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Cent’anni fa, nasceva Albert Camus e si susseguono, in questi mesi, le sue celebrazioni: un’ammirazione incontestata, un entusiasmo ecumenico circondano la sua figura, e cominciano a sembrare sospetti. “Camus è un mito, un amore, un partito preso”, scriveva Antonio Debenedetti, qualche giorno fa, sul “Corriere della Sera”, e “piace senza se e senza ma, piace anche a chi ne ha sentito parlare senza averlo letto”. Ecco spuntare i primi pericoli, allora: il pressappochismo, generato dall’aura “cool” che è legata al suo nome, immancabilmente. Sarà a causa della morte prematura, più da rockstar (o da divo del cinema: James Dean fece la sua stessa fine, cinque anni prima) che da scrittore, e sarà la sua immagine, la straordinaria somiglianza fisica con Humphrey Bogart (se è per questo, anche con Joe Strummer, anima dei Clash): Camus è “una moda che resiste come raramente resistono le mode, è una bandiera”.
Del tutto incomprensibile, tuttavia, il parallelo tentato da Debenedetti. Presunte “affinità” lo avvicinerebbero a Italo Calvino: “la rivolta e l’intransigenza”. Piacciono entrambi ai giovani: non è un po’ poco? Sembra piuttosto complicato difendere la tesi secondo cui i due condividerebbero componenti caratteriali, ovvero stilistiche: lo scrittore algerino tutto istinto e classicamente tragico, e l’italiano, invece, illuminista e pacificato, almeno a prima vista. Debenedetti la risolve così, con invidiabile scioltezza: “I giovani sentono, leggendoli, che dietro le loro pagine c’è una svolta decisiva compiuta dalla letteratura del secolo breve. Un mutamento di prospettiva che li convince”. Quale? Non è dato sapere. Il coraggio morale dimostrato da Camus, la sua denuncia del silenzio colpevole dell’intellighenzia francese, riguardo ai crimini sovietici, fecero di lui un traditore eterno, per l’intera “gauche”: il suo atteggiamento è paragonabile a quello piuttosto quietista di Calvino? Sì, va bene, Calvino uscì dal PCI, al tempo dei “fatti d’Ungheria” (ovvero, della rivoluzione ungherese), ma non è mai sembrato, sinceramente, che egli ambisse a farsi molti nemici, presso quella parte politica.
Ma accostarlo allo scrittore ligure, per quanto bislacco, non costituisce un’offesa alla sua memoria paragonabile a quanto, altrove, si è potuto sentire. A Firenze, per esempio: due giornate di iniziative, curate da Sandra Teroni, hanno voluto commemorare, oltre che il centenario della nascita, un lontano soggiorno dello scrittore, che visitò la città, nel 1937: “Firenze! Uno dei pochi luoghi d’Europa in cui ho capito che nel cuore della mia rivolta dormiva un consenso”. “Albert Camus, solitario solidale”, questo il titolo dell’evento, che ricalca quello (“Albert Camus, solitarie et solidarie”) del libro della figlia Catherine, laddove del padre venivano svelati i lati meno conosciuti: soprattutto, l’estrema solitudine intellettuale in cui egli trascorse gli ultimi anni di vita. La compagnia dei suoi colleghi, c’è da dire, non era particolarmente apprezzata da Camus, che liquidò così l’intera faccenda: “In compagnia degli intellettuali, non so perché, ho sempre l’impressione di avere qualcosa da farmi perdonare. Questo mi toglie la naturalezza, e così, mi annoio”: difficile organizzare qualcosa che avrebbe incontrato il suo gradimento, allora, è vero. Sarebbe meglio non esagerare, comunque.
Si puntava in alto, infatti, stavolta: altro che Calvino. È arrivato il turno della prova finale, la  più ardua: Camus riappacificato con Sartre! “Con e contro Sartre” recitava il titolo della relazione più attesa, svolta dalla curatrice stessa. Peccato che, giunto il momento di affrontare i noti dissidi, il ritmo di lettura si sia fatto più rapido, quasi da supercazzola accademica, e che tutti, in sala, non vedessero l’ora di stemperare qualsiasi attrito possibile, tanto che l’elenco dei loro punti di contatto, invece, è stato sottolineato da numerosi sospiri di scampato pericolo. Riflessione finale della relatrice all’insegna del: ciascuno scelga chi vuole, sono due giganti, non è altro che una questione di gusti, e Sartre era un uomo che guardava alla Storia, diversamente da Camus, che era molto (troppo?) attento alle questioni morali. Insomma, uno “un po’ fissato” con la morale e con altre sciocchezze del genere. Bene ridimensionarlo, d’altronde, renderlo masticabile e digeribile, riportarlo a più miti consigli, “midcultizzarlo”, al fine di non provocare troppi pensieri all’informe massa di frequentatori di “eventi culturali” che affollano la vita di una qualsiasi città italiana, al giorno d’oggi.
Camus, “un mito capace di resistere ai “rottamatori””? Ma ce ne fossero! Il problema sta proprio nell’impossibilità di trovarne finanche uno, attualmente, di critici maldisposti nei suoi confronti, cosicché la situazione è ribaltata, rispetto a quando lo scrittore era in vita, e l’apprezzamento unanime che tenta di appianare ogni asperità, la sua riabilitazione irenica, non rendono giustizia a uno come Camus, la cui esistenza fu costellata di conflitti non rimarginabili, di rotture dolorose e definitive. Molto meglio un avversario onesto dei tanti amici untuosi, dei tanti adulatori dai quali, oggi, viene voglia di trarlo in salvo. Non più solitario, Camus, e solidale con tutti, perciò. Anche con chi non avrebbe avuto piacere di frequentare, purtroppo.

Camus, lo straniero regolarizzato

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