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Airbus, Leonardo e Thales sono ormai prossime a presentare alle istituzioni europee il progetto Bromo, la joint venture destinata a riunire una parte rilevante delle attività satellitari dei tre gruppi. Se dovesse andare in porto, l’operazione potrebbe dare vita a un gigante dello spazio europeo in grado di competere con i grandi campioni internazionali. Gli ostacoli sulla strada però non mancano, primo su tutti l’antitrust europeo, che dovrà valutare gli impatti di questa operazione sul mercato interno e che potrebbe arrivare a bloccare o modificare sensibilmente i piani delle tre aziende. 

Cos’è Bromo e quanto potrebbe valere

Più che costituire una semplice joint venture, Bromo punta a ridisegnare gli equilibri dell’industria spaziale europea. L’accordo raggiunto da Airbus, Leonardo e Thales prevede l’integrazione delle principali attività satellitari dei tre gruppi all’interno di una nuova società controllata congiuntamente dai partner. Airbus dovrebbe detenere il 35% del capitale, mentre Leonardo e Thales si dividerebbero in parti uguali il restante 65%. Secondo il Memorandum of Understanding firmato nel 2025, Airbus contribuirà con le attività Space Systems e Space Digital di Airbus Defence and Space; Leonardo parteciperà tramite la propria Divisione Spazio, comprese le partecipazioni in Telespazio e Thales Alenia Space; Thales conferirà principalmente le proprie quote in Thales Alenia Space, Telespazio e Thales Seso. Al momento, restano esclusi dal perimetro dell’operazione i lanciatori spaziali. I tre gruppi prevedono che la nuova entità impiegherà circa 25.000 persone e avrà un fatturato di circa 6,5 miliardi di euro.

Lo scoglio dell’antitrust europeo

Una volta notificata formalmente l’operazione, la Direzione generale per la Concorrenza della Commissione europea avvierà l’analisi preliminare prevista dalle normative comunitarie in materia di antitrust. In questa fase, Bruxelles dovrà stabilire se la joint venture rischia di ridurre in modo significativo la concorrenza in alcuni segmenti del mercato spaziale. Le autorità europee non valuteranno se Bromo sia utile o meno alla politica industriale del continente, ma prenderà in considerazione gli effetti dell’aggregazione sui mercati interessati. Se la Commissione dovesse individuare criticità, potrebbe chiedere impegni, cessioni di asset o altre misure correttive prima di concedere il via libera. In teoria, l’operazione potrebbe anche essere bloccata, ma è più probabile che, in caso di criticità rilevate, Bruxelles arrivi a un’approvazione condizionata dopo una trattativa sui possibili aggiustamenti del progetto.

Il precedente Alstom-Siemens

Il precedente che viene subito in mente è quello della fusione tra Alstom e Siemens Mobility. Nel 2019 i due gruppi, sostenuti apertamente dai governi francese e tedesco, tentarono di creare un campione ferroviario europeo capace di competere con il colosso cinese Crrc, ma la Commissione europea bloccò l’operazione, sostenendo che la nuova entità avrebbe assunto una posizione dominante in alcuni mercati chiave, in particolare nell’alta velocità. Secondo Bruxelles, la concentrazione avrebbe comportato meno concorrenza, minore innovazione e prezzi più elevati per gli operatori ferroviari europei. Le due aziende proposero alcune misure correttive, le quali però furono giudicate insufficienti. Parigi e Berlino non la presero bene e accusarono la Commissione di applicare regole concepite per un mercato europeo chiuso, senza considerare adeguatamente la competizione globale. Da allora, il caso Alstom-Siemens è diventato il simbolo del confronto tra due visioni della politica industriale europea: da una parte chi ritiene che la concorrenza all’interno del mercato unico debba restare il criterio prevalente; dall’altra chi sostiene che, soprattutto adesso, l’Europa debba consentire la nascita di gruppi più grandi per restare competitiva sul piano globale.

