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L’asse creato da Vladimir Putin e Kim Jong-un, “l’asse dei satrapi” potremmo definirlo, potrebbe presto avere un’evoluzione ulteriore: un’unità (intanto una) di ingegneri militari potrebbe essere inviata tra poco da Pyongyang a Donetsk, una delle città ucraine occupate dall’invasione russa. Come dice Sergei Sumlenny, fondatore dello Europe Resilience Initiative Center “la Corea del Nord non ha avuto alcun problema nel fornire alla Russia razzi, proiettili di artiglieria e missili balistici per colpire l’Ucraina. Ora non ha problemi a inviare truppe per aiutare i russi a uccidere gli ucraini”. Chiosa polemica: “Solo l’Occidente ha problemi a sostenere l’Ucraina”.

È possibile che la mossa — se mai avverrà — servirà anche a testare proprio la reazione occidentale, e dei like-minded Corea del Sud e Giappone, agitati che questa cooperazione militare contro Kyiv possa poi trasformarsi in un supporto militare nella Penisola coreana e nell’Indo Pacifico da parte della Russia. Ed è questa la prima delle grandi preoccupazioni attorno all’asse dei satrapi. Il Pentagono dice che è “certamente qualcosa da monitorare”, e come si scriveva su Indo Pacific Salad di questa settimana, l’allineamento è tenuto sotto estrema attenzione D.C. per chiara e diretta ammissione del vicesegretario di Stato, Kurt Cambpell.

Non è chiaro se Kim invierà uomini e se saranno solo tecnici e genieri, oppure in futuro sarà effettivamente disposto a sacrificare le sue truppe in una guerra che ha già prodotto centinaia di vittime tra i soldati russi. Se lo farà, sarà un’importante messaggio di compiacimento a Putin; e questo apre alla seconda delle grandi preoccupazioni, quella cinese — a cui anche Campbell accennava. Pechino teme che la relazione col satrapo russo possa portare il nordcoreano ad azioni avventate.

La Corea del Nord è un Paese satellite della Cina. Da anni isolato a livello internazionale — perché le Nazioni Unite ne hanno punito le iniziative sul programma nucleare militare — il Nord è un alleato utile e complicato per Pechino. Pyongyang serve come leva su Seul, in qualche modo su Tokyo e come forma di pressione e disturbo su Washington. Allo stesso tempo però, il regime dei Kim sta seguendo un processo di rinnovamento e Pechino teme di non riuscire a controllare la nuova generazione.

Teme che per questioni di mantenimento del potere interno, il nipote del “grande leader”, il fondatore della Corea del Nord e “presidente eterno” Kim Il-sung, possa essere portato a scelte balzane (fino al folle attacco a Seul) da questa necessità di controllare il consenso in un momento in cui l’isolamento ha prodotto pesantissime condizioni economiche e condizioni di vita altamente depauperate.

Non è un caso se mentre Putin andava da Kim per un viaggio storico, la Cina iniziava un percorso di dialogo sulla sicurezza regionale con la Corea del Sud con i primi contatti del genere degli ultimi nove anni. Ma mentre questo può dimostrare l’ansietà di Pechino per il rafforzamento dei legami russo-nordcoreano, i funzionari cinesi affermano che la mossa con Seul è esclusivamente legata alla volontà di garantire la stabilità nella penisola coreana.

In questo, l’approccio cinese potrebbe essere ben più strategico del tit-for-tat con Pyongyang, ma il dialogo con il Sud potrebbe essere usato proprio nell’ottica ampia (su cui Pechino è storicamente impegnato) di prevenire caos nella penisola. E dunque cercare di evitare che a fronte di mosse avventate del Nord, che i cinesi temono possano anche essere spinte dai russi, Seul risponda aggressivamente e si inneschi una deriva incontrollabile.

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