero anche provider europei competitivi o soluzioni regolamentari comuni a livello Ue, affronteremmo questo tipo di minacce con maggiore tranquillità.

Lotta alla pirateria sì, ma nel modo giusto. Da Empoli (I-Com) su Cloudflare

Il presidente dell’Istituto per la Competitività afferma che la vicenda apre una serie di problemi difficili, ma necessari, da risolvere. Prendersela con i provider globali non è la soluzione, perché i pirati del web riescono comunque ad aggirarli. Il Piracy Shield non basta: serve una risposta europea

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