Skip to main content

“Stiamo lavorando con mezzi diplomatici e di difesa con la Libia”, ha dichiarato ai giornalisti il generale Michael Langley, in vista della Conferenza dei Capi della Difesa africani del 2024 a Gaborone, in Botswana. Langley è il capo dell’AfriCom, il comando di stanza alle Kelley Barracks di Stoccarda che ha come area di responsabilità il continente africano.

L’ufficiale appartenente al Corpo dei Marines parla rivolgendosi a una serie di pari-ruolo che conoscono bene la situazione: gli Stati Uniti stanno avendo difficoltà a mantenere la propria presenza militare (e dunque anche politico-diplomatica, e in parte la sicurezza economico-commerciale) in Africa.

L’idea libica è per ora molto ipotetica. Un funzionario precisa a Formiche.net che al momento non ci sono truppe americane in Libia e non c’è un programma organizzato per farne arrivare. Tuttavia è innegabile che il Paese rappresenti un ambito di primaria importanza strategia, affacciato nel Mediterraneo per chilometri di costa e proiettato verso il Sahel sul lato meridionale.

Washington sa perfettamente che per tali ragioni il lavoro da fare con la Libia è complicato dalle approfondite attività di influenza che la Russia sta già portando avanti da anni, sfruttando gli spazi di acquartieramento concessi alle forze russe dal signore della guerra di Bengasi, l’autoproclamato feldmaresciallo Khalifa Haftar, a capo di una milizia della Cirenaica che ormai è diventata un affare di famiglia – molti simile ai clan mafiosi.

Rimodellare la presenza

E qui sta la problematica principale per l’approfondimento della presenza/attività libica statunitense. Haftar ospita i russi, che lo proteggono militarmente e diplomaticamente, e a sua volta consente alle attività dell’Afrika Corp (l’ex Wagner Group passato ora sotto una più ordinata gestione dell’intelligence della Difesa) di usare l’Est libico come corridoio logistico verso i Paesi più meridionali africani – dove la Russia fornisce sicurezza a una serie di giunte golpiste anti-occidentali.

I commenti di Langley arrivano appunto mentre il Pentagono annuncia che gli Stati Uniti ritireranno le loro truppe di stanza in Niger, perché la giunta che dalla scorsa estate controlla Niamey ha scelto i russi come security provider. Prima del ritiro previsto, gli Stati Uniti avevano circa mille tra truppe e contractor della difesa in Niger schierati in due basi, la Air Base 101 e la Air Base 201, usate per attività di anti-terrorismo.

Le forze armate statunitensi stanno per “completare il movimento di attrezzature e personale”, ossia il ritiro dal Niger, ha detto Langley, annunciando anche la data concordata del 15 settembre. Il generale non ha dettagliato il tipo di capacità, sistemi d’arma o tecnologia che verranno spostati, ma il Pentagono sta provvedendo a qualcosa di simile anche dal Ciad, che ha fatto la stessa richiesta nigerina per le truppe americane di stanza nella base aerea di Adji Kossei, vicino alla capitale N’Djamena.

Dunque ci sono gli assetti di almeno tre basi da riposizionare. E anche il generale CQ Brown, presidente degli Stati Maggiori Congiunti, ha parlato della possibilità che altri Paesi africani ricevano quelle unità statunitensi come riorganizzazione logistica (che in questo caso però ha senso tattico e strategico). Parte del rafforzamento avverrà in Kenya, ma è certo che la Libia (che confina a Sud con Niger e Ciad) sarebbe la scelta perfetta, al punto da sembrare non un ripiegamento. Il ritorno statunitense nel Paese segnerebbe una svolta, dopo che la Libia è stata terreno di uno degli episodi segnanti della storia recente americana, quando il console di Bengasi, l’ambasciatore Christopher Stevens, e altri tre membri del personale diplomatico americano furono uccisi in un attacco organizzato da un gruppo qaedista locale.

