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Benedetto XVI ricordava nell’Enciclica Caritas in veritate che: “L’economia come ogni altro ambito umano, ha bisogno dell’etica per il suo corretto funzionamento, non di un’etica qualsiasi, bensì di un’etica amica della persona”. Ma non sembra affatto che tale sia l’orientamento degli oligarchi della finanza e della stessa politica che ad essi soggiace, come già presagiva San Giovanni Paolo II censurando il perseguimento del massimo profitto “se si vuole essere di aiuto alla crescita vera ed al pieno sviluppo della comunità”.

In questa logica è molto condivisibile che sia stato varato un provvedimento come quello in questi giorni approvato in sede di legge di bilancio con l’aumento dell’aliquota da applicare sulla cosiddetta Tobin tax. La tassa che colpisce tutte le transazioni sui mercati finanziari, escluse quelle che si aprono e si chiudono nella stessa giornata e quelle sui titoli di società con sede in Italia e con un valore inferiore ai 500 milioni. Sono esenti i fondi etici, oltre alle obbligazioni e i titoli di Stato. La tassa penalizza chi sposta capitali velocemente da un titolo all’altro. Questa imposizione già si applica da tempo in Francia ed in Spagna, dove non ha prodotto alcun effetto negativo anzi è servita a dare un’accelerazione allo sviluppo dell’economia reale.

Non si comprende perciò perché da noi dovrebbe “rendere meno appetibile il nostro sistema finanziario e nemmeno perché tra coloro che si sono lamentati ci siano le banche che dovrebbero evitare e rifuggire dalle operazioni finanziarie speculative e sostenere il più possibile l’economia reale del Paese.
Dal 1° gennaio 2026, la Tobin tax, sulla base della Legge di bilancio, subirà un raddoppio delle aliquote principali, con modifiche che riguardano sia i mercati regolamentati che quelli non regolamentati: se non ci saranno modifiche, l’aliquota della Tobin Tax salirà dallo 0,2% allo 0,4% sulle transazioni di azioni italiane a elevata capitalizzazione mentre per le operazioni sui mercati regolamentati e non regolamentati, l’imposta passerà dall’attuale 1-2 per mille al 2-4 per mille.

L’impatto previsto sui conti pubblici è pari a un incremento delle entrate fino a 1,5 miliardi nei prossimi tre anni. Una mini-riforma fiscale che si configura come uno strumento moderno e sostenibile per promuovere equità sociale e competitività economica. L’idea è duplice. Innanzitutto scoraggiare la speculazione finanziaria eccessiva su azioni e derivati che può destabilizzare i mercati. Si pensi infatti che attualmente il Pil mondiale, cioè la ricchezza prodotta sull’intero pianeta ammonta a circa 110 mila miliardi di dollari, a fronte soltanto di derivati Otc (over the counter non regolamentati, spesso tenuti fuori bilancio del valore nozionale di 700 mila miliardi di dollari, secondo la Bri di Basilea), a cui si aggiungono poi le Borse delle quali solo quella di Wall Street gestisce 58 mila miliardi di dollari contro il Pil statunitense di 30 mila miliardi di dollari.

Si tratta di una smisurata massa di finanza più o meno speculativa che ha l’intero pianeta quale terreno per le sue scorrerie e che grazie all’informatica ed alla telematica, si può riversare in un attimo su qualunque mercato del globo, piegandolo ai propri obiettivi. Di questo fiume di denaro, una parte ormai irrisoria serve a pagare scambi di merci e servizi. Tutto il resto è mosso da speculazione. Poi contemporaneamente la norma si propone di generare nuove entrate fiscali nel segno dell’equità sociale e delle risorse da mettere a disposizione dell’economia reale.

In pratica, ogni volta che si compra o si vende un certo tipo di strumento finanziario, una piccolissima quota della transazione finisce nelle casse dello Stato. La tassa è calibrata in modo da colpire principalmente le operazioni speculative di grandi dimensioni che spesso si ripetono nell’arco di pochi secondi. In tal modo si protegge l’economia reale e quindi sia i lavoratori che le realtà produttive dei vari settori. Le entrate fiscali sono potenzialmente destinate a scopi sociali come la lotta alla povertà o agli investimenti ambientali.

Dunque “questa Tobin Tax, seppur di trascurabile entità, potrebbe rappresentare un segnale da cogliere per sviluppare una grande battaglia culturale per una nuova economia più attenta ai principi etici e per una nuova regolamentazione dell’attività finanziaria, neutralizzandone gli aspetti predatori e speculativi e valorizzandone il servizio all’uomo, alla comunità locale e nazionale, coniugando, inoltre, il rispetto per le categorie più fragili con la necessità di modernizzare il Paese promuovendo un’economia più giusta e inclusiva. Si tratterebbe cioè di un passo avanti verso un Paese più equo, più competitivo e più sostenibile. Naturalmente fare un’operazione, seppur trascurabile e con poco effetto deterrente nei confronti di chi vuole speculare, come questa approvata in legge di bilancio sarebbe dovuto essere preparata sul piano culturale e supportata da argomentazioni e non limitarsi a pochi slogan “prendiamo pochi milioni per darli ai poveri e/o distribuirli ad investimenti ambientali”.

In casi come questi, se si vuole dare un segnale di cambio di passo nel paradigma economico dominante, si forniscono dati, si raccontano tendenze; si illustra come funzionano i mercati regolamentati e non regolamentati, soprattutto quelli che si muovono nelle cosiddette “piscine nere”; si spiega come si specula sulla velocità delle operazioni, spesso concordate tra pochi player, sempre gli stessi, sempre i soliti noti. Solo dopo approfondimenti di questo tipo e campagne informative serie e documentate si possono presentare emendamenti come questo che prevede l’incremento della Tobin tax. Ma ci chiediamo se ci sia qualcuno nel destra-centro che disponga di questa sensibilità e di questa competenza.

Perché sono a favore della Tobin tax. Scrive Pedrizzi

Appare molto condivisibile il fatto che sia stato varato un provvedimento come quello in questi giorni approvato in sede di legge di bilancio, che preveda l’aumento dell’aliquota da applicare sulla cosiddetta Tobin tax. Riccardo Pedrizzi spiega perché

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