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Donne, pace, avvocatura. È il tema sul quale la Commissione pari opportunità del Consiglio nazionale forense ha promosso il 12 marzo scorso, per la giornata internazionale della donna, un interessante dibattito dal titolo “Donna tessitrice di pace”, a palazzo Mattei, a Roma, sede dell’Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani nel 1925.

Il racconto dell’avvocatura prende le mosse dalla consapevolezza dell’impatto della professione forense sulla società civile, contro ogni discriminazione. Baluardo della democrazia anche al di fuori della giurisdizione e del processo, a garanzia dei diritti umani fondamentali. Per guardare a un futuro possibile, in un mondo lacerato da guerre e da una condizione ancora troppo disuguale tra donne e uomini.

Interrogativi e prospettive per costruire un comune sentire, abbandonando dicotomie generate da rapporti di forza.

La donna sembra segnata da un destino, consegnata alla memoria come seduttrice e ingannatrice, portatrice del male nel mondo. Dalla figura di Eva della tradizione biblica a quella di Pandora nel mito del poeta greco Esiodo. Retaggio storico che è pregiudizio, stereotipo, discriminazione.

“Tessere la pace non è un’immagine retorica ma una necessità storica e un impegno quotidiano. L’avvocatura conosce bene il peso del conflitto. Il nostro compito non è quello di esasperare lo scontro, ma di avere il coraggio di cercare soluzioni, difendendo i diritti con fermezza, lavorando per ricucire gli strappi del nostro tessuto sociale.

In un’epoca in cui perfino il linguaggio pubblico è spesso violento e polarizzato, l’avvocatura ricopre un ruolo fondamentale. L’approccio femminile alla professione porta con sé una vocazione alla sensibilità nel ricucire le relazioni e alla tutela dei diritti, che trasforma il paradigma: l’altro non è un nemico da annientare, ma una parte con cui dialogare per ristabilire un equilibrio. Il telaio della nostra società ha bisogno di fili robusti. Scegliere di essere tessitrici di pace significa custodire l’integrità delle istituzioni e delle persone che ci affidano le loro vite e i loro diritti. È un impegno che, come Commissione pari opportunità del CNF, portiamo avanti, insieme ai Comitati pari opportunità del territorio, con pazienza, rigore e coraggio”, afferma Lucia Secchi Tarugi, consigliera CNF e coordinatrice della Commissione, promotrice dell’iniziativa romana.

La “donna al telaio” non è espressione di stereotipo ma testimone di cambiamento, in un ruolo creativo sospeso tra desiderio di conoscenza e speranza.

Immagine antica, il gesto ordinatore della tessitura è proiezione di visione per unire gli estremi, come spiega lo scrittore Sandro Bonvissuto, intervenuto al dibattito.

Figura diversa da quella che sembra tramandare il mito, Penelope è la donna capace di immaginare il futuro, costruire speranza. Esercita il proprio potere con pazienza e prudenza, trasformandole in progetto e determinazione. Tessitrice di strategia, in ogni filo tesse e disfa la sua vita. In piena autonomia. Penelope baciata da Atena, dea della ragione. Custode del focolare domestico ma anche regina e stratega che, per venti anni, governa da sola riuscendo a contenere le rivendicazioni degli oltre cento Proci, bramosi del potere come del suo corpo. È la donna che sa distaccarsi dalla realtà abbandonandosi all’inconscio. Capace di distinguere, con sensibilità femminile, i sogni veri da quelli ingannevoli.

Da quel telaio, la donna muove, da sempre, i fili della vita. Attraverso una specificità femminile, custodisce sentimenti e pensieri, cura relazioni e, in una condizione sempre attiva, è concreta speranza per il futuro.

Una “tessitura”, oggi più che mai, preziosa. Un’arte fatta di gesti precisi, che tiene insieme tanti fili per costruire una trama del tutto inedita. Un impegno quotidiano che chiede attesa e apre con fiducia a un futuro incerto.

Un’attenzione costante, nel mondo dell’avvocatura, il contributo femminile nella pace.

Come sottolinea Vittorio Minervini, consigliere CNF e vicepresidente della “Fondazione dell’avvocatura italiana”, “l’obiettivo è riappropriarsi della pace, che rischia di essere dissolta. E partire dalle “donne tessitrici”, per noi avvocati, è un modo per ricostruire una società migliore”. Un progetto culturale condiviso che lega l’avvocatura ad altri mondi, con iniziative per promuovere valori. Le immagini comunicano oltre le parole. È proiettato il cortometraggio “La sua luce” di Ludovica Andò, vincitore del concorso “No Amore” contro la violenza di genere dello scorso 25 novembre. E un filmato realizzato per l’8 marzo dello scorso anno a Perugia riporta alla situazione detentiva femminile. Donne condannate a una doppia pena, isolate e costrette a vivere in istituti penitenziari pensati esclusivamente al maschile, come evidenzia il cons. Minervini.