L’episodio del 2012 avveniva sull’onda della destabilizzazione totale del Paese prodotta dalla rimozione (forzata dalla Nato) del rais Muammar Gheddafi. Da lì in poi, nonostante i continui tentativi dell’Onu (e di Usa, Ue, Italia) la Libia non ha mai più avuto una forma di governo stabile, rappresentativo, unitario. Il Paese è ancora adesso spaccato in due con: un governo nominato dall’Onu per indire le elezioni che ha fallito il suo obiettivo e però resta a gestire parte del potere della Tripolitania; uno pseudo esecutivo in Cirenaica dipendente da armi e traffici di Haftar; una serie di milizie posizionate in tutto il Paese che fanno leva armata sulla sfera politica.

“Si continua a negoziare sulla possibilità di fare un nuovo governo, unitario e terzo, per ristabilire stabilità e poi convocare le elezioni parlamentari e presidenziali: ma non c’è ancora una soluzione potabile, nonostante anche gli Stati Uniti appoggino questo percorso”, spiega a Formiche.net una fonte libica.

Langley ha spiegato che alla conferenza sulla difesa in Botswana ci sono presenti rappresentanti di “entrambe le parti del Paese”, mentre in queste stesse ore l’incaricato d’affari americano, Jeremy Berndt, e l’inviato speciale per la Libia, Richard Norland, incontravano a Bengasi il generalissimo Haftar e figli (eredi del business illegale di famiglia).

Confronto tra potenze

Il capo di Africom ha anche detto che alcuni dei Paesi in trattativa con i funzionari statunitensi “si sono trovati in gravi difficoltà” e “ci hanno contattato perché conoscono il valore intrinseco che portiamo al tavolo”. E ancora: “Non stiamo venendo qui a dire che la panacea è solo costruire più forza nelle loro forze armate. Offriamo una governance completa”, ha detto Langley, aggiungendo che alla conferenza sulla difesa non a caso erano presenti funzionari dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale e del dipartimento di Stato.

È un riferimento alle penetrazioni russe. Se anche soltanto un Paese che ha stretto in questi anni la cooperazione con la Russia dovesse rinunciarvi perché per qualche ragione non ha ricevuto i benefici auspicati e promessi, per gli Usa sarebbe un’enorme vittoria. La storia che ne uscirebbe sarebbe una perfetta contro-narrazione alle istanze anti-occidentali che si propagano in Africa anche grazie all’infowar di Mosca.

“Vedo che c’è una metodologia in cui la Federazione Russa sta cercando di mettere radici, anche nel post-Wagner, e la sta intensificando, cercando di ottenere un vantaggio geopolitico su questi Paesi africani attraverso questa campagna di disinformazione, cercando di andare contro lo stato di diritto o l’ordine internazionale basato sulle regole”, ha detto Langley.

Inoltre, se da un lato gli Stati Uniti stanno cercando di espandere il loro raggio d’azione in Africa trovando il problema russo, dall’altro Langley ha affermato che anche la Cina (come noto) sta “cercando attivamente di impegnarsi” con una serie di Paesi nella parte orientale e occidentale del continente. “Anche loro hanno cercato di […] replicare ciò che noi facciamo così bene nella costruzione di partnership in termini di capacità”, ha detto il generale. “Ma non lo fanno bene come noi”.

Attenzione in questo: la Cina finora ha cercato di mantenersi smarcata dalla sfera securitaria, offrendo agli africani commercio e investimenti infrastrutturali (anche problematici). Ma sta iniziando a giocare le sue carte, soprattutto in termini di rifornimenti militari, ma anche con proiezioni di forza come la base creata a Gibuti (che potrebbe essere il primo di vari avamposti militari cinesi, come analizza la Chatham House). C’è poi un ulteriore elemento, che interseca la Libia, e riguarda la cooperazione russo-cinese.

Secondo quanto rivelato nei giorni da un articolo di Federico Fubini sul CorSera, le autorità italiane hanno fermato a Gioia Tauro — su informazioni americane — un cargo partito da un porto vicino a Shenzen al cui interno erano nascosti carichi di armi diretti in Cirenaica. Al di là che l’invio di armi in Libia viola una risoluzione dell’Onu, la questione è anche che la Cina sta fluidificando anche certi traffici per conto della Russia. Quelle armi con ogni probabilità sarebbero dovute arrivare a Bengasi (o a Tobruk, porto che Mosca vuole come base navale mediterranea) per poi essere gestito da Haftar — forse diretto in Sudan, dove i russi sostengono una delle due milizie della disastrosa guerra civile.

