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L’autoannientamento della destra politica italiana ha trovato alle elezioni europee 2014 il proprio punto di non ritorno. Chi voleva alimentare una fiamma gloriosa con il carburante tossico dell’antieuropeismo ha avuto la sua risposta, ma non è stata meno ingloriosa la sorte di quanti sono rimasti aggrappati al carro berlusconiano. Gli strateghi alle vongole pensavano che la sopravvivenza sarebbe stata garantita dalla crisi di Forza Italia (che avrebbe favorito Fdi) o dall’immancabile rimonta berlusconiana (che avrebbe garantito il cadreghino a qualche ex); i fatti hanno dimostrato che la crisi di Forza Italia ha premiato il Partito Democratico, nel cui risultato straordinario, drogato anche dalla bassa affluenza, sono confluiti importanti apporti moderati, di elettori spaventati dallo sfascismo grillino.

Così, per la prima volta dal 1979, i rappresentanti della destra nazionale non sono rappresentati nell’emiciclo di Strasburgo, dove pure echeggiarono in più di un’occasione le parole di Giorgio Almirante e dove Gianfranco Fini è tuttora considerato uno dei più insigni europeisti d’Italia. Che questo avvenga nella legislatura decisiva per il futuro dell’unione politica continentale è motivo di particolare rammarico, ma se ne deve prendere atto.

Da dove si riparte? Ho sentito una persona che pure non è uno sciocco, come Ignazio Larussa, un appello agli esponenti del Nuovo Centro Destra e di Forza Italia perché escano dal Partito Popolare Europeo. Per andare fra le braccia scioviniste della signora Le Pen? O per contribuire al folklore degli altri confusi euroscettici? Cerchiamo di non scherzare, caro Ignazio. Quando gli elettori ci bocciano, è possibile che abbiano capito male; ma è probabile che abbiano invece capito benissimo e ci stiano punendo per le nostre sciocchezze. Meglio non insistere.

Oltretutto il problema non è affatto di etichette o di collocazione: gli amici di Fratelli d’Italia hanno potuto verificare quanto fosse poco pagante accapigliarsi, con tanto di mezzucci e furbate, per accaparrarsi un simbolo. I simboli valgano per ciò che significano, non per come appaiono.

Il problema è di idee, e di gambe sulle quali farle camminare: piaccia o no, il principale partito del centrosinistra ha avuto il coraggio di affidare la leadership propria e del Paese a un trentanovenne; di rinnovare in modo drastico e talora impudente la compagine di Governo; di affidare la guida delle proprie liste a donne esordienti nella competizione europea. Un coraggio al limite dell’incoscienza che gli elettori hanno premiato (altro che pensionati restii al cambiamento come dice il guru).

Se c’è una cosa sulla quale la destra non dovrebbe avere bisogno di lezioni è il coraggio: ne abbiamo abbastanza da dirci che dobbiamo ripartire da una nuova classe dirigente? Non un nuovo bagaglio di idee (ce n’è d’avanzo); non da una revisione della nostra carta valoriale, che va anzi ribadita con forza, al netto dei fisiologici aggiornamenti. Da una nuova classe dirigente, libera dalla preoccupazione di durare, affrancata dalle faide e dalle baruffe di cui i nostri fratelli maggiori sembrano tanto appassionati, innamorata dell’Italia e del suo destino europeo.

Insomma, cerchiamo di accertare quanto costa fittare la Leopolda. E se è troppo oneroso, possiamo sempre arrangiarci con Cerignola Campagna. L’importante è che sia una stazione di partenza, non l’ennesimo luogo da cui veder passare i treni altrul.

Una stazione di partenza per il centrodestra

L’autoannientamento della destra politica italiana ha trovato alle elezioni europee 2014 il proprio punto di non ritorno. Chi voleva alimentare una fiamma gloriosa con il carburante tossico dell’antieuropeismo ha avuto la sua risposta, ma non è stata meno ingloriosa la sorte di quanti sono rimasti aggrappati al carro berlusconiano. Gli strateghi alle vongole pensavano che la sopravvivenza sarebbe stata garantita…

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