Minoranza bistrattata in carceri maschili sottoposta a una doppia vittimizzazione, ribadisce la consigliera Francesca Palma, coordinatrice della “commissione persone private della libertà personale” del CNF, richiamando i dati del Rapporto Antigone. Sono le donne detenute in ambienti ristretti e degradati, senza adeguate misure di reintegro nella società. Mentre il tessuto della trama femminile è comunque capace di ricucire strappi e diffondere valori, afferma la consigliera ricordando il padiglione della Santa Sede alla Biennale 2024, intitolato “Con i miei occhi“, allestito nella casa di reclusione femminile di Venezia, alla Giudecca. Un progetto che ha ispirato le opere degli artisti attraverso storie e esperienze delle detenute.

In un contesto di cambiamento che richiede tempi molto lunghi, l’avvocatura può essere ordito e trama, evidenzia Laura Massaro, componente dell’Organismo congressuale forense e responsabile per le pari opportunità. Agente e motore di trasformazione l’avvocatura femminile, in un sistema di “tessitura” come atto creativo di relazioni, risoluzione di conflitti, dialogo, etica.

La guerra non è mai stata donna. Tutte le donne, nei teatri di guerra e nei paesi privati di diritti di libertà, sono “tessitrici di pace”.

Nella drammatica situazione globale, Leonardo Arnau, consigliere CNF e presidente dell’”Osservatorio internazionale avvocati in pericolo” (OIAD), evidenzia che “gli avvocati, a qualunque latitudine, difendono la libertà e i diritti delle persone, ne sono portatori e chi calpesta i diritti umani, in primo luogo, aggredisce l’avvocatura che ha il compito di tutelarli”, ricordando le figure femminili che hanno contribuito alla stesura della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, nel 1948.

Otto donne da tutto il mondo, figure straordinarie diverse per provenienza e vicende personali. Tra queste, Eleanor Roosevelt, nel 1946, incoraggia le donne con la “Lettera aperta alle donne del mondo” a mostrare la stessa forza e coraggio che le aveva animate durante la guerra e la Resistenza partecipando attivamente alla vita politica e sociale nazionale e internazionale per il mantenimento della pace, sostenendo i diritti umani.

Anni prima, Bertha Von Suttner (1843 – 1914), autrice del libro “Die Waffer nieder!” (“Abbasso le armi!”) dedicava la sua vita alla lotta per la pace ma i libri di storia parlano di uomini e guerre, non di donne e pace né di soluzioni non violente per la pace. È stata proprio lei la prima a ricevere, nel 1905, il Premio Nobel per la pace.

Nessuna società può essere libera senza la libertà delle donne.

Le donne iraniane, principali vittime della guerra con i loro bambini, sono sempre in prima linea nella lotta contro il regime, resistendo con determinazione di fronte a minacce e persecuzioni. Alcune hanno pagato con la vita.

Il presidente OIAD cita Narges Mohammadi, Nobel per la Pace 2023 per la lotta contro l’oppressione femminile e per i diritti umani, attivista del movimento “Donna, Vita, Libertà”, da oltre quattordici anni detenuta nel carcere di Evin a Teheran, tra torture e maltrattamenti. Nasrin Sotoudeh, avvocata per i diritti umani, vincitrice del Premio Sakharov contro la violenza su donne e bambini nel 2012, arrestata nel 2018 per la sua pacifica attività contro l’obbligo di indossare il velo e la pena di morte. Ebru Timtik, avvocata turca di 42 anni, morta nel 2020 dopo un lungo sciopero della fame in un ospedale di Istanbul, dove era stata trasferita dal carcere. Simbolo della lotta per i diritti civili, denunciava le terribili condizioni del sistema giudiziario turco.

All’incontro del CNF, collegata dalla Palestina, la comboniana Suor Cecilia Sierra spiega il progetto “Fili di pace” a sostegno delle comunità locali. Nelle case di lamiera, nel silenzio di un orizzonte senza fine, le donne tessono, punto dopo punto, ricucendo la vita. Con ago e filo, ogni ricamo racconta la loro storia. Il tatreez, patrimonio Unesco dal 2021, non è solo un ricamo, è un filo d’amore che continua a vivere nelle loro mani, trasmesso di generazione in generazione. Resistono, non si arrendono e sostengono la famiglia. La pace, sottolinea la religiosa, è un lavoro artigianale che si cuce filo dopo filo.

Le avvocate operano mettendo d’accordo dimensione individuale, culturale, antropologica, sociale e politica. Impegnate con coraggio nella difesa dei diritti, in tutto il mondo.

Occorre modificare prospettive, sono le conclusioni del convegno, per un significativo cambiamento di carattere culturale. Le donne costruttrici di pace sostengono una cultura che si nutre di impegno e pazienza, confronto e dialogo, empatia e accoglienza, in una parola, di amore. Una “tessitura”, certamente, non solo per donne.

 

La trama femminile dell’avvocatura per una tessitura di valori e di pace

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