Le resistenze dei concorrenti

Alcuni operatori europei guardano con preoccupazione alla possibile nascita di un gruppo che concentrerebbe una quota significativa delle capacità industriali continentali nel settore. Tra le voci più critiche si è distinta negli ultimi mesi la tedesca OHB, che ha espresso dubbi sull’impatto dell’operazione e ha lasciato intendere di essere pronta a contestare un eventuale via libera. Si tratta di un elemento non marginale, dal momento che durante le istruttorie antitrust le posizioni dei concorrenti vengono considerate parte integrante delle valutazioni della Commissione.

Quanto durerà l’esame di Bruxelles?

Se la notifica dovesse arrivare tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno, difficilmente il percorso regolatorio si concluderà in poche settimane. La normativa europea prevede una prima fase istruttoria di 25 giorni ma, per operazioni di questa complessità, è probabile che Bruxelles apra una cosiddetta Fase II, vale a dire un’indagine approfondita che può protrarsi anche per diversi mesi. In uno scenario lineare, dunque, l’esame potrebbe concludersi tra la primavera e l’estate del 2027. Se invece dovessero emergere richieste di correttivi particolarmente articolate o contestazioni significative da parte dei concorrenti, i tempi potrebbero allungarsi ulteriormente. Per questo motivo, nonostante il progetto sia ormai entrato nella sua fase decisiva, appare difficile immaginare una piena operatività di Bromo prima della seconda metà del 2027.

Un test per la nuova Europa industriale

Quello di Bromo è uno dei tentativi più ambiziosi dell’industria europea negli ultimi decenni e cerca di recuperare su un settore, quello spaziale, dove il Vecchio continente continua ad arrancare dietro Usa e Cina. L’attuale frammentazione europea in questo settore (come anche in altri, vedasi la difesa) è ritenuta dai più la ragione principale di questo ritardo. In particolare, il sottodimensionamento degli operatori europei rispetto ai competitor globali rende estremamente difficile raggiungere i livelli di investimento richiesti dal settore. Ciò contribuisce non poco a ridimensionare l’apporto delle competenze europee, invero molto avanzate, le quali si trovano però sprovviste della massa critica necessaria per tenere il passo con gli attori extra-europei. 

Valutazioni, queste, non nuove e ampiamente argomentate già nel Rapporto sulla competitività stilato da Mario Draghi. Tuttavia, a quasi due anni dalla pubblicazione del Rapporto, poche delle raccomandazioni dell’ex premier e numero uno della Bce sono state recepite. L’Europa si trova infatti in un limbo, sospesa tra la necessità di cambiare passo e l’incapacità di distaccarsi dai modelli di governance economica prevista dai Trattati. Le regole che disciplinano il controllo delle fusioni e delle acquisizioni sono state infatti costruite in una fase storica diversa, quando la priorità era completare il mercato unico ed evitare la formazione di posizioni dominanti all’interno dei confini europei. Oggi, però, molte delle imprese con cui i gruppi europei si confrontano operano su scala globale, beneficiano di mercati domestici più ampi e possono contare, direttamente o indirettamente, su politiche industriali di lungo termine. La decisione finale dipenderà, come sempre, dalle valutazioni tecniche della Commissione, ma il percorso che attende Bromo offrirà anche un’indicazione più ampia sulla direzione che Bruxelles intende imboccare. È per questo che, quale che sia l’esito della valutazione, il modo in cui verrà affrontato il dossier Bromo sarà inevitabilmente letto come un precedente. Non solo per lo spazio, ma per l’intera politica industriale europea.

Bromo, tutti gli ostacoli sulla strada dell’alleanza spaziale Leonardo-Airbus-Thales

L’integrazione delle attività satellitari tra Leonardo, Airbus e Thales accelera verso Bruxelles, ma l’architettura di Bromo dovrà superare i severi filtri dell’antitrust comunitario. Tra lo spettro di vecchi veti e il pressing dei concorrenti, il dossier potrebbe trasformarsi in un test cruciale per la politica industriale dell’Ue

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