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Perché occuparsi della prima esecuzione in Romania dei “Gurre Lieder” di Arnold Schoenberg, lavoro tardo romantico-wagneriano raramente eseguito in Italia perché il suo organico (un orchestra di 170 elementi, due cori maschili, un coro misto – per un totale di 80 coristi- cinque solisti ed un attore-narratore) e la sua durata fanno paura a molti enti concertistici? Se ben ricordo, l’ultima esecuzione dal vivo da ma ascoltata risale al 1999, inaugurazione della “stagione sinfonica” dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia.

Su Formiche mensile si è trattato dell’importanza dello Enescu Festival (oltre 200 appuntamenti nel mese di settembre) sotto il profilo musicologico (un’ampia sezione è dedicata alla musica del Ventunesimo Secolo ed a prime mondiali di giovani compositori dell’Unione Europea, UE, nell’ambito di un programma supportato anche dalla Commissione Europea. A Bucarest ho ascoltato due opera, un grande concerto sinfonico e i “Gurre Lieder” per due ragioni, una particolaristica ed una professionale.

Alla fine degli anni sessanta, quando con un collega tedesco, pur se “studenti e poveri” (per mutuare un celebre verso di Rigoletto) in quel di Bologna, frequentavamo La Scala tornando alla stazione della città felsinea alle tre e mezza di notte, il compagno di studi e di avventure (che pur ascoltava religiosamente Parsifal ogni Santa Pasqua) mi disse: “Se vuoi curare il virus post-wagneriano, ascolta i “Gurre Lieder”. Aveva ragione. Tuttavia i cataloghi discografici mostrano che tutti i maggiori direttori d’orchestra (da Stokowski a Rattle, passando per Abbado, Sinopoli, a Boulez, a Ozawa) si sono cimentati con la difficile partitura. La ragione professionale è che un giovane direttore (Leo Hussain) ha dovuto sostituire il titolare e studiare il complesso lavoro in circa 24 ore.

Spieghiamo, innanzitutto, di cosa si tratta. Di norma si associa il nome di Schoenberg alla dodecafonia e si dimentica che prima di approdarvi ebbe una lunga fase wagneriana. I questa fase si collocano Gurre-Lieder , una cantata massiccia su poesie della scrittrice danese Jens Peter Jacobsen (tradotto in tedesco da Robert Franz Arnold). Le canzoni si riferiscono al Castello di Gurre in Danimarca, scena della tragedia dell’amore medievale girando intorno alla leggenda nazionale danese dell’amore del re danese Valdemar Atterdag (Valdemar IV, 1320-1375, ha compitato Waldemar da Schoenberg) per la sua amante Tove che viene dalla regina gelosa Helvig. Queste vicenda occupa tutta la prima parte, in nove ‘lieder’ ed un preludio, dopo una breve seconda parte (un interludio ed il lamento del re) , nella seconda Valdemar chiama a raccolta i suoi vassalli ‘fidi’ , i quali però sono tutti morti. Escono dalle loro tombe (tranne l’ex buffone di corte che vuole restare sepolto) per combattere i ‘vassalli’ della Regina (i quali sono, invece, vivi) Il castello viene dato alle fiamme, ma all’alba i vassalli morti tornano sottoterra ed un gran coro inneggia alla pace ed alla natura. Oggi questo pasticcio più gotico che postwagneriano, si presterebbe ad un’esecuzione con supporto multi-mediali: brume nordiche, cimiteri, voli di colombe, castelli incendiati, grande armonia del Creato. Occorre dire che per la prima in Romania il ‘Palafestival’ (un’enorme sala forse costruita per i Congressi del Partito – quando era unico) era gremito anche grazie ai nomi messi in campo: concertazione di Betrand de Billy; doppio coro romeno e solisti del rango di Violeta Urmana, Nikolai Schukoff, John Daszak, Jannine Baechle e Thomas Warner Mayer. A poche ora del concerto, il dramma. Gli organizzatori insistono perché il ruolo del ‘narratore’ venga affidato ad un noto attore locale e venga recitata in romeno (senza accenno al ‘recitato cantato’ di Schoenberg). Dopo lunghe discussioni, de Billy se ne va sbattendo la porta. Viene sostituito da Leo Hussain, trentacinquenne, direttore musicale del Landestheater di Salisburgo (ed allievo di Muti e di Chung – è stato assistente di ambedue). Dando prova di coraggio e di versatilità, ha imparato la complessa parte in un giorno. Merita i complimenti di tutti anche se sono mancate alcune sfumature, specialmente nella seconda parte dove gruppi di strumentisti dovrebbero dialogare e creare un caleidoscopio musicale.

Ottimo il coro guidato dall’ottantacinquenne Iosif Ion Brunner. Tra i solisti hanno spiccato Schukoff e Daszak. Bene Violeta Urmana ma dovrebbe controllare, anche alle prese con una grande orchestra e non eccedere negli acuti.

“Gurre Lieder” non è per palati facili. Enorme successo.

I "Gurre Lieder" a Bucarest

Perché occuparsi della prima esecuzione in Romania dei "Gurre Lieder" di Arnold Schoenberg, lavoro tardo romantico-wagneriano raramente eseguito in Italia perché il suo organico (un orchestra di 170 elementi, due cori maschili, un coro misto – per un totale di 80 coristi- cinque solisti ed un attore-narratore) e la sua durata fanno paura a molti enti concertistici? Se ben ricordo,…

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