Perché Africom cerca la Libia come nuovo partner

Il capo del Comando Africa del Pentagono spiega che la Libia potrebbe essere un nuovo partner statunitense. Per AfriCom c’è la complicazione della stabilità interna e soprattutto da fronteggiare la penetrazione russa (e cinese)

Anomalie e primati del primo dibattito tra Biden e Trump

I due contendenti alla Casa Bianca non sono ancora ufficialmente i candidati dei rispettivi partiti, ma si scontreranno ugualmente il 27 giugno nel primo dibattito televisivo in vista delle elezioni presidenziali di novembre. A che punto sono le campagne elettorali e cosa potrebbe succedere dopo lo scontro tv

Cosa potrebbero imparare gli storici detrattori della Dc dalla sinistra sociale. Scrive Merlo

Anche di fronte a una rivisitazione/rilettura storico politica della Democrazia cristiana ad 80 anni dalla nascita e a 30 anni dalla sua fine, i “cattivi maestri” non cessano mai di esistere. Lo erano ai tempi del “né con lo Stato e né con le Brigate Rosse”, lo erano con i vari “appelli” e lo sono tutt’oggi

Tutte le tappe di Urso (e del Piano Mattei) in Eritrea

Urso, dopo essere stato ricevuto dal presidente Afwerki e i ministri del governo di Asmara, visiterà l’azienda tessile italiana ZaEr-Dolce Vita, la “Casa degli italiani” e anche la mostra fotografica “Annulliamo la Distanza – Anladi”. Il ministro è accompagnato da una delegazione di imprese italiane tra cui Enel, Fincantieri, Ferrovie dello Stato e Bonifiche Ferraresi

Per la destra di governo il mondo non può finire a Colle Oppio. Il commento di Cangini

Dopo anni di retoriche polemiche contro i sovrintendenti e i direttori museali stranieri, è stato proprio ad uno “straniero” che la Destra si è affidata. Altri, evidentemente, non ce n’erano. Ed è proprio questo vuoto di alternative, di nomi e di teste pensanti, dopo un anno e mezzo di governo, a denunciare il problema. Il commento di Andrea Cangini

Contro il deficit l'arma del Pnrr. Il governo prepara la richiesta della sesta rata

Palazzo Chigi, anche per provare a mitigare l’effetto della correzione sui conti imposta dall’Europa e dal ritorno del Patto di stabilità, spinge sugli investimenti del piano e chiede lo sblocco della sesta tranche. Guardia di Finanza e Mezzogiorno i focus

Usa-Cina, come (non) procede la cooperazione contro il fentanyl

La scorsa settimana Washington ha incriminato una rete legata a una “banca clandestina” che sostiene il cartello di Sinaloa. Pechino ha collaborato, ma è un caso più unico che raro

Perché il Ppe deve dialogare con Ecr. Parla De Meo (FI)

Conversazione con l’europarlamentare di Forza Italia: “Siamo convinti che il dialogo è la parte vincente dell’Europa e l’Europa è il luogo della condivisione non della divisione. Non possiamo non tener conto che gli elettori europei hanno dato una parte della loro fiducia al gruppo dei conservatori”

Così l’asse Mosca-Pyongyang provoca la reazione di Seul (e Tokyo)

Niente spazio all’asse Mosca-Pyongyang. Seul e Tokyo valutano una reazione al nuovo accordo firmato da Putin e Kim. Riflessi, causa/effetto tra Europa e Asia

Donne e diritti, quale ruolo nella professione forense e nella società. Parla Frojo

In un intreccio tra diritto, storia e costume, il libro “Se la Giustizia è donna” racconta il percorso di emancipazione femminile reso possibile anche grazie all’avvocatura. È la storia delle “pari opportunità”. Eppure, la componente femminile è spesso considerata una “diversità” da discriminare più che un valore. E, dunque, ancora sottovalutata, ignorata, penalizzata dal punto di vista reddituale e della rappresentanza in ruoli di vertice. Colloquio con Elvira Frojo

×

Iscriviti alla newsletter