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La grande differenza tra l’impiego di sistemi unmanned a terra e in mare sta nel diverso impatto che essi hanno sul campo di battaglia, direttamente collegato a concetti come la “sostituibilità” e la “sopravvivenza” di questo tipo di piattaforme.

In Ucraina i droni vengono impiegati in grande quantità, con una buona efficacia, e si tiene conto della loro perdita praticamente continua che implica anche una capacità di produzione industriale e uno schieramento sul campo molto rapido. Questo è frutto di fattori come la vicinanza della catena logistica di produzione e rifornimento al fronte, la conversione ad uso militare di droni commerciali – elemento che ha implicato anche una facile replica delle tecnologie impiegate da parte dei russi oltreché aver facilitato la costruzione di una catena produttiva verticalizzata – disponibili in grandi quantità e la dottrina che ne prevede un impiego di massa per la saturazione degli spazi.

Nell’impiego terrestre di sistemi unmanned il concetto di massa resta legato essenzialmente alla sua dimensione schiettamente fisica. La facilità di produzione comporta un’elevata quantità di droni realizzata, dunque impiegabile e sostituibile. Ciò che è valido in campo terrestre non è, invece, valido nel dominio navale.

La natura particolare dell’attrito nella guerra in mare determina teoria operativa e impiego dei droni navali. In campo navale, la massa come valore autonomo è limitata da quanto le piattaforme possono trasportare e dalla loro capacità di sopravvivere e ricostituire la propria potenza direttamente nello spazio della battaglia. Nel caso delle battaglie navali, la massa assume una dimensione molto più ampia rispetto a quella puramente fisica su terra. In questo caso, data la necessità – riscontrata anche nello sviluppo dei missili antinave, e non solo dei droni – di una maggiore precisione (tale da ridurre anche il fattore “spreco” delle armi utilizzate), c’è un aumento sostanziale dei costi produttivi, uniti a rifornimenti praticamente inesistenti una volta lasciati i porti alleati, nonché la limitatezza degli spazi a disposizione per lo stoccaggio ed il trasporto di armi e sistemi.

I fattori di costo, disponibilità, sopravvivenza e ricostituzione offrono un utile quadro per pensare a come uno scontro tramite piattaforme manned e unmanned in mare sia diverso da quello sulla terraferma. Il rapporto massa-precisione è l’elemento di diversità tra le dottrine e l’effettivo utilizzo operativo dei droni nel dominio terrestre ed in quello navale. Le teorie che fanno della massa fisica il fulcro dell’utilizzo dei droni navali si basano sull’osservazione delle operazioni unmanned condotte dalle Forze Armate ucraine e russe e dagli Houthi yemeniti, che hanno in comune l’utilizzo di piattaforme ad alta densità, basso costo e limitata sofisticatezza (fattori che hanno portato ad un livellamento qualitativo verso il basso e quantitativo verso l’alto). Inoltre, strategie e tattiche terrestri prese a modello dipendono dal valore della massa in guerra sulla (o dalla) terra, dove ci sono linee di rifornimento e distanze di ingaggio relativamente brevi.

Le marine militari, in particolare quelle che hanno una vocazione oceanica e non si limitano a solcare le brown waters (ove per certi aspetti il paragone con le operazioni terrestri è maggiormente spendibile), hanno esigenze e vincoli significativamente diversi rispetto alle forze di terra. Da questo punto di vista, è chiaro che anche le prossime linee di sviluppo dei droni navali potrebbero essere differenti da quelle finora seguite (vedasi il modello ucraino di Mosquito Fleet).

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Le marine militari, specie quelle con vocazione oceanica, hanno esigenze e vincoli diversi rispetto alle forze di terra. Da questo punto di vista, è chiaro che anche le prossime linee di sviluppo dei droni navali potrebbero essere differenti da quelle finora seguite. L’analisi di Filippo Del Monte, Geopolitica.info

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