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“I rilievi sull’Ue di Draghi, Trump, Meloni? Oggi bisognerebbe sforzarsi di trovare le soluzioni, non fare la lavagna dei buoni e dei cattivi”, spiega a Formiche.net il vicecapogruppo al Senato di FdI, Marco Scurria, impegnato oggi ad Atreju nel dibattito sull’occidente. Il suo ragionamento passa dalla convinzione che sia il pragmatismo meloniano la chiave per decrittare scenari di crisi e strategie, per definire il paniere di alleanze anche tramite costanza dell’azione politica. Cita l’esempio del presidente americano Donald Trump, con cui qualcuno forse aveva deciso di non relazionarsi. E invece l’Italia lo ha fatto nel modo giusto.

Perché il futuro dell’Occidente passa per Roma?

Perché in realtà c’è sempre passato. L’Occidente nasce a Roma qualche millennio fa e poi se oggi esiste l’Occidente è perché si ispira a Roma e ad Atene, tramite un modo di concepire la vita secondo alcuni valori. Ovviamente il corso della storia ha modificato, stravolto e travolto in taluni casi tutto questo, ma oggi occorre riprendere questo scenario. Non è un caso che Volodymyr Zelensky sia venuto a Roma per fare il punto sul destino dell’Ucraina, perché sa perfettamente che la capacità di dialogo tra Stati Uniti e Unione europea passa dalle capacità del governo italiano, in particolare dalla leadership di Giorgia Meloni. E quindi tutto questo ci fa tornare ad essere centro di uno scenario mondiale che forse da qualche tempo Roma non vedeva più.

In che modo l’Italia è tornata al centro del dialogo transatlantico e come potrà distendere questa strategia in futuro?

C’è riuscita mettendo da parte le questioni ideologiche, nel senso che mentre qualcuno in Unione europea aveva deciso di non parlare più con gli Stati Uniti perché il presidente americano si chiamava Trump e che quindi era giusto rompere a fronte di alcune politiche e di alcune uscite sicuramente non particolarmente simpatiche, il governo italiano invece ha sempre pensato che a prescindere da chi governi, tra Roma e Washingotn c’è un’identità comune e vi sono interessi politici ed economici che non possono essere mai messi da parte. Per cui si è sempre cercato di riannodare il filo anche quando magari dall’altra parte dell’oceano si è un po’ recalcitranti: noi ci sforziamo di far capire invece l’importanza dell’Unione Europea come soggetto politico ed economico e anche, ovviamente, il ruolo che l’Italia può svolgere grazie al grande lavoro diplomatico svolto dalla nostra Presidente del Consiglio.

Draghi prima nel suo paper, Trump dopo nel piano strategico diffuso pochi giorni fa, hanno entrambi avanzato una serie di rilievi all’Ue. In precedenza anche Meloni, sin da prima di salire a Palazzo Chigi. Perché la percezione esterna di queste critiche è così diversa?

Perché noi, soprattutto in Italia, ancora leggiamo la politica estera in senso ideologico: Draghi è buono e quindi quando dice le stesse cose che diceva Meloni le può dire, mentre la Meloni era cattiva e quindi automaticamente quello che diceva era proprio la dimostrazione di quanto era cattiva. Ma sfortunatamente gli scenari internazionali e gli equilibri tra potenti del mondo avvengono non in maniera ideologica e quindi quando si sono manifestati i limiti che l’Unione europea aveva, e ha ancora oggi, ci si è resi conto che le critiche dei tre soggetti che lei ha citato vanno tutti nella stessa direzione. Oggi bisognerebbe sforzarsi di trovare le soluzioni, non fare la lavagna dei buoni e dei cattivi.

La premier italiana ripete costantemente che Usa e Ue devono restare unite. Il rapporto Trump-Meloni come può favorire questo auspicio?

Su questo c’è un dialogo aperto sui contenuti, sulle prospettive e sulle politiche: quando ci si incontra con gli Stati Uniti l’Italia spiega che è interesse di tutti e non solo dell’Italia o del Mediterraneo, quindi anche degli Stati Uniti. Riuscire a sviluppare una volta per tutti i Paesi africani su un piano di collaborazione è strategico. Gli Stati Uniti investono sul piano Mattei perché rispetto alla via della Seta è una svolta, una via di pace oltre che di sviluppo perché mette insieme soggetti che davvero fino all’altro ieri si sono combattuti. Gli Stati Uniti possono su questo investire politicamente ed economicamente rispetto a una prospettiva. Finalmente anche in Italia si è riscoperta la capacità di fare politica estera e quindi di essere un soggetto politico affidabile e credibile perché oggi all’interno dell’Unione europea Francia e Germania se la passano abbastanza male anche come riferimenti stabili di Governo, mentre la Gran Bretagna è fuori dall’Ue.

L’Ue ha recepito i rilievi italiani sui return hubs, mentre tre anni fa c’era molto scetticismo. Che vuol dire politicamente questa presa d’atto?

È successo quello che abbiamo sempre detto: se la politica crede in quello che dice, allora i fatti arrivano. Abbiamo passato decenni in cui l’immigrazione non è mai stato un problema europeo ma solo italiano, perché chi doveva porre questo problema e cioè i Paesi più esposti non l’ha mai posto realmente. Sappiamo bene che altri governi hanno sempre pensato che l’immigrazione fosse una risorsa, a prescindere da tutto. Noi sappiamo che l’immigrazione è importante anche da un punto di vista dei corridoi legali ma sappiamo bene che devono essere i governi e gestire i flussi e non la criminalità, come sostenuto in Ue dalla premier. Allora quando un governo ha finalmente posto questo tema non tanto e non solo come un tema italiano o mediterraneo ma un tema che riguardava tutta l’Unione europea, anche altri Paesi europei hanno cominciato a rendersene conto. Oggi l’immigrazione è diventato uno dei pilastri fondamentali nelle discussioni all’interno dell’Unione europea. E tutti i Consigli europei cominciano appunto da questo perno, posto dall’Italia.

Sull'Ue Draghi, Meloni e Trump vanno nella stessa direzione. Scurria spiega perché

La capacità di dialogo tra Stati Uniti e Unione europea passa dalle capacità del governo italiano, in particolare dalla leadership di Giorgia Meloni. I return hubs? È successo quello che abbiamo sempre detto: se la politica crede in quello che dice, allora i fatti arrivano. Intervista al vicecapogruppo al Senato di FdI, impegnato oggi ad Atreju nel dibattito sull’occidente

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