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Donald Trump dovrebbe incontrare Xi Jinping a fine mese a Pechino. Incontro che a oggi si presenta in forse, dal momento che la Casa Bianca ha fatto sapere che la visita del presidente potrebbe essere rinviata. Ma il bilaterale si inserisce in un contesto internazionale segnato dalla guerra con l’Iran, che assorbe gran parte dell’attenzione militare e politica degli Stati Uniti, e da una competizione sempre più strutturale e strategica tra Washington e Pechino. In questa fase delicata, il vertice assume un duplice significato: da un lato, rappresenta l’opportunità per gestire tensioni economiche e commerciali; dall’altro, si svolge in un contesto di rivalità geopolitica consolidata, che un solo vertice difficilmente potrà modificare. In questa conversazione con Formiche.net, Ian Bremmer, presidente e fondatore di GZero Media ed Eurasia Group, analizza le prospettive del summit, il modo in cui Pechino interpreta la guerra in Medio Oriente, le possibili implicazioni per l’economia globale e il ruolo dell’Europa in uno scenario di crescente competizione internazionale.

Che cosa dobbiamo aspettarci realisticamente da un possibile incontro tra Trump e Xi? Può produrre accordi significativi o sarà solo una pausa tattica nella competizione tra Stati Uniti e Cina?

È più probabile la seconda ipotesi. Finora gli Stati Uniti non hanno condiviso molti dettagli sugli obiettivi dell’incontro, anche perché l’attenzione di Washington è fortemente concentrata sulla guerra con l’Iran.

La Cina di solito preferisce che tutto sia negoziato e concordato prima di un vertice. In questo caso il processo è stato molto meno strutturato di quanto Pechino gradirebbe. Tuttavia i cinesi sanno che Trump vuole che l’incontro abbia un esito positivo e hanno notato il rispetto pubblico che ha mostrato verso Xi. Dopo l’ultimo incontro, Trump ha persino parlato di una sorta di “G2”, cosa che i cinesi non hanno mai fatto apertamente, ma che implica comunque il riconoscimento di uno status di pari.

La Cina, naturalmente, ha reso possibile l’accordo su TikTok, che per Trump rappresentava una priorità personale, perché per lui è importante mantenere un’influenza algoritmica sull’ambiente informativo online in vista delle mid-term. È possibile che emergano anche accordi pratici tra le due parti, ad esempio un aumento degli acquisti cinesi di prodotti agricoli e aeronautici statunitensi o un maggiore spazio per investimenti cinesi negli Stati Uniti, per esempio nel settore dei veicoli elettrici. Tuttavia, non è chiaro se ci sia stato abbastanza lavoro preparatorio per arrivare a un’intesa più ampia su dossier più complessi, come la rimozione dei dazi legati al fentanyl, che Pechino vorrebbe vedere eliminati ma su cui potrebbe non esserci ancora il tempo necessario per un accordo. 

Il presidente Trump ha dichiarato che il vertice potrebbe essere rinviato. Cosa ne pensa?

È una possibilità concreta. Non perché Washington si aspetti un sostegno cinese alla guerra nella regione, ma perché il conflitto con l’Iran potrebbe essere ancora in corso nel momento in cui Trump dovrebbe recarsi in Cina.

Se la guerra dovesse intensificarsi e gli Stati Uniti continuassero a dispiegare truppe nel Golfo Persico, sarebbe piuttosto inappropriato per il presidente essere in viaggio per un vertice diplomatico di alto livello. Detto questo, ci sono buone possibilità che il vertice venga rinviato, ma se ciò accadesse, non cambierebbe le mie aspettative sull’andamento delle relazioni tra Stati Uniti e Cina.

In che modo la guerra con l’Iran sta influenzando il rapporto strategico tra Washington e Pechino?

Dal punto di vista cinese, il fatto che gli Stati Uniti siano più impegnati in Medio Oriente significa anche meno attenzione all’Asia. E questo, naturalmente, non dispiace a Pechino. Per esempio, il trasferimento di sistemi di difesa missilistica come il Thaad dalla Corea del Sud al Golfo è un elemento che la Cina osserva con favore. 

