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Questo commento è stato pubblicato oggi su La Gazzetta di Parma

Sembra un brutto film della grande commedia italiana. Invece non è cinema, e tutti l’hanno visto in tv. Sabato sera, finale di Coppa Italia nella capitale tra Fiorentina e Napoli. Poco prima dell’inizio della partita con notevole ritardo a causa degli scontri che erano scoppiati intorno all’Olimpico (dieci feriti, uno dei quali gravissimo), lo spaesato Marek Hamšík, capitano slovacco del Napoli, si dirige dal prato dello stadio verso la curva dei tifosi partenopei, scortato da diverse “Autorità”.

Quel capitano-mio capitano parlotta col cosiddetto capo degli ultras. Tale “Genny ‘a carogna”, e basta il soprannome. Ma se non bastasse, era sufficiente leggere la scritta sulla maglietta che l’uomo indossava. “Speziale libero”, diceva. Speziale è il “tifoso” del Catania che sta scontando otto anni di carcere per l’omicidio dell’ispettore di polizia Filippo Raciti il 2 febbraio 2007. Dunque, la Repubblica italiana in quel momento rappresentata da Hamšík con tutto il seguito delle Istituzioni al suo fianco, ha trattato con “Genny ‘a carogna” il proseguimento della finalissima. Per fortuna Genny era di buon umore. La notizia del ferimento di un tifoso napoletano a colpi di pistola sembrava meno grave di quanto fosse (la vittima, si accerterà molte ore dopo, è purtroppo in pericolo di vita). Così l’uomo che vorrebbe libero il condannato per Raciti, s’è seduto sul bordo della ringhiera di protezione e con gesti eloquenti delle mani, alzandole e abbassandole stile imperatore romano col pollice in alto al Colosseo, ha concesso che sì, che si poteva giocare. La Repubblica italiana ha potuto tirare un sospiro di sollievo.

Ora, se “Genny ‘ a carogna” fosse un nostro vicino di casa, nessuno di noi incoraggerebbe i propri figli a frequentarlo. Perché, allora, noi no, ma lo Stato sì? Come se David Cameron, premier d’Inghilterra, invitasse il leader degli hooligans a Downing Street per bere il tè delle cinque e decidere, insieme, l’agenda di football. Se in Gran Bretagna la delinquenza da stadio è stata estirpata, è perché i violenti sono finiti non in tribuna, ma in galera. L’unico luogo dove meritavano di stare.

L’irrisolto problema degli scontri per il calcio d’Italia non si affronta trattando, ma buttando fuori dalle curve chi inneggia alla violenza e spesso (Raciti insegna) la pratica. Solo ieri s’è scoperto che anche il presunto sparatore sarebbe, a sua volta, una testa calda della tifoseria romana. Tale “Gastone”. Era riuscito a bloccare il classico Roma-Lazio nel 2004. Pollice verso, all’epoca: Gastone non era di buon umore.

E poi Matteo Renzi. Il presidente del Consiglio era in tribuna d’onore e perciò ha visto. Che aspetta, allora, a cacciare chi ha deciso di interloquire con chi non aveva alcun titolo morale né giuridico per essere la controparte di nulla? Non il calcio italiano, ma la Repubblica italiana, il cui inno è stato ignobilmente fischiato da quella brava gente, non può restare in balia di pochi facinorosi, che rovinano l’amore sportivo dei tanti. La festa tra i tifosi del Parma e della Samp gemellati con bandiere, canti e sorrisi, testimonia che un altro modo e mondo del calcio è possibile. L’altra faccia, la bella faccia di chi sogna, ancora e soltanto, di fare gol.

Renzi cacci chi ha deciso di andare a parlare con Genny 'a Carogna

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