Allo stesso tempo, anche le operazioni navali e aeree statunitensi a lungo raggio sono osservate attentamente dal Dragone, poichè sono simili a ciò che vedrebbero nell’Indo-pacifico. I pianificatori militari cinesi stanno ottenendo dati in tempo reale sulle capacità operative degli Stati Uniti, il che è estremamente prezioso per Pechino. È un grande progetto di ricerca per i cinesi.

Quanto pesa questo conflitto sull’economia cinese?

Il conflitto è negativo per l’economia globale e la Cina dipende fortemente dal petrolio del Medio Oriente. Un elemento interessante è che, nonostante la retorica americana, le petroliere iraniane continuano a passare attraverso lo Stretto e a dirigersi verso la Cina. Caricano petrolio a Karg Island e lo esportano, esattamente come succedeva prima del 28 febbraio. I prezzi però sono molto più alti e l’instabilità nel Golfo colpisce numerosi settori: fertilizzanti, gas naturale, plastiche, componenti per l’industria automobilistica. Il fatto che gli Stati Uniti non stiano cercando di bloccare le spedizioni di petrolio iraniano verso la Cina rappresenta comunque un vantaggio per Pechino.

Come reagirebbe l’Europa a un eventuale accordo tra Stati Uniti e Cina?

Per l’Europa una maggiore stabilità nell’economia globale è certamente positiva. In questo momento, però, i governi europei sono molto più concentrati sulla guerra in Ucraina e sulle conseguenze del conflitto con l’Iran. In confronto, il vertice Trump-Xi non è la priorità principale.

Potrebbe scatenarsi una corsa tra Paesi occidentali per ottenere accordi migliori con la Cina?

I Paesi europei stanno “coprendo il rischio”, ma lo fanno in modo graduale e molto prudente. Hanno ancora numerose preoccupazioni nei confronti della Cina. L’economia cinese nel complesso cresce meno del previsto, mentre le esportazioni manifatturiere a basso costo stanno inondando il mercato europeo, creando timori di dumping. Inoltre l’Europa non vuole che gli algoritmi cinesi dominino lo spazio dell’intelligenza artificiale. Per questo l’approccio resterà cauto. Iniziative come “Made in Europe” indicano già una certa forma di decoupling economico in alcuni settori. C’è una diversificazione rispetto a Washington, ma se gli europei fossero costretti a scegliere tra Stati Uniti e Cina, sceglierebbero comunque la prima opzione.

Recentemente Pechino ha approvato il 15esimo piano quinquennale. Cosa rivela sui prossimi piani del Dragone? 

Il piano mostra un approccio molto graduale. La Cina non sta avviando riforme strutturali profonde per cambiare la propria economia. Non lancerà improvvisamente un enorme stimolo economico per far ripartire la domanda interna e non affronterà rapidamente il problema del grande debito aziendale non performante. Questi grandi problemi strutturali vengono affrontati in modo molto incrementale e prudente. Quello su cui stanno investendo molto è il dominio nelle tecnologie avanzate.

Pechino vuole diventare il principale electro-state del mondo, espandendo la produzione energetica interna – soprattutto nelle rinnovabili – e investendo nelle batterie elettriche, nei minerali critici e nelle terre rare .Allo stesso tempo sta rafforzando settori come biotecnologie, robotica, quantum computing e intelligenza artificiale, con un focus soprattutto industriale e di sicurezza nazionale.

È una strategia coerente con la linea seguita da Xi Jinping nel primo decennio della sua leadership.

Tra Xi e Trump più tregua tattica che svolta strategica. Parla Bremmer

Il possibile summit tra Trump e Xi arriva mentre Washington è assorbita dal conflitto con l’Iran e la competizione con Pechino resta strutturale. Ian Bremmer spiega perché dall’incontro potrebbero emergere soprattutto intese tattiche più che una vera svolta. Sullo sfondo restano il ruolo dell’Europa, l’impatto economico della crisi nel Golfo e le priorità tecnologiche della Cina nel nuovo piano quinquennale

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